«Fratelli Musulmani vogliono conquistare Francia ed Europa»

Intervista a Soufiane Zitouni, docente musulmano non praticante che ha lasciato il liceo islamico Averroè di Lille: «L’islam è in guerra con se stesso. E chi lo dice viene zittito»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

«Gli ebrei sono una razza maledetta da Allah!». Quando un giovane liceale è esploso così in classe, Soufiane Zitouni, professore di filosofia di 48 anni, è rimasto a bocca aperta. In vent’anni di carriera non aveva mai sentito tante espressioni antisemite come nei corridoi del liceo Averroès di Lille, il primo prestigioso collegio privato musulmano sotto contratto con lo Stato (paritario diremmo noi, con la differenza che i professori sono pagati dalla République).

Ma non è l’unica difficoltà riscontrata da Zitouni durante i cinque «travagliati» mesi di docenza nell’istituto islamico. Gli studenti, ad esempio, storcevano il naso davanti a Spinoza, non perché non apprezzassero la teoria della sostanza, ma perché era un ebreo sefardita (oltretutto scomunicato). Un’alunna, sempre velata, leggendo un testo di Freud si rifiutava di pronunciare la parola «sesso» e non voleva sedersi di fianco ai maschi. Molti altri protestavano quando Zitouni, figlio di immigrati algerini sunniti, parlava del Corano durante le ore di filosofia, accusandolo di non essere un imam.

Inutile cercare di applicare il metodo del famoso filosofo musulmano Averroè nel liceo che ne prende il nome, perché la sola idea che i testi sacri dell’islam potessero essere vagliati e interpretati con la ragione destava orrore tra i banchi e in sala professori. Non a caso, nella nutrita biblioteca della scuola, non c’era neanche un libro del commentatore di Aristotele, mentre abbondavano i testi dei fratelli Ramadan, nipoti di Hassan al Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani.

Zitouni, insomma, non si è mai sentito a suo agio ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso, costringendolo a dimettersi e ad entrare in causa legale con l’istituto, è stato il polverone sollevato da un suo articolo scritto per Libération, all’indomani della strage di Charlie Hebdo. La tribuna pensata per commemorare le vittime e denunciare l’islamismo, datata 14 gennaio 2015 e intitolata “Oggi anche il Profeta è Charlie”, gli è valsa insulti e minacce, tanto che il 6 febbraio si è dovuto licenziare. Dopo un secondo articolo, sempre pubblicato sul quotidiano fondato da Jean-Paul Sartre, nel quale il professore senza mezzi termini denunciava l’estremismo di un liceo foraggiato con denaro pubblico, Zitouni è stato portato in tribunale dalla direzione per «diffamazione non pubblica». Condannato in primo e secondo grado, è stato definitivamente assolto il 7 febbraio perché i problemi sollevati sono «di interesse generale».

«Felicissimo per l’assoluzione», Zitouni ha deciso di raccontare a Tempi «la storia di un professore di cultura musulmana perseguitato come un apostata». Nato a Roanne, secondo di cinque fratelli, Zitouni ha ricevuto una rigida educazione musulmana e la sua settimana si divideva tra scuola repubblicana e coranica. Costruirsi un’identità è stato difficile, visto che il padre gli ricordava ogni giorno a tavola che «non sei francese, sei musulmano». Durante i suoi studi, Zitouni ha lavorato quattro anni a Lione per Libération, dove è diventato amico di Philippe Lançon, che sarebbe stato ferito gravemente nell’attentato di Charlie Hebdo. Uomo di sinistra, convinto elettore del partito socialista, a 30 anni ha attraversato una profonda crisi spirituale dalla quale, dopo un periodo di psicanalisi, è uscito approdando alla confraternita sufi Alawiya. Oggi, come scrive nel libro uscito per i tipi di Les Echappés, Confessioni di un figlio di Marianna e Maometto, si definisce un «musulmano non praticante».

soufiane-zitouniProfessor Zitouni, a Charlie Hebdo non hanno mai indossato i guanti prima di parlare dell’islam. Perché ha scelto un titolo così provocatorio per il suo articolo?
Come altri milioni di francesi sono rimasto scioccato dagli attentati. Inoltre, ero amico di una delle persone rimaste ferite nell’attacco. Quindi ero ancora più coinvolto. In quanto francese di cultura musulmana, ho capito che qualcosa si era rotto. Penso che troppi musulmani manchino di senso dell’umorismo riguardo alla loro religione. Uccidere delle persone solo perché hanno osato disegnare il Profeta è assurdo, chiunque può disegnare Maometto.

