Fisichella: La nuova evangelizzazione è una provocazione anche per i credenti

«È importante che i cristiani per primi prendano coscienza del dono ricevuto». Nei giorni del Sinodo, monsignor Rino Fisichella spiega la missione della Nuova Evangelizzazione

Monsignor Rino Fisichella è presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, la persona – sorride mentre glielo diciamo – più direttamente interessata al tema del prossimo Sinodo: “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”.

Eccellenza, nel documento preparatorio ai lavori dell’assemblea dei vescovi si parla di “priorità della fede”, e si precisa che scopo dell’evangelizzazione è la sua trasmissione. Scusi la rozzezza, ma non era scontato?
Quando si parla di fede non si deve dare nulla per ovvio e per scontato, soprattutto sull’interrogativo su che cosa sia una nuova evangelizzazione. Molti vescovi verranno al Sinodo chiedendosi se è qualche cosa di diverso dalla missione che la Chiesa ha svolto da venti secoli, trasmettere di generazione in generazione la fede di sempre. Nuova evangelizzazione è un’espressione significativa che deve concretizzarsi da quando ventisette anni fa la pronunciò Giovanni Paolo II. Non passa giorno che Benedetto XVI non ne parli. Bisogna darle corpo perché non diventi teoria o dia l’impressione di un progetto già fatto, perché verrebbe meno l’intuizione profonda di rinnovare lo spirito dei credenti con più entusiasmo e di utilizzare nuovi metodi e nuovi linguaggi, una nuova e autentica azione pastorale.

Perché si parla di nuova evangelizzazione e non di rievangelizzazione? Non basta riscoprire i valori che hanno fatto la cristianità e l’Europa?
I termini hanno un loro valore oggettivo, con le parole comunichiamo il pensiero, “rievagelizzare”, usato una sola volta da Giovanni Paolo II, riporta al suo significato: che qualche cosa di nuovo deve essere fatto. Invece i contenuti sono sempre gli stessi: la rivelazione di Gesù Cristo e il mistero della sua Chiesa, non c’è mutamento di prospettiva né cambio di contenuti. Nuova evangelizzazione indica di più l’esigenza da parte della Chiesa di intraprendere un percorso che, portando i contenuti di sempre, abbia a far scoprire la modificata situazione culturale in cui la Chiesa si trova.

Il Papa, nel convocare questo Sinodo ha sottolineato tre “coincidenze”, l’inizio dell’Anno della fede (11 ottobre 2012), il ricordo del 50esimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II e i vent’anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Come mai, che cosa lega questi tre avvenimenti?
L’Anno della fede sarebbe potuto iniziare in qualsiasi momento il Papa avesse deciso, mentre inizia all’incrocio dei tre avvenimenti citati. Non c’è nulla di casuale. L’intenzionalità mostra la nuova evagelizzazione come azione da parte della Chiesa per riscoprire con profondità la sua missione: saper parlare di Dio all’uomo. Questo è uno dei punti fondamentali del Concilio Vaticano II. Bisognava, per usare una definizione usata negli anni Cinquanta da Hans Urs von Balthasar, essere capaci di “abbattere i bastioni” che avevano impedito nel corso dei decenni alla Chiesa di poter e saper parlare all’uomo contemporaneo. E quindi di confrontarsi in maniera più diretta con la modernità. Uno dei frutti del Vaticano II è il Catechismo, che veniva promulgato da Giovanni Paolo II nello stesso giorno dell’inizio del Concilio, trent’anni dopo. Tutto questo avviene all’interno di un processo di trasmissione della fede che incontra degli ostacoli, e questo è uno di quei momenti, ma non conosce sosta da parte della Chiesa.

In più occasioni il Papa ha parlato di un’Europa stanca. L’instrumentum laboris, sintetizzando le risposte giunte da tutto il mondo, dice che «lo spazio geografico entro cui si sviluppa la nuova evangelizzazione, senza essere esclusivo, riguarda primariamente l’Occidente cristiano. Così pure i destinatari della nuova evangelizzazione appaiono sufficientemente identificati: si tratta di quei battezzati delle nostre comunità che vivono una nuova situazione esistenziale e culturale, dentro la quale di fatto è compromessa la loro fede e la loro testimonianza».
La nuova evangelizzazione non è un piano uscito dalla mente di qualche stratega per cercare di aumentare il già consistente numero dei credenti. È piuttosto una provocazione perché in primo luogo i cristiani prendano coscienza della loro fede.

A chi è rivolta, allora?
Vedo tre cerchi concentrici. Il primo: i vicini, i battezzati che frequentano le nostre comunità, le parrocchie, i movimenti, le associazioni… soprattutto nell’Occidente hanno perso lo spirito missionario, la nuova evangelizzazione è rivolta a loro per fare riscoprire l’essenza del cristianesimo, che non è una fede stanca, pigra, ma una consapevolezza rinnovata dell’incontro con Cristo che porta gioia e dà senso alla vita e ha bisogno di essere comunicato.

Il secondo?
E quello composto dai molti battezzati diventati estranei e indifferenti alla vita della comunità, i cosiddetti credenti non praticanti, un’assurdità semantica. Non è un problema solo dei paesi occidentali, molti vescovi dell’Africa e dell’India riscontrano che la seconda o la terza generazione dei convertiti hanno gli stessi problemi dei cristiani tiepidi d’Occidente.

Il terzo?
Tutti coloro che, soprattutto nei paesi dove la secolarizzazione è più marcata, pur vivendo in una cultura impregnata di cristianesimo non sono più battezzati. Per loro vale realmente la dimensione del primo annuncio di Gesù Cristo. Questo significa che si è realmente interrotta la trasmissione della fede, soprattutto nelle famiglie.

Se in altri contesti può essere più incidente sulla vita e sulla fede della gente la questione economica, l’uscita dalla povertà, o la pace, nell’Occidente il competitor è la cultura scientista da una parte, con i suoi nuovi assoluti, e relativista, se non nichilista, dall’altra. Come la fede può rendere ragione di se stessa di fronte a questi “successi” della ragione umana?
È un elemento che marca in maniera particolare il pontificato di Benedetto XVI. La sua critica alla visione scientista e il suo lavoro teologico fanno leva sull’allargamento della ragione. La ragione ridotta a una sola prospettiva non solo non corrisponde alla sua natura ma non può cogliere in pienezza la verità. Il rinnovamento dello spirito missionario porta a considerare le cause che ci hanno portato in questa condizione culturale ed ecclesiale. Una di queste è il mancato confronto con il tema della verità, ridotta a sperimentazione scientifica e a identificazione con il reale. La forza del secolarismo sta nell’aver portato agli estremi l’idea di vivere nel mondo come se Dio non esistesse.

Nessuna colpa o debolezza della Chiesa?
Alla forza del secolarismo negli ultimi decenni non ha corrisposto una forza delle fede, complice una teologia debole, realizzata alla luce di una teorizzata ragione debole, che ha portato anche la catechesi a dimenticare uno dei punti fondamentali: la giustificazione dell’atto del credere. Riguardo alla fede riscontriamo spesso un analfabetismo dei contenuti e una incapacità del darne ragione.