Femministe in cortocircuito sulla maternità surrogata. Forse non è poi tanto vero che “l’utero è mio”

La “Lobby delle donne svedesi” si scaglia contro la «schiavitù» dell’utero in affitto: la libera scelta sul corpo «non è assoluta». Tranne che in caso di aborto

Il corpo è mio e lo gestisco io. Così le femministe di tutto il mondo hanno sempre difeso quello che loro chiamano il sacro “diritto all’aborto”. Ora che l’utero in affitto sta prendendo sempre più piede in Europa e nel mondo, però, anche le femministe sentono il bisogno di rivedere i termini delle loro parole d’ordine per non finire sfruttate.

CORPO DELLE DONNE. Succede così che la “Lobby delle donne svedesi” (Sveriges Kvinnolobby) abbia rilasciato un documento per «opporsi con fermezza alla maternità surrogata», pratica che realizza «un commercio del corpo delle donne e dei bambini». In Svezia l’utero in affitto è illegale ma le cose potrebbero cambiare la prossima estate, quando uscirà un’indagine del governo su questo tema. Il Consiglio etico svedese si è già detto favorevole all’approvazione della «maternità surrogata altruistica», quella cioè in cui una donna, almeno in teoria, si rende disponibile a prestare il suo utero a terzi e a sottoporsi a una gravidanza senza farsi pagare. La Lobby ha già bollato questa possibilità come una presa in giro che porta all’inevitabile «commercializzazione».

NUOVA SCHIAVITÙ. Per le femministe svedesi manca in sostanza «la prospettiva dei diritti umani»: «Nella maggioranza dei casi di maternità surrogata, i compratori vengono dai paesi occidentali e le donne surrogate dal terzo mondo o dai paesi in via di sviluppo. (…) Diventare una madre surrogata è un modo per le donne in posizioni sociali vulnerabili di vendere ciò che i diritti umani fondamentali dovrebbero impedire che venga venduto: il proprio corpo». È inammissibile che le donne vengano trattate «come schiave» nel nome «del diritto di avere un figlio, che non è un diritto umano e non dovrebbe essere trattato come tale». Ecco perché «bisogna porre fine all’industria della maternità surrogata che riduce il corpo della donna a un contenitore!».

C’È SCELTA E SCELTA. Tutto condivisibile, ma come la mettiamo con la libera scelta delle donne, che possono fare quello che vogliono del proprio corpo? Secondo la Lobby delle donne svedesi, «è altamente problematico parlare di libera scelta» in questo caso perché le donne «non possono vendere il proprio diritto all’integrità del corpo». E questo perché «è vietato stipulare un contratto che preveda un crimine, come l’omicidio, oppure firmare un accordo in cui una persona si vende come schiava ad un’altra». Non solo, è vietato «anche se entrambe le parti sono nel pieno possesso delle loro facoltà».

PUNTI DI VISTA. Il ragionamento delle femministe non fa una grinza ma è davvero difficile capire come la Lobby delle donne svedesi riesca a conciliare il suo pensiero con lo sbandierato diritto all’aborto. Proprio in estate le femministe sono scese in piazza insieme alla Lobby delle donne europee, di cui fanno parte. L’obiettivo era difendere il «diritto all’aborto», che si fonda sul «diritto umano fondamentale [delle donne] di prendere decisioni sulla propria vita e sul proprio corpo». E allora? Allora dipende tutto da chi ci rimette: se le femministe diventano vittime dei loro stessi princìpi, la libera scelta sul proprio corpo «non è assoluta», se invece ci rimette la vita solo un bambino è «un diritto umano fondamentale».