La stragrande maggioranza dei musulmani si è sentita offesa dalle vignette.
È ovvio che Charlie Hebdo ha uno stile provocatorio e possiamo dire che forse sono stati insensibili. Ma ho scelto quel titolo per denunciare la paranoia di alcuni musulmani e invitare i fedeli ad essere critici nei confronti dell’islam.

Critici verso che cosa?
Ad esempio verso la presunta prescrizione dell’iconoclastia. I legalisti ci ripetono che rappresentare Maometto è vietato ma non è vero: la cultura persiana o anche quella turca disegnavano il Profeta nelle miniature.

Possiamo dire allora che in Francia la cultura legalista è maggioritaria.
È evidente. Purtroppo molti musulmani amano più la religione di Dio. Ma l’islam non chiede a nessuno di adorare Maometto. Se i musulmani adorano più Maometto di Allah, allora sono degli idolatri.

Ha insistito per diffondere nel liceo Averroès il suo articolo?
No. Sono alcuni miei colleghi ad aver chiesto alla direzione di appendere il mio articolo in sala professori. Ma qualcuno l’ha strappato subito. Allora è stato riappeso e strappato di nuovo. E così via molte volte.

Come hanno reagito i suoi colleghi?
Mi hanno accusato di sacrilegio solo per aver associato Maometto e «quei miscredenti di Charlie» nello stesso titolo. Durante le lezioni i miei alunni mi hanno apertamente apostrofato come un «leccapiedi dei nemici dell’islam». Sono stato perseguitato come un apostata, un traditore.

Davvero non si aspettava simili reazioni?
No, sono rimasto scioccato. Un giorno un membro della direzione mi ha preso da parte e mi ha detto: «Adesso devi fare attenzione quando cammini per strada. Guardati le spalle».

Una minaccia neanche troppo velata.
Al contrario. A lui era piaciuto il mio articolo ma voleva mettermi in guardia. Il liceo Avveroès infatti si trova nella parte meridionale della città di Lille, in un quartiere a maggioranza islamico dove c’è anche la Grande Moschea guidata da Amar Lasfar, il fondatore dell’istituto, nonché presidente dell’Uoif (Unione delle organizzazioni islamiche di Francia, ndr), ritenuta l’antenna francese dei Fratelli Musulmani.

E lei credeva davvero di poter decantare le lodi di Averroè in un simile liceo?
Devo ammettere che un mio amico sufi, prima di accettare l’assunzione, mi avvertì: «Soufiane, fai attenzione». Lui lavora in un ospedale a Marsiglia e aveva avuto enormi problemi con i Fratelli Musulmani. Io però non l’ho ascoltato.

Perché?
Perché un liceo intitolato a colui che ha cercato di propagare nel mondo un islam dei lumi non poteva essere estremista. Mi sono detto: «Soufiane, anche se il liceo è stato fondato dall’Uoif, vai e fai il tuo lavoro. Invita i giovani a riflettere e a porsi delle buone domande».

Non è stato un po’ ingenuo?
Un po’ sì. Ho avuto molti problemi con i miei alunni: facevano dei discorsi sugli ebrei scioccanti. Il loro islam non corrispondeva a quello sufi, che definirei il ramo intelligente, spirituale e pacifico dell’islam. Sia loro che gli altri professori erano retrogradi, legalisti, ritualisti. La religione che si insegna all’Averroès non fa per la Francia, né per l’Europa, né per il resto del mondo.

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Perché?
Quello dei Fratelli Musulmani è un islam comunitarista, che impone ad esempio il velo alle donne come arma politica.

Lo portavano tutte in classe?
Sì. E io, cercando di incentivare l’uso della ragione, le provocavo: «Sapete che ci sono degli imam che dicono che il velo non è obbligatorio e ci sono delle ottime donne musulmane che non lo portano?». Volevo farle riflettere, ma per loro era inconcepibile.

E gli altri insegnanti? Erano tutti musulmani?
No. C’era una mia collega non musulmana che non si sentiva a suo agio perché le dicevano che avrebbe dovuto mettersi il velo, conformemente alla sharia. È drammatico. Un liceo pubblico sotto contratto con lo Stato francese, dove i professori sono pagati dal governo, vuole applicare la sharia. Mi sono chiesto: perché lo Stato finanzia un liceo di questo tipo?

