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Fintech, un fenomeno da mettere in conto

luglio 1, 2017 Francesca Parodi

Quali sono i vantaggi dei prestiti concessi dai colossi del web alle piccole e medie imprese? Burocrazia, Big Data e disintermediazione. Il caso Italia

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Da qualche anno banche e società finanziarie si trovano a dover fronteggiare nuovi inaspettati concorrenti: Facebook, Google, Amazon e Apple. Questi grandi operatori, attivi in diversi settori, stanno convergendo sull’offerta di servizi finanziari in aperta concorrenza con il sistema bancario tradizionale. Amazon per esempio, colosso dell’e-commerce, concede prestiti alle piccole-medie imprese iscritte come rivenditori sul portale attraverso la piattaforma Amazon Lending, nata nel 2011.

Funziona così: un algoritmo analizza i dati delle imprese che vendono i loro prodotti su Amazon e invita quelle selezionate a richiedere un prestito (della durata massima di un anno e con alti tassi d’interesse). La cifra viene erogata nel giro di 24 ore direttamente dal bilancio di Amazon e gli importi prestati sono trattenuti automaticamente dal conto delle imprese ogni due settimane, permettendo così al creditore di monitorare l’andamento finanziario delle aziende. In caso di insolvenza, Amazon blocca la merce del venditore in magazzino fino all’avvenuto pagamento. Per il momento questo servizio, che ha già fornito alle Pmi 3 miliardi di dollari dal 2011, è disponibile solo in Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone, ma Amazon punta ad espanderlo anche in altri paesi, tra cui l’Italia. Anche Alibaba, potenza dell’e-commerce in Cina, punta a fornire lo stesso servizio. Sempre in Cina, si è affermato WeChat, un’applicazione di messaggistica dove è anche possibile effettuare pagamenti online e in negozio. In Occidente, Google è entrato nel mondo dei pagamenti con Google Wallet, seguito tre anni dopo da Android Pay. Facebook e Twitter hanno abilitato i loro utenti a scambiarsi denaro mentre chattano e Facebook ha ottenuto in Irlanda la licenza di emettere una moneta elettronica.

Si tratta del mondo del cosiddetto Fintech (“finanza” e “tecnologia”), ovvero una branca dell’economia che digitalizza il sistema bancario e finanziario per puntare a una maggiore efficienza. Come spiega a Tempi Marco Giorgino, docente di Finanza alla School of Management del Politecnico di Milano e responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Finance, i vantaggi per le imprese che accedono a questi servizi «si traducono in termini di: costi, nettamente inferiori rispetto a quelli di una struttura bancaria; velocità, in quanto l’utente può avere una risposta affermativa da chi offre il servizio di finanziamento e la relativa erogazione nel giro di uno o due giorni; fruibilità, dal momento che ogni operazione si svolge attraverso device. In sostanza, meno burocrazia e più disintermediazione». Questi grandi operatori sfruttano a loro vantaggio l’altissimo numero di utenti iscritti avendo già a disposizione nel proprio database tutte le informazioni delle aziende. Mentre le banche devono investire tempo e denaro nella valutazione del rischio di credito, queste società tecnologiche possono tenere costantemente monitorato lo stato di salute delle imprese clienti.

Non ci sono solo i colossi tecnologici a puntare questa fetta di mercato: «Stanno emergendo nuove start up fintech specializzate. Alcune operano autonomamente, altre si integrano con grandi player del web e dell’e-commerce, come Lending Club, accessibile direttamente sul proprio sito o attraverso Apple o Amazon». Nel rapporto di gennaio 2017, l’Osservatorio Digital Finance ha censito circa 730 start up fintech internazionali, nate a partire dal 2011, che abbiano ottenuto almeno un finanziamento negli ultimi due anni e raccolto almeno 1 milione di dollari all’avvio. È emerso che sul totale di 26 miliardi di dollari di finanziamenti, il 60 per cento (circa 15 miliardi di dollari) è raccolto da start up attive nei servizi di banking (bank account, pagamenti e prestiti), anche se si sta cominciando a guardare anche ad altri ambiti come i big data e la security.

