Matrimoni in crisi e comunione ai risposati. I dilemmi del Sinodo non si risolvono se non si coglie la «rilevanza totalizzante di Cristo»

Intervista a don Giorgio Zannoni, docente di Diritto Canonico, sull’imminente Sinodo sulla famiglia che si terrà ad ottobre

matrimonio-sinodo-famigliaQuando si tratta di prediche quei due sono sempre in mezzo. Due ostinati pezzi di ferro preposti a un destino inossidabile: l’uomo e la donna, e, va da sé, il matrimonio, l’amore con quell’oscena promessa di “amarti e onorarti tutti giorni della mia vita”. Lo stesso fiume di carta e parole spese per la tanto mondana difesa dell’unione “con chi e come mi pare” che “vale finché l’amore non finisce” non è che un ruscelletto ai piedi dei grandi argini che ogni discussione sull’indissolubilità del giuramento di quei due sembra minacciare.

Perché al netto di ogni promessa di amore eterno, due pezzi di ferro restano tali, costretti al passo di una processione, dove per dirla alla Chesterton, «tutti vanno nella stessa direzione e in gran parte sono obbligati a indossare la stessa uniforme», appena mettono un piede fuori casa. Convivenze, unioni di fatto, ragazze madri, unioni dello stesso sesso, non praticanti e non credenti che chiedono il matrimonio religioso, separati e divorziati risposati che chiedono i sacramenti. Insomma, di questi tempi la crisi di quei due sfida a una riflessione onesta chiunque abbia il coraggio della fede in un destino inossidabile. E una Chiesa decisa a non subire la tempesta del dubbio e dell’indecisione, ad intervenire.

Il Sinodo convocato da papa Francesco dal 5 al 19 ottobre in questo senso ha acceso molte speranze. In primis tra i divorziati risposati, proprio quei due che abiurando il “per sempre” sfidano la Chiesa sul piano della Grazia e Misericordia. «La sofferenza causata dal non ricevere i sacramenti», osserva l’Instrumentum laboris dell’Assemblea riportato con entusiasmo da tanta stampa «è presente con chiarezza nei battezzati che sono consapevoli della propria situazione (…) C’è chi si domanda perché gli altri peccati si perdonano e questo no». «La interrompo subito perché sulla “questione perdono” è facile equivocare. Intanto perché nel caso un fedele si sia sposato non disposto davvero a fare quel sincero dono di sé senza clausole che solo rende i due “una sola carne”, allora il matrimonio può venir dichiarato nullo e quindi passare a nuove nozze. Il fatto poi che il matrimonio sia indissolubile non è una regola posta dalla Chiesa bensì è un fatto legato alla “differenza sessuale” ossia all’originaria fisionomia dell’uomo. Tale dato fa parte della Rivelazione ma coincide con quanto dice l’esperienza. Se tale differenza fosse, come oggi si avanza, un mero fatto culturale, allora la parola “matrimonio” si svuoterebbe di significato, ogni tipo di legame potrebbe dirsi matrimonio. Ma il “per sempre” è pura sentimentalità, vuota chimera, o espressione del cuore dell’uomo, dice ciò per cui l’uomo è fatto?».

matrimonio-sinodo-famiglia-zannoniPer Giorgio Zannoni (foto a fianco), docente di Diritto Canonico all’Istituto San Pio X di Venezia e all’Issr di Rimini, giudice del Tribunale Ecclesiastico Flaminio, e autore, fra le altre pubblicazioni in materia, de Il matrimonio canonico nel crocevia tra Dogma e Diritto (Marietti, 2002), nella vulgata sul matrimonio, il peccato e il perdono è facile mettere in pericolo la verità stessa dell’uomo, una rivelazione di valore ontologico. Soprattutto, si finisce per «usare a sproposito la parola Misericordia. Il matrimonio, la comunione di vita che realizza reciprocamente lui e lei, in quanto uomo e donna, è un fatto che accade o meno, cioè una questione di fatto. Misericordia è opera di Dio che rigenera l’uomo, che la Chiesa offre in nome Suo. È abbraccio possibile anche a chi è reduce dal fallimento di un precedente valido vincolo coniugale, una novità di vita grazie alla quale il fedele, in forza della sua appartenenza ecclesiale, cioè alla comunità cristiana vissuta quale sua dimora, rifà l’esperienza della sua dignità battesimale. Un dono alla persona che non può riferirsi al matrimonio in modo da obliterare, in forza del pentimento del fedele, la questione della verità (o meno) del (primo) matrimonio. La “via della penitenza” non può pertanto di per sé cancellare l’inestricabile incontro tra amore e verità, tanto da essere in grado di creare un nuovo valido matrimonio».