Ottima domanda. Qual è la risposta?
Sembra un mistero, ma è semplice: ragioni elettorali. Con l’aumentare dei francesi musulmani, il voto islamico è diventato sempre più importante. I partiti costruiscono moschee e licei, in cambio sono votati.

Quand’è che ha capito che non poteva più andare avanti?
Quando l’ipocrisia mi è diventata insopportabile. Il marchio di fabbrica dei Fratelli Musulmani è la doppiezza del linguaggio. Quando ho pubblicato il mio articolo, tutti i miei colleghi barbuti mi hanno detto: «Non c’è problema, noi siamo per la libertà di espressione». Poi però mi hanno pugnalato alle spalle, pubblicando sul sito del liceo un vero attacco ad personam, nel quale si sosteneva che non ero un bravo insegnante. Ho capito perciò che il mio lavoro non era compatibile con la loro linea politica islamista.

Esiste una linea politica islamista in Francia?
Ma certo. Un mio amico, Mohamed Louizi, che ha scritto un libro intitolato Perché ho abbandonato i Fratelli Musulmani, ha documentato il progetto Tamkine, che ha come primo scopo la conquista dell’islam di Francia e d’Europa. Si tratta di un progetto politico. Gli islamisti sono i farisei dell’islam.

Il progetto riesce?
Assolutamente. Ma sono queste interviste e libri come quello che ho scritto a frenarlo, perché così si mette in guardia l’opinione pubblica. E magari si aprirà un dibattito nazionale sull’islam. È ora che i politici si prendano le loro responsabilità.

E cosa pensa degli intellettuali? Oggi criticare l’islam è quasi impossibile.
L’islam ha urgente bisogno di una riforma e di una forte autocritica. Io ho sempre lavorato a favore del dialogo inter-religioso, specie con i cristiani, e penso che anche noi dovremmo riaprire le porte dell’interpretazione razionale e libera del Corano e dei testi sacri per attualizzarli.

Come definirebbe oggi l’islam?
Una religione in guerra con se stessa. Oggi chi fa più male all’islam sono i musulmani stessi. Da una parte vediamo i sunniti che si fanno guerra con gli sciiti, così come i cattolici e i protestanti un tempo. Dall’altra ci sono dei musulmani che non vogliono far progredire l’islam e così lo fanno regredire.

Chi?
I Fratelli Musulmani, i salafiti, i wahhabiti sauditi. Ma non ci sono solo loro, l’islam non è un monolite, è plurale. Purtroppo i musulmani favorevoli all’interpretazione libera del Corano non godono di buona stampa e hanno pochi mezzi.

Perché tanti francesi si uniscono all’Isis?
In Francia abbiamo molti giovani, specie nelle banlieue, che hanno problemi di emarginazione e sono maltrattati. Lo vediamo in questi giorni con gli scontri di Parigi. I più deboli tra loro sono sensibili alle sirene del Daesh (acronimo arabo di Stato islamico, ndr) perché i jihadisti ripetono: «L’Occidente vi odia, venite da noi a combattere i miscredenti». E i più deboli li seguono, anche perché trovano conferme nei testi sacri.

Lo sa che chi dice una cosa del genere in Europa viene accusato di islamofobia, vero?
Resta la verità. Certi versetti del Corano e degli Hadith incitano alla violenza. Nel Corano si parla di jihad contro i miscredenti, nessuno può negarlo, ed è proprio per questo che le autorità musulmane devono insegnare che questi versetti non hanno più ragion d’essere oggi. Avevano senso forse nel VII secolo, quando le tribù musulmane erano in guerra. Ma oggi non è più così. Tocca a noi musulmani dire queste cose, ma anche a voi giornalisti. Invece chi prova a parlare viene zittito.

Servono più musulmani moderati?
No! Servono più uomini e donne coraggiosi. Tanti oggi pensano di difendere l’islam dicendo che è una religione di pace. Certo, va benissimo. Ma non è questo ciò di cui abbiamo bisogno. Noi abbiamo bisogno di dire: nel Corano ci sono versetti violenti, che autorizzano la guerra contro gli infedeli, che autorizzano i mariti a picchiare le mogli. Questi versetti esistono ma oggi non hanno più alcuna utilità e pertanto bisogna interpretarli. L’islam ha bisogno di musulmani che si alzino, prendano la parola e dicano queste cose.

Insegna ancora filosofia?
Sì, sono tornato in un liceo cattolico.

Tornato?
Ho costruito tutta la mia carriera in istituti cattolici. Ho cominciato 25 anni fa e dopo l’ultima esperienza credo che continuerò.

Foto Ansa

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