Rischio insolvenze
In Italia, tra le start up fintech più famose, c’è Credimi, che anticipa il pagamento delle fatture. Sul loro sito spiegano che è sufficiente creare un account e caricare una fattura sulla piattaforma, e per iscrivere la propria azienda «bastano pochi minuti e un documento d’identità. Niente scartoffie o documentazione fiscale, non si devono fornire garanzie o ottenere linee di credito». Altrettanto utilizzata è BorsadelCredito, una piattaforma di peer to peer (cioè prestiti tra privati) che mette in contatto i prestatori (banche, persone o società) e i soggetti che richiedono un credito. «Queste nuove start up fanno valutazioni approfondite, sono rapide ed efficienti» spiega Giorgino. «Dovremmo interrogarci su quali attori finanziari offrono un sistema snello e in grado di competere sul mercato». Ma è ancora presto per fare previsioni: «Si tratta di un fenomeno in espansione, per il momento il Fintech ha una dimensione ancora contenuta». È della stessa opinione Paolo Sironi, Ibm Thought Leader and Author Fintech Innovation. «Le banche hanno una struttura più macchinosa e la loro redditività si basa soprattutto sulla vendita di prodotti bancari. Faticano invece a fornire servizi che tengano testa a questi nuovi operatori».

Il target di questi servizi è rappresentato principalmente dalle piccole-medie imprese: «Parliamo di un numero di transazioni molto elevato, ma i singoli importi sono bassi. Per questo non sono le grandi imprese a rivolgersi a questi servizi, ma piccole aziende», spiega Giorgino. Di conseguenza, il rischio di insolvenza comporta impatti contenibili. «Inoltre, la valutazione del rischio è fatta sulla base di un set di informazioni molto ampio, provenienti anche dal mondo dei cosiddetti big data. Quindi non mi aspetterei delle insolvenze significative. Poi, ovviamente, in un portafoglio di credito ampio ci saranno delle perdite fisiologiche da remunerare con il risparmio di costi e con i margini sulle altre transazioni».

I sistemi tradizionali, tra le loro varie limitazioni fisiologiche, hanno appunto a loro svantaggio il fatto di non sfruttare i big data. Come emerge dalla ricerca dell’Osservatorio, i big data (informazioni provenienti anche dalla navigazione in internet degli utenti) vengono analizzati prevalentemente nel marketing e nelle relazioni con la clientela e hanno obiettivi descrittivi e predittivi (servono a “profilare” il cliente e il suo comportamento), ma non sono ancora pienamente sfruttati. Come spiega Giorgino, per valutare il rischio di credito di un’azienda (uno dei processi fondamentali di una banca) vengono utilizzate informazioni tradizionali come bilanci, bilanci prospettici e aspettative, «eppure i big data, di cui disponiamo in enorme quantità, sarebbero utilissimi anche in questo ambito».

Alla radice, «sta cambiando il modo di fare business, in particolare nel sistema distributivo». Come ha sostenuto anche il presidente della Consob Giuseppe Vegas nella sua relazione annuale dello scorso maggio, le banche devono adeguarsi al cambiamento per poter sopravvivere in un contesto che è profondamente mutato negli ultimi anni. Ha inoltre ricordato che serve una nuova regolamentazione specifica (oggi assente) che sia uguale sia per il sistema tradizionale sia per i nuovi operatori fintech. «Una nuova normativa potrà spingere le banche a trasformarsi sia al proprio interno sia nel modo di interagire con il mercato per competere con altri operatori agguerriti» dice Sironi. «In alcuni paesi sono stati creati degli appositi spazi dove testare soluzioni regolatorie, non ancora in linea con la normativa vigente, per trovare l’equilibrio ottimale. È comunque fondamentale che la Consob ottenga il pieno supporto del legislatore, ovvero del parlamento, per poter promuovere l’innovazione nel nostro paese».

Rapporto di fiducia
«Sono convinto che, più che concorrenza, ci saranno delle integrazioni», sostiene Giorgino. «Alla fine le grandi banche troveranno degli accordi con le start up fintech per arrivare a vantaggi reciproci». Come ricorda anche Sironi, in Italia (che in questo campo è indietro rispetto a Stati Uniti, Inghilterra e mondo scandinavo) ci sono grandi realtà che hanno avviato accordi di partnership o promuovono iniziative di collaborazione, come Banca Sella, Azimut o Intesa San Paolo.

Non tutti concordano: Paolo Preti, docente di Organizzazione delle piccole e medie imprese all’Università Bocconi, non crede che il fintech si radicherà in Italia. La nostra economia si basa principalmente sulle piccole-medie imprese e queste, più che rivolgersi alle grandi banche nazionali o a società online, preferiscono richiedere finanziamenti alle banche popolari o di credito cooperativo, che hanno una tradizione centenaria e sono radicate sul territorio. «C’è un rapporto di fiducia reciproco e spesso anche personale tra il direttore della banca e il titolare dell’azienda. Le soluzioni digitali possono funzionare per imprese già iscritte sulle piattaforme, per esempio i rivenditori di Amazon, ma perché le altre dovrebbero rivolgersi all’online? La disintermediazione è davvero così conveniente?».

Foto Ansa

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