Fantasmi d’America (e Ulivi d’Italia)

Tutto come previsto: Gore vs. Bush. Ma c’è uno spettro che si aggira per l’America: la “moderazione ideologica”. Si è materializzato nella bolla d’aria mediatica del fenomeno McCain e somiglia tanto al moralismo della sinistra veltroniana italiana. Come acchiappare un fantasma che minaccia la libertà? Quasi un decalogo di politica liberal, cioé cattolica

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Dunque, la stagione delle primarie è praticamente esaurita e i risultati sono in sintonia con le attese degli osservatori: Gore contro Bush. Il fenomeno McCain si è sgonfiato alla stessa velocità con cui era stato creato. Il partito Repubblicano e quello Democratico sono sopravvissuti al tentativo di distruggere le coalizioni che garantiscono loro i voti.

Una premessa, aspettando Al Gore Premetto che molte delle mie considerazioni che qui di seguito esporrò, mi derivano dalle esperienze che ho vissuto negli ultimi tre anni a New York City con un gruppo di liberal americani appartenenti al mondo accademico, letterario, della comunicazione e a organizzazioni politiche. Sono uomini e donne che si identificano come di sinistra, come liberal secolari, e che si chiedono quale sarà il futuro del liberalismo americano dopo il riallineamento politico degli anni Reagan-Bush-Gingrich. Secondo loro l’elezione di Clinton sembrava aver fornito una nuova opportunità al liberalismo, ma ben presto è divenuto chiaro che non sarebbe stato così. Molti di loro pensano oggi che Clinton non sia un liberal, ma solo un politico opportunista, e hanno combattuto duramente per prevenire il suo impeachment solo perché erano terrorizzati da ciò che avrebbe potuto significare una vittoria della “morale repubblicana o della destra cristiana” (ricordo che una di questi amici liberal, una femminista, mi disse: “Mi vergogno a dirlo, ma vista l’alternativa, mi schiero con Clinton e i pornografi…”). Così ora i miei amici puntano su Al Gore e si augurano che venga eletto lui alla Casa Bianca per riparare i danni che Clinton ha causato al neoliberalismo.

“Datemi la moderazione, o datemi la morte”
Nonostante sia stato ridimensionato dal voto delle primarie, il fenomeno McCain ha svelato quale potrebbe essere la filosofia politica del nuovo secolo. È stato questo a spingere i sondaggi di opinione a inquadrare il problema che ha permesso oggi a molti americani di definirsi “ideologicamente moderati”, preferendo questo termine a “liberal” e a “conservatori”. Questa nuova ideologia fornisce una dimora politica ai mistici della “non collocazione”, poiché racchiude in una filosofia politica il rifiuto di approfondire e di giudicare. La moderazione ideologica è la capacità di essere totalmente e beatamente al di sopra di tutti i problemi concreti, l’ideologia del non pensare, l’impegno del disimpegno, il partito apartitico.

Non sono stato l’unico a notarlo. Qualche settimana fa il “The New Yorker” ha pubblicato un fumetto che raffigurava una versione moderna di Patrick Henry, uno dei leader della Rivoluzione americana contro la Gran Bretagna e autore del famoso motto: “Datemi la libertà o datemi la morte”. In questa caricatura si vede un leader politico apparentemente impegnato in una campagna elettorale, con il braccio alzato in un gesto drammatico, mentre esclama: “Datemi la moderazione o datemi la morte”. È buffo… ma anche triste: è questo che significa oggi la devozione americana per la libertà? Da Patrick Henry alla moderazione ideologica? Lezione americana n°1: libertà come tensione ideale Il libro The Story of American Freedom dello storico Eric Foner inizia così: “Nessuna idea è più fondamentale della libertà per l’autocoscienza degli americani come individui e come nazione. Il termine centrale nel nostro vocabolario vocabolario politico… è profondamente incastonato nelle testimonianze documentarie della nostra storia e nel linguaggio della vita quotidiana. La Dichiarazione di Indipendenza elenca la libertà tra i diritti inalienabili dell’uomo; la Costituzione proclama come suo obiettivo quello di garantire i benefici della libertà. La Guerra Civile fu combattuta per produrre una ‘rinascita di libertà’, la seconda guerra mondiale per le ‘quattro libertà’ e la guerra fredda per difendere il mondo libero… Se chiedessi loro di giustificare le proprie azioni, pubbliche o private, gli americani probabilmente risponderebbero: ‘È un paese libero’”.