Il tema della comunione ai risposati tuttavia tiene accesi i riflettori sul Sinodo quasi fosse un test di libertà per una Chiesa “al passo con i tempi”.
Il tema dell’accesso alla comunione eucaristica da parte dei divorziati risposati è una conseguenza della questione matrimonio, vero centro del Sinodo, che oggi chiede-impone una riflessione globale. È evidente il doversi rigenerare la fede come vita ecclesiale, il contesto in cui “respira” il fedele che si è sposato come chi è diventato ministro-sacerdote. Solo dentro il quadro d’insieme infatti si può comprendere come l’accesso alla comunione eucaristica si lega immediatamente all’essere la Chiesa, una realtà di vita di natura interpersonale. La fede è partecipazione alla comunione ecclesiale: Corpo di Cristo è la Chiesa. Di qui prende vigore l’indissolubilità, l’unicità del matrimonio-famiglia quale esperienza irripetibile nella vita dell’uomo. L’avvicinarsi all’Eucarestia indica, anche come gesto fisico, il partecipare di una Presenza condivisa, di Cristo evento comunitario e non un tête-à-tête intimo nel senso di privata pur sincera devozione. Si dimentica infatti che il precetto festivo non ha valore devozionale: è bensì l’ultimo fatto che afferma la natura della fede in quanto avvenimento non privato. In tal senso la questione della comunione ai “divorziati risposati” è connessa alla natura stessa del “cristianesimo”, in quanto Cristo è il Mistero che ha deciso di farsi obiettiva forma storica così da permanere tra i Suoi. Sia chiaro perciò: la questione del “fare la comunione” tocca oggi qualunque cristiano, non solo il fedele legato affettivamente non in forma matrimoniale. È facile ridurla ad un proprio atto devozionale.

matrimonio-sinodo-famiglia1Negli ultimi anni sono cresciute esponenzialmente, attestandosi intorno alle tremila all’anno, le richieste di annullamento presso la Sacra Rota. Perché il matrimonio è un sacramento, e perché è necessario un Tribunale per deciderlo?
Il fedele non è un individuo ma membro di un corpo – la Chiesa, ha ripetuto Benedetto XVI, non è «una organizzazione ma un organismo» – così come il matrimonio non è un fatto concluso al perimetro della coppia. Di per sé il matrimonio, cui si lega la famiglia, è vocazione, ossia compito necessario alla comunità/popolo e in tal senso rappresenta un bene ecclesiale. Ora, se effettivamente è accaduto quell’amalgama per cui lui e lei si ritrovano personalmente identificati nella differenza sessuale, allora tale legame costituisce una realtà sacramentale. Ne deriva come sia inevitabile non di rado oggi dover discernere se nel caso sia sorto o meno il legame che si chiama matrimonio, ossia se il consenso anche solo di lui o di lei sia mancato o meno dell’intenzione e della capacità di vivere il reciproco dono di sé. Il Tribunale è lo strumento cui da sempre la Chiesa delega tale compito del giudicare della validità ossia dell’essere sorto o meno, nel caso, la forma di “vita duale” che è il matrimonio. In ogni caso, anche se la Chiesa venisse a delegare tale giudizio ad altri soggetti, si tratterebbe sempre di un giudizio di merito. Per quanto detto non potrà, ultimamente, essere la coscienza a decidere di un “bene” non individuale o di coppia. Francesco lo ha ribadito, tramite la Dottrina della Fede, lo scorso ottobre. Infine si consideri che l’esistenza del fedele ha spessore sacramentale in quanto vita ecclesiale. Si è abituati a pensare ai sette sacramenti tra cui il matrimonio, ma la Chiesa è madre, è il grembo dei sacramenti e la comunità è l’ambito per poterne trarre frutto. E dall’abbraccio della Comunione ecclesiale, in cui si entra “gratis” col battesimo, non si è tagliati via da nessun peccato così come la comunione eucaristica non è un premio meritato dai buoni…

… allora si incontra una questione non solo disciplinare ma dottrinale?
Certamente va ripensata la prassi del Tribunale, sia in termini di tempi, sia in quanto al maturare una lettura più vicina al vero. Benedetto XVI ha auspicato una interpretazione “vivente” della norma. Ma il matrimonio resta un tema di natura dottrinale e chiede una ricomprensione in nome della logica della fede. Dalla “ragione allargata” va rilanciata la questione matrimoniale in se stessa. È evidente oggi come sia andato in crisi il matrimonio tout court, anche quello in forma civile, non solo il matrimonio dei fedeli. Ma è chiaro che nei suoi termini ultimi circa la disciplina dei sacramenti (il legame tra la confessione e l’Eucarestia o l’accedere alla Comunione eucaristica) non ha spazio la distinzione tra la dottrina e la disciplina. «Fede, culto ed ethos si compenetrano a vicenda come un’unica realtà» ricorda Benedetto XVI nella sua prima Enciclica.

