Finkielkraut: «Ebrei e cattolici ormai sono sulla stessa barca»

L’intellettuale Alain Finkielkraut è stato aggredito con insulti antisemiti da alcuni gilet gialli: «L’arroganza ha cambiato campo. L’uguaglianza regna e ha il sapore della morte»

Sabato Alain Fienkielkraut, filosofo e accademico di Francia, ha subìto un’aggressione verbale a sfondo antisemita da parte di alcuni partecipanti alla manifestazione dei gilet gialli nel quartiere di Montparnasse a Parigi. Le forze dell’ordine lo hanno allontanato e messo al riparo mentre un gruppo di persone continuava a insultarlo da lontano.

Finkielkraut, che ha dichiarato di non voler sporgere denuncia per i fatti, richiesto se avesse potuto comprendere che tipo di persone si opponevano a lui, ha affermato che si trattava di soggetti «difficili da collocare politicamente (…) un misto di gente delle banlieue, dell’estrema sinistra e forse anche dei soreliani (fan del polemista antisionista Alain Soral, nda). Mi stupirebbe se fra loro ci fossero stati dei gilet gialli della prima ora, perché io sono uno dei pochi intellettuali ad aver sostenuto il movimento ai suoi inizi».

GILET GIALLI CORROTTI DAI MEDIA

Il caso ha voluto che proprio alla vigilia della manifestazione nel corso della quale è stato aggredito Finkilekraut avesse rilasciato un’ampia intervista sui gilet gialli e sull’antisemitismo che è apparsa su Le Figaro. Alcuni brani sono particolarmente suggestivi. In uno paragona la violenza delle ultime manifestazioni al golem, il mostro artificiale della mitologia ebraica:

«Le manifestazioni odierne sono come il Golem: esso avanza, marcia, devasta senza riguardi per niente e per nessuno. I commercianti implorano pietà, i pubblici ufficiali si strappano i capelli, l’opinione pubblica è esasperata, ma non si trova più la formula per fermarlo».

Sull’involuzione del movimento dei gilet gialli avanza una riflessione:

«Qualche anno fa un’amica giornalista mi ha confidato, sorridendo, che si sente più prossima a un londinese o a un berlinese che a un abitante di Limoges. Sono rimasto disgustato di questa tranquilla confessione. Non immaginavo che i progressisti delle metropoli “smart” assumessero la loro condizione apolide con una tale serenità e tenessero in così scarsa considerazione i “burini” della cintura urbana, delle città medie e della campagna. Il movimento dei “gilet gialli” è Limoges, ma è anche Villeneuve-sur-Lot, Dieppe, Issoudun o Paimpol, che sono diventate visibili a tutti coloro che avevano occhi solo per le città-mondo e per i migranti. I “somewhere” (le persone che appartengono a un luogo) hanno fatto in modo che gli “anywhere” (i cosmopoliti) si ricordassero di loro. I “deplorevoli” hanno rialzato la testa. Gli emarginati della nuova economia e degli aiuti sociali hanno fatto sentire la loro voce, hanno temporaneamente trasformato le rotonde, questi centri nevralgici dell’epoca dei flussi, in piazze del villaggio, e mi sento oggi come ieri solidale a questa protesta. Ma le cose si sono guastate molto in fretta. Questa Francia trascurata e spesso disprezzata è passata di colpo dall’ombra alla luce e le sfilate settimanali sono state filmate integralmente come le tappe del Tour de France. I diversi leader di questa rivolta proteiforme sono stati accolti a braccia aperte in tutti gli studi televisivi. Sono diventati star del piccolo schermo. Questa promozione gli ha dato alla testa e l’arroganza ha cambiato campo. La para-infermiera Ingrid Levavassuer, così sincera ed emozionante alla sua prima apparizione, scruta, tre mesi più tardi, il primo ministro con una smorfia di disgusto e lo tratta come una nullità. Questa corruzione mediatica di un movimento salutare ha qualcosa di disperante».

«L’ANTISEMITISMO VIENE DA MAGHREB E TURCHIA»

Le parole sull’antisemitismo, poi, hanno qualcosa di profetico:

«Gli atti di antisemitismo sono aumentati del 74 per cento nel 2018. Se non fossero stati visti certi elementi dei “gilet gialli” fare il gesto della “quenelle” (una specie di saluto nazista, ndr) o altri associare i nomi di Macron e di Rothschild, (…) queste cifre sarebbero probabilmente passate inosservate. (…) Ma non è colpa dei “gilet gialli” se la Francia conosce oggi quella che Édouard Philippe ha definito una “alya interna” (l’alya è l’emigrazione degli ebrei verso Israele, ndr). Gli ebrei francesi lasciano in numero sempre maggiore i comuni di banlieue dove la loro vita diventa infernale per trasferirsi in certi quartieri di Parigi o per… Limoges, appunto. Un antisemitismo venuto dal Maghreb, dalla Turchia, dal Medio Oriente, dall’Africa e dalle Antille si impianta in Francia, e ne avremo per tanto tempo. (…) Non sono stati i “gilet gialli” che hanno segato i due alberi piantati in memoria di Ilan Halimi (un giovane di origine ebraico-marocchina rapito, torturato e ucciso nel 2006, ndr) nel luogo dove era stato ritrovato agonizzante. Tanto meno fanno riferimento alla sfera del fascismo gli esaltati che hanno etichettato la ex giornalista di Charlie Hebdo Zineb El Rhazoui come “puttana degli ebrei” perché dopo l’attentato di Strasburgo ha osato dichiarare: “Bisogna che l’islam si sottometta alla critica! Che si sottometta all’umorismo!”».

«EBREI E CATTOLICI SULLA STESSA BARCA»

A una domanda sull’antisemitismo dell’estrema destra Finkielkraut risponde: «Per capire bene quello che succede, bisogna collegare le aggressioni antisemite alle profanazioni di chiese e agli altri atti anti-cristiani che pure conoscono, al giorno d’oggi, una crescita esponenziale. Che non ci si venga a riproporre, per favore, il paragone con gli anni Trenta: in Francia, nel XXI secolo, gli ebrei e i cattolici sono sulla stessa barca».

«L’UGUAGLIANZA HA IL SAPORE DELLA MORTE»

Finkielkraut poi rilancia l’allarme sulla degenerazione del discorso democratico che è conseguenza delle nuove tecnologie: «Dieudonné e Soral (polemisti antisionisti, ndr) hanno fatto un sogno: riunire una Francia nera, bianca e maghrebina attorno all’odio per gli ebrei. Questo sogno rischia di essere il nostro peggiore incubo, poiché viviamo nell’era delle reti sociali. In questo nuovo mondo le inibizioni sono tolte, ciascuno si lascia andare e viene a pescare, al posto della verità, la menzogna che risponde alla sua attesa. La stampa tipografica aveva reso possibile la democratizzazione della cultura. Lo schermo interattivo opera la sua sostituzione. Tutte le grandi distinzioni del vero e del falso, del bello e del brutto, dell’alto e del basso, della barbarie e della civiltà sono abolite. L’uguaglianza regna ed essa ha il sapore della morte».

Non meno sferzanti le parole sulla crisi della convivenza sociale, che in francese si indica con l’espressione “vivre-ensemble”: «Il termine “vivre-ensemble” è stato inventato per mascherare la scomparsa della cosa. A parte qualche associazione militante, questo termine non inganna più nessuno. C’è più di una Francia, nella realtà, e l’alleanza terranoviana (da Terra Nova, un think tank di sinistra liberal francese, ndr) fra le metropoli e i quartieri è un fantasma che la realtà si incaricherà presto di annientare».

Foto Ansa