Naturalmente, se chiediamo di definire cosa significhi libertà troveremmo altrettante definizioni quanto i diversi desideri e paure. La maggior parte direbbe: “La libertà è la capacità di fare ciò che desidero, e anche la protezione da ciò che altri individui possono desiderare e che potrebbe minacciare la mia libertà”.

Il che sottolinea un punto importante: la storia americana non segue una particolare definizione di libertà. Al contrario, la storia americana andrebbe vista come una tensione, un compromesso, come pure una competizione, o una lotta spesso anche violenta tra diverse concezioni di libertà. Ciò che è comune a tutte è la attrazione radicale dell’ideale stesso: tutti concepiscono la libertà come l’ideale o il valore con il quale giudicare la corrispondenza con l’identità nazionale e la missione di tutte le correnti di azioni politica proposte.

Lezione americana n°2: libertà come dimensione politica Foner scrive della libertà degli Stati Uniti come un “concetto essenzialmente contestato”. Con ciò intende un concetto che per la sua stessa natura è oggetto di disaccordo. Esso presuppone automaticamente un dialogo in corso con gli altri raggruppamenti in competizione. Ciò che unisce il paese politicamente, allora, è un accordo nel seguire le regole per la competizione tra le differenti forme di libertà, come pure un accordo sul modo di cambiare le regole quando è necessario.

L’esperienza americana dimostra che la concezione americana della libertà è cambiata più volte, ma il dibattito stesso ha tentato di focalizzarsi su alcune dimensioni dell’idea. Foner elenca le seguenti cinque dimensioni dell’idea di libertà:
1) libertà politica come diritto di partecipazione agli affari pubblici;
2) libertà come esistenza delle libertà civili connesse al concetto dei diritti individuali 3) libertà come capacità di agire in accordo con le norme etiche (che nella storia americana sono associate al cristianesimo) 4) libertà personale, come la capacità di scegliere il proprio bene individuale liberi da coercizioni esterne 5) libertà economica, come la capacità di partecipare delle relazioni economiche e stabilire il prezzo per il proprio lavoro Lezione americana n°3: libertà come reinvenzione del mondo Queste dimensioni della libertà conducono a un altro filo conduttore del dibattito americano, ossia la libertà come partecipazione all’autorità politica. Inizialmente questo diritto fu limitato ai possessori di proprietà, escludendo le donne e i non bianchi (neri, indiani, asiatici). Una delle linee principali di sviluppo storico della libertà in America è stato il processo di estensione, attraverso una serie di conflitti (inclusa naturalmente una guerra civile) di questo diritto a fasce sempre più larghe di cittadini. La Rivoluzione americana diede inizio a questo processo di “democratizzazione della libertà”, malgrado inizialmente i ribelli si appellassero ai principi britannici per sostenere la loro causa. Allorché l’Inghilterra ignorò il loro appello, i pionieri cominciarono a vedere l’America come l’alfiere della ricerca della libertà da parte dell’uomo. Pensate solo alle parole del famoso pamphlet di Thomas Paine, “Common Sense”: “Uomo che vivi… stai in guardia! Ogni luogo del vecchio mondo è invaso dall’oppressione! La libertà è stata scacciata da trutto il globo. L’Asia e l’Africa l’hanno espulsa da tempo; l’Europa la considera una straniera, e l’Inghilterra le ha dato gli otto giorni. Accogli i fuggitivi, e prepara in tempo un asilo per l’umanità”.

Questo appello all’umanità doveva portare all’appello, contenuto nella Dichiarazione d’Indipendenza, ai “diritti naturali” alla base della libertà, e il tentativo americano fu visto come una lotta di dimensioni mondiali. Come disse James Madison, colui che tracciò le linee della Costituzione, l’America è diventata un “laboratorio di libertà per il mondo civile”, o come sostenne lo stesso Thomas Paine, “Abbiamo in nostro potere di cominciare il mondo daccapo”.

