Fin qui l’unico a uscire inguaiato dal Russiagate è Obama

Il Wall Street Journal: ora tocca all’ex presidente spiegare fino a che punto sapesse dello spionaggio del suo governo nei confronti dell’avversario Trump

Barack Obama

Una cosa che molti giornali italiani si dimenticheranno di sottolineare, a proposito del cosiddetto Russiagate, ovvero del colossale flop di una indagine tenuta in piedi per quasi due anni allo scopo (mancato) di dimostrare la presunta collusione fra Donald Trump e l’orrido Putin, è che in realtà qualcosa il procuratore Robert Mueller lo ha effettivamente provato. Non però le trame segrete con cui i democratici speravano di allestire un clamoroso impeachment per Trump, bensì un inquietante «abuso di potere» da parte di certi funzionari del governo più bello e buono del mondo, quello di Barack Obama.

Come ha fatto presente l’assistant editor del Wall Street Journal, James Freeman, in un commento uscito nell’edizione di ieri dell’autorevole quotidiano americano, la vera anomalia dell’epoca in cui secondo la vulgata liberal avrebbe dovuto aver luogo la presunta “connection” fra gli emissari di Trump e quelli di Putin, è piuttosto il fatto che diversi zelanti impiegati e collaboratori della Casa Bianca abbiano “attenzionato” in maniera a dir poco sospetta lo staff di un aspirante presidente del fronte politico avversario. Perciò, a parte continuare a rimpiangere il loro paladino Obama, forse è ora che i giornali suoi ammiratori (cioè praticamente tutti i giornali degli Stati Uniti), ma anche la politica e la giustizia, chiedano conto all’ex presidente di questi fatterelli non proprio trascurabili.

Scrive Freeman:

«Il rapporto Mueller conferma che l’amministrazione Obama, senza prove, rivolse i mezzi di sorveglianza del governo federale contro la campagna presidenziale del partito che non esercitava il potere. Questo storico abuso di autorità dell’esecutivo potrebbe essere stato approvato dal presidente Barack Obama oppure no.

È ora che Mr. Obama, che curiosamente non viene citato spesso nelle cronache sullo spionaggio del suo governo nei confronti della campagna di Trump del 2016, dica quanto sapeva e quanto non sapeva riguardo a questo attacco agli avversari del suo partito».

Freeman ricorda poi che anni fa Obama, da semplice avvocato dell’Illinois candidato al Senato degli Stati Uniti, si era speso molto, almeno a parole, contro il Patriot Act di Bush e la difesa degli spazi di libertà e di privacy dei cittadini americani. Dunque, il tema di un candidato presidente di fatto messo sotto controllo da un governo di parte avversa avrebbe dovuto e dovrebbe tuttora interessarlo parecchio.

«È ora che questo avvocato e sedicente appassionato difensore dello stato di diritto fornisca una spiegazione riguardo alle azioni di un pezzo troppo zelante del suo esecutivo. Se non è venuto a conoscenza delle intercettazioni prima del fatto compiuto, quando esattamente lo ha scoperto e in quale modo ha reagito?».

Obama, continua l’editorialista del Wall Street Journal, non è mai sembrato credere alle accuse di collusione tra l’entourage di Trump e Mosca. Tanto è vero che le critiche dell’ex presidente nei confronti del successore non hanno mai riguardato il cosiddetto Russiagate, bensì l’immigrazione o altro. Del resto, se così non fosse avrebbe lasciato la Casa Bianca tanto facilmente nelle mani di un traditore della patria?

Ancora Freeman:

«Se Mr. Obama non ha mai creduto alla teoria del complotto, allora la domanda è perché abbia appoggiato o anche solo consentito l’utilizzo dei mezzi di sorveglianza federali contro il partito che non esercitava il potere – minacciando in tal modo il processo democratico, che è il cuore della grandezza del nostro paese.

Obama ha margini per negare qualunque conoscenza dei dettagli di questo abuso del potere di controllo, vista la versione resa al Congresso dal suo direttore dell’Fbi – sempre che qualcuno riesca a credere a quella versione.

Il minimo in assoluto che Obama deve a questo paese è una spiegazione degli atti compiuti dal suo governo con l’obiettivo di spiare una campagna presidenziale».

Foto Ansa