Da dove comincia la crisi della Fiorentina (e chissà quando finirà)

Di Sandro Bocchio
20 Dicembre 2025
Calciomercato flop, la scelta sbagliata di Pioli, lo stadio in ristrutturazione e la società che dalla morte di Joe Barone non è più la stessa. Perché i Viola sono ultimi in classifica
Crisi. L'attaccante della Fiorentina, Edin Dzeko, con la fascia da capitano al braccio durante la sfida di Conference League contro il Losanna
L'attaccante della Fiorentina, Edin Dzeko, con la fascia da capitano al braccio durante la sfida di Conference League persa contro il Losanna (foto Ansa)

Per ritrovare l’ultima vittoria in Serie A occorre risalire al 25 maggio e all’avversaria contro cui dovrà giocarsi (quasi) tutto. Giornata conclusiva della stagione 2024-25, Udinese-Fiorentina 2-3. Viola sesti e pronti a un ambizioso salto di qualità. Sette mesi dopo, l’incubo sportivo. Sei punti in classifica e nessun successo in 15 partite, due allenatori che si sono già alternati in panchina e turno pre-natalizio con l’Udinese, nel triste catino di un Franchi in perenne ristrutturazione. Un appuntamento che la Fiorentina affronta sull’onda dell’ennesima sconfitta, quella incassata giovedì sera in Conference League a Losanna. Un torneo in cui era stata protagonista con le due finali nel 2023 e nel 2024 e la semifinale nell’ultima edizione, e che ora la vede obbligata agli spareggi per raggiungere gli ottavi.

Ma l’Europa resta l’ultimo dei problemi viola. Il primo, quello principale, è evitare una retrocessione che manca dal 2002, dai giorni terminali dell’impero Cecchi Gori, prima del fallimento. E la Fiorentina si presenta all’ennesimo appuntamento che conta seguendo il solito schema all’italiana: turnover spinto in coppa, per risparmiare i titolari, più ritiro immediato (per tacere dei patti squadra-tifosi). Buona fortuna…

La morte di Barone è l’inizio della crisi della Fiorentina

La crisi attuale può avere una precisa data di origine. Il 19 marzo 2024 quando, dopo due giorni di ricovero, muore Joe Barone. Era stato vittima di un malore nel ritiro prima della partita con l’Atalanta. Era l’uomo intorno al quale ruotava la Fiorentina, l’uomo di fiducia in Italia del patron Rocco Commisso, poco propenso a muoversi dagli Stati Uniti. Un personaggio ruvido con tutti, senza sconti: poteva essere un collega dirigente, un giornalista o un tifoso. Magari non sapeva molto di calcio, ma che era perfetto per il compito da assolvere: fare in modo che tutto funzionasse al meglio, in società, come nella squadra. Non a caso viveva a tempo pieno al Viola Park.

Il presidente della Fiorentina, Rocco Commisso, con l'allora direttore generale Joe Barone in tribuna al Franchi, il 2 ottobre 2022
Il presidente della Fiorentina, Rocco Commisso, con l’allora direttore generale Joe Barone in tribuna al Franchi, il 2 ottobre 2022 (foto Ansa)

Morto Barone, lontano Commisso, la Fiorentina non ha più avuto una figura cui guardare con certezza. E i nodi sono venuti tutti al pettine quest’anno. Infelice la scelta di richiamare Stefano Pioli in panchina, con scelte mai convincenti nell’assetto tattico. Peggio ancora la campagna acquisti, con una spesa di 92 milioni e acquisti top finora rivelatisi clamorosi flop: i 25 milioni al Cagliari per Piccoli (un gol in campionato) e i 16 al Parma per Sohm (inconcludente a centrocampo). A questo si sono aggiunti la crisi di Kean, passato dal ruolo di vice capocannoniere del compagno in azzurro Retegui – con 19 gol – a attaccante da due sole reti. Se l’alternativa sono il già citato Piccoli e il quasi 40enne Dzeko, i conti si fanno facilmente.

Poi la crisi perenne di Gudmundsson, un centrocampo dove il solo Mandragora prova a dare idee, una difesa friabile e un De Gea non più infallibile tra i pali, aiutano a spiegare il contesto. Un contesto in cui Pioli, dopo essersela presa con Allegri (che in estate non piazzava la Fiorentina in zona Champions), non ha trovato soluzioni, fino allo stucchevole balletto dimissioni sì-dimissioni no e al conseguente licenziamento dopo il ko interno con il Lecce del 2 novembre. Paolo Vanoli non ha fatto meglio in termini numerici del predecessore (0,4 punti a match per entrambi) e, se possibile, ha spento ancor più la squadra, come si è visto in Svizzera.

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Tifoseria depressa e stadio non finito

Una depressione che si allarga fino alla tifoseria, incredula per quanto sta accadendo. Sono lontanissimi i tempi in cui si sognava lo scudetto con la proprietà Della Valle e Prandelli in panchina. Non c’è stato più il coraggio di puntare su allenatori emergenti come Italiano e Palladino, autori delle fortune recenti del club. Chi può, prova ancora a ironizzare, ma con un sorriso amaro. I tifosi più accesi, quelli della Fiesole, ne hanno piene le tasche. Quelli più tranquilli, come il Centro Coordinamento Viola Club, hanno fatto sapere di non riconoscersi nella proprietà.

L'allenatore della Fiorentina Paolo Vanoli accanto alla panchina nello stadio Artemio Franchi di Firenze. Vanoli è stato chiamato al posto di Pioli per uscire dalla crisi
Perplesso. L’allenatore della Fiorentina Paolo Vanoli (foto Ansa)

La Fiorentina non è più il simbolo unificante di una città che fatica a ritrovare un’anima, tra eccessi di turismo e brand acchiappa-stranieri. Lo stesso Franchi è il riassunto plastico della situazione. Commisso avrebbe voluto un impianto nuovo e di proprietà, non se ne è fatto nulla. Nella ristrutturazione dello stadio non vuole mettere soldi, a meno che non gli venga garantita carta bianca nella gestione (cosa che non succederà). E i lavori vanno a rilento. Ad agosto 2026 avrebbe dovuto essere pronta la curva Fiesole per i 100 anni del club, invece ritardi vari hanno spostato la data a febbraio 2027, mentre per la riapertura totale dello stadio si prevede uno slittamento al 2029-30. Ma che Fiorentina riaccoglierà?

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