Lezione americana n°4: libertà come sfida allo stato di cose ereditate e presenti Se questo pur superficiale panorama descrive la cornice in cui si collocano le fasi iniziali del dibattito americano sulla libertà, quali furono le forze iniziali che favorirono la sua espansione fino a includere e rafforzare altre dimensioni di libertà? Direi che furono queste: la sfida dello schiavismo, l’espansione verso Ovest, l’arrivo di emigranti estranei al mondo anglosassone, specialmente di emigranti cattolici provenienti da Irlanda, Italia e Europa dell’Est, i mutamenti economici portati dalla rivoluzione industriale, la crescente militanza delle donne che rivendicavano i propri diritti, come pure, naturalmente, gli eventi a livello mondiale che hanno avuto un impatto sul commercio globale americano. Ciascuno di questi fattori ha contribuito allo sviluppo dell’idea di libertà in America. Ma è importante ricordare che, a mio parere, fino ai giorni nostri è stato possibile trattare e accogliere cambiamenti da queste sfide senza distruggere totalmente la struttura iniziale basata sull’ethos protestante anglo-americano.

Lezione americana n°5: libertà come competizione, conflitto, fiducia nella realtà
Tutto ciò ha condotto all’invenzione di un nuovo paese che non è basato su una tradizione culturale, etnica o regionale, ma su un ideale, un ideale umano che è intrinsecamente conflittuale. In effetti questo processo di conflitto o competizione è diventato, paradossalmente, la forza unificatrice di questa “repubblica della mente”, come la definiva Rousseau. Oggi il problema è rimasto immutato: noi non siamo in grado di comprendere la vita, la religione e nemmeno la politica estera americana, senza tenere a mente tale conflitto, che nella ricerca di un ideale, viene alimentato e sostenuto dalla speranza nella capacità del paese di reggere la sfida di allargare e difendere la libertà, la speranza nel cosiddetto “sogno americano” (anche se in concreto il sogno ha molte varianti fra i cittadini), dalla fiducia nella sostanziale equità delle “regole del gioco”, ma soprattutto dalla fiducia nella possibilità stessa di esistere dell’ideale della libertà.

Lezione americana n°6: libertà come “concetto essenzialmente contestato”
È importante dunque capire che nell’insieme, la divisione fra conservatori e liberal americani, non si è basata sulle differenze dogmatiche e filosofiche. Il dibattito americano sulla libertà non è mai stato alimentato da sistemi filosofici . Al contrario, si è andato definendo attraverso concrete contingenze, concrete sfide al contesto di fondo, rappresentato, anche nelle sue forme secolari, dall’ethos della teologia protestante. Quest’idea di libertà come “concetto essenzialmente contestato” impedisce una predominanza ideologica, e così tanto i conservatori quanto i liberal americani hanno accettato i termini del dibattito. La differenza fra loro si trova per lo più nella particolare “importanza” dei differenti interessi in conflitto, favoriti dagli uni o dagli altri. In termini manifestamente troppo generici si potrebbe dire che i conservatori hanno teso a trovare la garanzia delle loro visioni nell’ideale della libertà economica, mentre i liberal hanno fatto propria la causa di quanti erano rimasti esclusi da una loro interpretazione troppo rigida.

Lezione americana n°7: libertà come antibiotico contro il pus moralista Tornando al caso politico che ha suscitato tanta curiosità anche fuori dagli Stati Uniti, penso che il “fenomeno McCain” sia stato creato in gran parte dai media. Però il suo appello alla cosidetta “riforma morale” è assai popolare per la paura che le questioni concrete possano dividere l’elettorato – la ‘moderazione ideologica’ – per il timore di avere una posizione concreta sul significato e sullo scopo della vita. Ecco il problema: se la ricerca americana della libertà si è sviluppata e si sviluppa ancor oggi nonostante la crisi della fede riformata, in un contesto determinato in gran parte dalle idee di virtù e successo economico proprie del protestantesimo, il moralismo attuale è protestantesimo senza fede e proprio da questo moralismo l’Occidente moderno ha preso forma. È la tragedia di una cultura generata dalla mancanza di fiducia nella ragione tipica dei protestanti. Ed è la storia moderna dell’Occidente dopo il crollo dell’unità cattolica. Incapace di rispondere alle critiche del secolarismo e alle sfide del pluralismo multi-culturale, il protestantesimo può solo degenerare nel moralismo della moderazione ideologica o nell’intolleranza di una morale che non è fondata sulla nostra comune umanità.

