Cop21. «Fissate le promesse ma non i mezzi per mantenerle»

Intervista all’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini: «Occorre spendere in tecnologie energetiche senza emissioni, non in aiuti economici»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Corrado Clini è stato ministro dell’Ambiente fra il 2011 e il 2013 ed è tuttora attivo in enti di alto livello per le politiche ambientali, come il China Council for International Cooperation on Environment and Development. L’interlocutore ideale per commentare l’accordo di Parigi.

Gli entusiasti affermano che quello di Parigi è un accordo storico, gli scettici, come il famoso climatologo americano James Hansen, dicono che è una frode, i delusi sostengono che è buono ma inapplicabile. Lei per cosa propende?
L’accordo di Parigi rappresenta un successo dal punto di vista diplomatico, ma il merito dell’accordo consiste in una promessa senza l’indicazione dei mezzi per mantenerla. Si sono fissati degli obiettivi ambiziosi, ma non le regole e gli strumenti per raggiungerli. Il risultato più concreto è l’impegno da parte di tutti i paesi di presentare ogni cinque anni il loro piano nazionale indicante lo stato di attuazione della promessa di ridurre le emissioni, ma questo è veramente troppo poco. La Iea (Agenzia internazionale per l’energia) ha appena comunicato che per evitare che la temperatura globale aumenti più di 1,5 gradi è necessario che l’energia prodotta da idrocarburi (petrolio, carbone, eccetera) scenda dall’85 per cento attuale al 50 per cento nel giro di vent’anni. Si tratta di un cambiamento epocale, soprattutto in considerazione del fatto che la domanda di energia è in aumento nelle economie emergenti. L’India, per esempio, dove 400 milioni di persone non dispongono di elettricità, è un paese che, come illustra il suo piano nazionale, investe molto nel nucleare e nelle energie rinnovabili che non producono emissioni. E tuttavia secondo questo piano nel 2040 il 60 per cento della sua energia proverrà ancora dal carbone. Con questi presupposti, è impossibile conseguire gli obiettivi indicati nell’accordo di Parigi.

 Cosa bisognerebbe fare?
Nel mio intervento da ministro alla conferenza di Durban nel dicembre 2011 dissi che il tavolo giusto per un accordo efficace in materia di politiche per il clima era quello dell’Omc, l’Organizzazione mondiale per il commercio. Se vogliamo decarbonizzare l’economia per contenere l’aumento della temperatura, dobbiamo stabilire nuove regole uguali per tutti nell’ambito dell’economia globalizzata: introdurre una carbon tax sulle merci a livello planetario, azzerare le barriere tariffarie per facilitare l’acquisizione delle tecnologie energetiche a basse o nulle emissioni da parte dei paesi in via di sviluppo (pvs), stabilire sanzioni di tipo commerciale per chi aggira la carbon tax.

Intanto abbiamo deciso di versare ai pvs 100 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2020 per contenere i danni dei cambiamenti climatici e accompagnare la loro transizione alle nuove tecnologie.
Dobbiamo uscire da questa logica che è ancora quella degli aiuti allo sviluppo. Europa e Stati Uniti insieme ormai non rappresentano più del 26 per cento delle emissioni totali, la partita del futuro del clima si gioca nelle economie emergenti. Occorre fare in modo che la crescita economica dei pvs non sia alimentata da carbone e petrolio, ma da tecnologie non climalteranti. Non si tratta di negoziare attorno a 100 miliardi di dollari, ma di riorientare i 4 mila miliardi di dollari che annualmente vengono investiti nello ricerca e sfruttamento di petrolio e carbone verso le tecnologie energetiche senza emissioni.

Secondo Citibank ci vogliono qualcosa come 190 trilioni di dollari per decarbonizzare l’economia mondiale in misura significativa. Chi ce li mette?
Se vent’anni fa qualcuno avesse calcolato quanti trilioni di dollari sarebbe costato produrre in tutto il mondo auto a basso impatto ambientale, non avremmo fatto nulla spaventati dalla cifra. Invece i grandi produttori si sono dati nuovi standard comuni, e oggi le auto prodotte negli stabilimenti di tutto il mondo rispettano standard importanti in materia di emissioni. Il problema non è quanto costa la rivoluzione energetica, ma come mettere in moto il meccanismo di regole e incentivi che ci porteranno all’energia pulita.

Foto Ansa


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