Cosa fare dei “reduci dell’Isis” che tornano in Europa? «Serve una Norimberga europea»

Sono 129 i terroristi partiti o legati all’Italia e di questi solo 13 sono già ritornati, mentre in altri paesi il numero dei rientrati raggiunge già il 50%. «Il nostro Paese ha una delle percentuali di decessi più alta»

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Ci ha pensato Donald Trump a infiammare il dibattito sui foreign fighters, che negli ultimi giorni era già stato riacceso dalla cronaca: «Gli Stati Uniti stanno chiedendo a Gran Bretagna, Francia, Germania e ad altri alleati europei di prendersi indietro più di 800 combattenti dell’Isis che abbiamo catturato in Siria e processato. Non vogliamo vedere questi combattenti dell’Isis spargersi per l’Europa. Noi abbiamo fatto così tanto e speso così tanto. È il momento che intervengano gli altri e facciano il lavoro che sono così capaci di fare. Noi ci ritiriamo dopo la vittoria al 100% sul Califfato».

«L’ITALIA HA PIÙ MORTI DEGLI ALTRI PAESI»

Sono 129 i terroristi partiti o legati all’Italia e di questi solo 13 sono già ritornati mentre in altri paesi, come Francia o Belgio, il numero dei rientrati raggiunge già il 50 per cento dei partiti. Secondo Lorenzo Vidino, della George Washington University ed ex coordinatore della Commissione italiana per lo studio della radicalizzazione, i bassi numeri nostrani sono dovuti al fatto che «il nostro Paese ha una delle percentuali di decessi più alta».

I miliziani partiti dall’Italia, spesso a causa della giovane età, non sono infatti stati addestrati a dovere e soprattutto, spiega il Corriere, «non hanno quasi mai occupato posizioni importanti nei ranghi del Califfato». Di conseguenza, sono spesso stati usati al fronte e «non sono riusciti a salvarsi da ferite, raid, regolamenti di conti o da fame e malattie».

IN ITALIA GIÀ 242 SOGGETTI A RISCHIO

Lo Stato siriano non vuole processare i terroristi stranieri e così gli Stati Uniti hanno chiesto all’Europa di riprenderseli. Al momento risultano tre italiani in Siria, tra i quali Samir Bougana e due donne, di cui una è Meriem Rehaily, padovana 23enne che nel Califfato ha avuto due figli. Altri però potrebbero riemergere dalle macerie della guerra.

Nel caso venissero rimpatriati, i foreign fighter sarebbero destinati ad almeno dieci anni di carcere in strutture di sicurezza, per evitare che radicalizzino altri detenuti. In Italia, scrive ancora il Corriere riprendendo i dati del Dap, «sono già 242 i soggetti considerati a rischio, divisi nelle quattro carceri di Bancali (Sassari), Nuoro, Rossano Calabro (Cosenza) e Asti.

«SERVE UN TRIBUNALE DI NORIMBERGA EUROPEO»

Processare i terroristi islamici partiti per unirsi all’Isis e che ora vogliono tornare a casa perché il Califfato è stato spazzato via (anche se non sembrano affatto pentiti), non è però così semplice. Spiega Gian Micalessin sul Giornale:

«Le nazioni europee non hanno nessuna voglia di riprenderseli, sia per la mancanza degli strumenti legislativi indispensabili per giudicarli, sia per l’impossibilità di organizzare dei tribunali speciali in grado di comminare condanne esemplari a chi si è reso complice degli orrori dello Stato Islamico. In questa condizione la consegna degli 800 terroristi rischia di rivelarsi estremamente controproducente. L’unica soluzione è allestire una sorta di nuovo Tribunale di Norimberga su base europea. Prima ancora di giudicare e condannare i colpevoli degli orrori dell’Isis è necessario interrogarli a fondo per far luce sulle cellule con cui collaboravano e individuare i complici che possono esser nel frattempo rientrati in Europa. Solo così potremo dire di aver vinto la guerra all’Isis, ripulito le città europee e aver reso giustizia a chi è caduto sotto i colpi di quei fanatici».

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