Lezione americana n°8: libertà come realismo contro la delicatezza mortifera Naturalmente la politica non dovrebbe essere separata dalla morale. I guai arrivano quando la politica diventa morale o quando la morale pretende trasformarsi in politica. Così è nato il moralismo sociale o politico. Cos’è la morale? La morale è la fedeltà al vero. E il vero è l’attrazione della realtà. Ma quando uno non crede più nella capacità umana di conoscere la realtà, cosa accade alla moralità? Accade che si riduce a sentimentalismo, un sentimentalismo che alla fine uccide perché non potendo più appoggiarsi alla realtà, si sostiene solo grazie al potere. La politica, che è un modo per revocare il potere di una società, trasforma il senso morale in uno strumento di potere. Questo è moralismo. La grande scrittrice americana Flannery O’ Connor vide bene cosa stava succedendo quando osservò che oggi ci governa una delicatezza mortifera, perché sebbene siamo ‘più sensibili’ ai valori umani, non riusciamo più a vedere bene la realtà come un tempo. ‘Abbiamo una sensibilità più delicata, ma vediamo di meno’ diceva Flannery. Mi torna in mente don Giussani quando diceva ai suoi studenti: “Vedo le stesse cose che vedete voi, ma vedo di più”. Una politica morale è quella aperta alla ricerca del vero, aperta alla manifestazione della realtà in tutte le sue dimensioni. Ciò che oggi viene chiamata “politica morale” è in realtà il suo esatto contrario: un moralismo che restringe la nostra visione della realtà”
L’istruttivo caso della cucaragia a un convegno di galline Racconto un aneddoto. Tempo fa stavo guardando alla televisione con i miei amici un’intervista con un famoso scrittore inglese il quale, avendo solo poche settimane di vita, esprimeva il suo disperato desiderio di avere il tempo di terminare il suo ultimo lavoro. Sarebbe stato il suo monumento funebre, diceva. Durante l’intervista, questo notevole personaggio beveva una medicina a base di morfina per lenire i suoi dolori. Tutti erano colpiti dalla sua passione per il suo lavoro malgrado la sua condizione ormai alla fine. Questo era tutto ciò che chiedeva alla vita, dal momento che andava incontro alla morte con ammirevole serenità, desiderando abbandonarsi al destino che lo attendeva, quale che fosse, poiché non aderiva a nessuna fede religiosa. Di fatto, morì appena due settimane dopo l’intervista, ma fortunatamente riuscì a terminare la sua opera. Dopo aver visto il programma, cominciammo a parlarne. Ciascuno, in un modo o nell’altro, diceva di essere fortunatamente commosso e colpito dal modo con cui quest’uomo si apprestava alla morte, e lo lodava per la sua eroica devozione al proprio lavoro. Quest’uomo, dicevano, mostra la grandezza dello spirito umano. Un vescovo anglicano (sì, ce n’era uno presente alla discussione – era deliziosamente Anglo – a meno che non fosse stato noleggiato per recitare la parte e garantire il successo della serata) sciorinò ogni genere di banalità religiose e spirituali sulla vita e sulla morte. Poi l’ospite mi chiese cosa pensassi, e ovviamente tutti erano in attesa dell’opinione di questo fisicamente imponente Monsignore con un buffo nome latino che rappresentava in tutto e per tutto la Chiesa Cattolica. Io naturalmente mi sentivo come una cucaragia (insetto prelibato dagli animali da cortile ndr) ad un convegno di galline. Così dissi loro, per stupirli, che ero molto triste, molto depresso per quello che avevo visto. Mi chiesero come mai: l’atteggiamento di quell’uomo verso la vita e la morte era edificante, eroico, un esempio di maturità spirituale per tutti, insistevano. “Forse è così, ho risposto, ma alla fine è morto. Se n’è andato. Sono triste per questo. Sono depresso perché malgrado tutta questa forza spirituale, questo eroismo, è morto. Non potrò mai incontrarlo. Lo rimpiango”. Come potevo dire questo, ribattevano, proprio io che da religioso credevo nella vita dopo la morte, in Dio, nello spirituale? Io ho insistito nel dire che malgrado tutte queste cose in cui credevo, la sua morte era una cosa triste, una tragedia; che concetti come la vita oltre la morte, lo Spirito, persino Dio, non potevano togliere il fatto che questo uomo particolare, interessante, affascinante, unico e irripetibile, era morto, il fatto che io non avrei più potuto incontrarlo come appariva da vivo, in quell’intervista. Non mi appaga la sopravvivenza dello spirito umano, o di particolari spiriti, dal momento che io e i miei amici non siamo certo degli spiriti… Mi manca il suo volto, il suono della sua voce, i suoi gesti, il suo bellissimo accento inglese, la sua proprietà di linguaggio, la sua creatività letteraria. Solo due persone fra i presenti erano d’accordo con me. Uno di loro era un famoso fotografo, che aveva all’epoca fotografato quell’uomo ed era diventato suo amico. L’altra era una signora, una signora italiana che era una meravigliosa cuoca, alla quale il sangue italiano e l’amore per il cibo non avevano permesso di ascendere alle altezze del vago, del generale, dell’edificante, dell’astratto. Per dare alle mie osservazioni una parvenza di rispettabilità intellettuale, le ho collegate alle parole di Dostoevskij nei “Fratelli Karamazov” (che ho rubato dal libro di don Giussani sul senso religioso), laddove, riguardo alle possibili consolazioni di fronte alla sofferenza e alla morte, si dice: “Ho bisogno di un compenso, se no mi distruggo. E un compenso non nell’infinito, chissà dove e chissà quando, ma qui, sulla terra, e voglio vederlo coi miei occhi! Io ho creduto e perciò voglio vedere anch’io, e se allora sarò già morto mi devono resuscitare, perché se tutto accedesse senza di me sarebbe avvilente. Non ho sofferto per concimare con le mie colpe e le mie sofferenze una armonia futura in nome di chissà chi! Voglio vederlo coi miei occhi il daino che gioca accanto al leone, e l’ucciso che si rialza e abbraccia l’uccisore. Voglio esserci anch’io quando tutti sapranno finalmente perché le cose sono andate così”.