Ma c’è confusione anche tra i cardinali.
Condivido il giudizio di persone più autorevoli di me, ossia che sorprendentemente accade che pure tra gli ecclesiastici non sia stato assimilato il Magistero post-Vaticano II. Da Paolo VI in poi, in primis con Giovanni Paolo II, ed oggi il pensiero della Chiesa circa l’umano e specificamente il tema dell’amore è stato rivisitato e di fatto rigenerato in termini di una preziosa fenomenologia grazie ad una dignitosa chiave antropologica. Nella storia della Chiesa forse come mai prima il Magistero – sopravanzando la teologia – aveva sospinto a nuova responsabilità chi ha il compito di educare il popolo cristiano.

E perché allora oggi su tanti matrimoni cattolici c’è la data di scadenza?
Direi per due ragioni di fondo convergenti tra loro. Al successo del pensiero “umanistico secolare” – che riduce il soggetto alle sue reazioni emozionali ed il matrimonio alla “questione coppia” così da ricondurre l’amore a pura dimensione di questo mondo – si è alleata, purtroppo, una riduzione della fede quale conoscenza. Quanti ad esempio, cattolici professionalmente dediti alle “scienze di secondo grado” (psicologi e non solo) non sono conniventi col ritenere di “guarire” in forza di un’analisi che prescinde dall’antropologia uni-dimensionale. Così la fede è vuota, tutto è ricondotto a un generico senso religioso e di fatto il soggetto alla sua dimensione socio-sessuale. Quasi lo sposarsi e il fare famiglia fosse la ragione adeguata e sufficiente a dar senso alla vita dell’uomo. La vita è vocazione a Cristo cui si è configurati col battesimo ed il matrimonio o il sacerdozio vengono dopo, compiti particolari seppur necessari a dare vita a nuove esistenze consapevoli circa il motivo del loro essere venute al mondo.

Il filosofo Fabrice Hadjadj dice che stiamo vivendo un’eresia dell’amore. Il primato dell’amore è un’invenzione cristiana, ma il diavolo distorce la cosa così: purché sia amore, tutto è legittimo. Cosa mette, o meglio, ri-mette in rapporto la fede cristiana con l’amore uomo-donna?
Francesco afferma che la fede è conoscenza capace di raggiungere «il reale nel suo significato più vero» per cui «l’amore è esperienza di verità… (che) apre i nostri occhi per vedere tutta la realtà». Nell’amore, l’imprevedibile iniziativa del Mistero che si dà nella forma di un incontro, la fede urge quale apertura della ragione dell’uomo in grado di rilevare la modalità personale per rispondervi. Ebbene, riconducendo la fede a morale – ossia a princìpi e valori cui interiormente ispirarsi ossia col confondere spiritualità con spiritualismo –, non si sarà in grado di cogliere il senso dell’incontro amoroso. Lo accennavo all’inizio: si tratta di ritrovare la natura della fede in quanto avvenimento di vita, senza ridurla a ispiratrice di princìpi-valori. È chiaro l’esito della pretesa, di origine non cattolica, di vivere la morale come posta “accanto” alla fede.

Tutto ciò, l’emergenza innanzitutto educativa in seno al matrimonio e alla famiglia, non interroga la pastorale?
Rispetto al matrimonio l’impasse della pastorale sta nella riduzione della “formazione” alla “in-formazione”, nella cura del “gruppo famiglie” che dà per scontata la vita comunitaria. Cristo si fa certezza che sostiene il compito del vivere solo se provoca ad un giudizio diverso sulla realtà. Basti indicare il cuore della pastorale con le parole di Benedetto XVI: «La missione antica e nuova che ci sta innanzi è quella di introdurre gli uomini e le donne del nostro tempo alla relazione con Dio, aiutarli ad aprire la mente e il cuore a quel Dio che li cerca e vuole farsi loro vicino, guidarli a comprendere che compiere la sua volontà non è un limite alla libertà, ma è essere veramente liberi, realizzare il vero bene della vita». L’“emergenza educativa” si affronta curando il formarsi della personalità di fede. Si tratta di far sì che il fedele colga la rilevanza totalizzante di Cristo che in forza dell’appartenere alla comunità viene a riflettersi anche nella vita matrimoniale.