Lezione americana n°9: libertà come antidoto all’intolleranza del fideismo post-moderno Perché accontentarsi di meno? Ecco di nuovo far capolino la “Moderazione ideologica”. Speriamo troppo? La Modernità ha abbandonato il senso religioso, e ora la post-modernità ci dice che non possiamo sperare troppo. La modernità, è stato detto, non ha solo rifiutato di credere; ha logorato la disposizione ultima a credere, cioè la speranza che la realtà corrisponda ai desideri più profondi del cuore. Credo che ciò che stiamo osservando negli Stati Uniti sia l’incapacità dell’impostazione protestante della libertà di rispondere alla sfida della modernità. Senza un appello alla ragione, la fede è una forza intollerante supportata da un potere culturale e istituzionale, chiusa all’esperienza della libertà come una “realtà contestata”. Il Protestantesimo, così come ha fatto nella ricerca della libertà in America, può solo spingersi fino a creare la cornice per la contestazione. A un certo punto la sua tolleranza viene fatta a pezzi (come è accaduto per opera della profondità delle domande poste dalla modernità, per non dire del profilo incredibilmente pluralistico e multiculturale della società americana, e del suo coinvolgimento tecnologico col resto del mondo).

Lezione americana n°10: libertà come ascia nel cuore del sentimentalismo La cornice originale della contestazione non ha altro da difendere di per sé se non un moralismo fondato sulla fede cieca, o su un sentimentalismo. Guai a voi se non condividete questa fede! Apparirete – come è apparso il Cattolicesimo all’inizio – come una minaccia al sogno americano. Come evitarlo? Come possiamo rimanere tolleranti verso il nuovo e il diverso? A causa della mancanza di ideologie da giocare nel combattutissimo gioco della libertà, agli Stati Uniti è stata risparmiata la guerra ideologica che ha paralizzato questa ricerca in altri luoghi. Essi hanno dunque una opportunità di rifiutare la nuova, paralizzante ideologia della moderazione e di continuare a dedicarsi alla ricerca della libertà, senza aver più paura del grido iniziale: “Datemi la libertà o datemi la morte!”.

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