Evasione? Per Lady Fisco è colpa della «matrice cattolica» degli italiani (e non è neanche la notizia più brutta di oggi sull’Agenzia)

Le parole pronunciate da Rossella Orlandi davanti alla Camera. E la polemica per la “politica dei bonus” che spinge gli ispettori a controlli feroci sulle imprese

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AGGIORNAMENTO – Nell’edizione di ieri (mercoledì 30 luglio) Avvenire ha commentato molto duramente le battute di Rossella Orlandi di cui vi diamo notizia in questo articolo. Oggi, giovedì 31 luglio, sullo stesso quotidiano cattolico è stata pubblicata la sua lettera di scuse, molto gradita dal direttore Marco Tarquinio. Ve la riproponiamo: «Gentile direttore, ho letto con attenzione il commento dal titolo “Male la prima, direttore. Sull’evasione sbaglia indirizzo”, pubblicato a pagina 6 di Avvenire del 30 luglio. Vorrei subito sgombrare il campo da qualsiasi dubbio, la mia “battuta” ironica era indirizzata a tutti coloro che non rispettano le leggi ma confidano sempre in una sanatoria o in un condono per espiare i propri comportamenti scorretti. Nessun riferimento, quindi, ai princìpi solidaristici della cultura cattolica che hanno sempre ispirato i miei comportamenti e la mia vita. Mi scuso se le mie parole possano aver creato fraintendimenti o aver urtato la sensibilità di qualcuno. Approfitto dell’occasione per porgere un cordiale saluto a lei e ai suoi lettori. Rossella Orlandi, Direttore Agenzia delle Entrate».

«In Italia sanatorie, scudi, condoni, sono pane quotidiano. Siamo un paese a forte matrice cattolica, abituato a fare peccato e ad avere l’assoluzione». Con questa “fine” analisi, Rossella Orlandi ha debuttato oggi alla Camera dei deputati come direttore dell’Agenzia delle entrate. Orlandi, nominata di recente dal governo Renzi capo del Fisco italiano, ha dedicato molte parole sulla presunta connessione fra religione e peccato. Nessuna sui molti imprenditori italiani costretti a licenziare e a chiudere aziende a causa delle tasse e di accertamenti feroci e senza scrupoli dell’Agenzia delle entrate.

LE TAGLIE SUGLI IMPRENDITORI. L’obiettivo del Fisco italiano è riscuotere e incassare. E per spremere le imprese fino all’osso – spiega oggi Repubblica in un servizio dedicato proprio all’atteso “nuovo” corso dell’agenzia – mette una taglia sui potenziali evasori (metà dei quali poi risulteranno non esserlo alla luce della legge e della giustizia, come vi abbiamo raccontato in questo articolo). Il meccanismo è semplice: premiare gli ispettori più intransigenti. Ogni ispettore riceve un bonus dall’Agenzia delle entrate in base ai risultati. Più “evasori” trova, più è alto lo stipendio. Questa “politica dei bonus” tuttavia non sembra aver portato alcuna vittoria sul fronte dell’evasione. Al contrario, il malcontento degli imprenditori monta sempre di più: non solo devono fare i conti con uno Stato inefficiente ed esoso, ma anche con accertamenti capziosi e funzionari che, galvanizzati dai possibili premi, si accaniscono sulle imprese in crisi con particolare ferocia. Non è un caso se, ad esempio, nel 2011 per i dirigenti di seconda fascia il “costo azienda” fisso dell’Agenzia è stato pari a 30 milioni di euro, mentre quello dei bonus a ben 25 milioni. I premi, insomma, pesano quasi come lo stipendio fisso.

VISCO: NO AI BONUS. Nello scenario fosco dell’economia italiana, nel quale molte aziende sono costrette a chiudere e a licenziare a causa delle tasse tasse sempre più alte, sono in molti a trovare fuori luogo e dannosa la politica dei bonus agli ispettori. Persino l’ex ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, soprannominato dai detrattori il “Dracula” delle imposte, si è lamentato della prassi dell’Agenzia delle Entrate e si è appellato al nuovo direttore (restando, finora, inascoltato): «Spero che Orlandi – ha detto l’ex ministro dei governi Prodi a Repubblica – cambi linea rispetto al passato. Pagare gli ispettori in base ai risultati può portare ad atteggiamenti molto aggressivi. Si costringono sotto ricatto gli imprenditori a fare adesioni (patteggiamenti sulle multe, ndr) in base a violazioni che in parte non c’erano o non c’erano per niente». Anche Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, sentito dal quotidiano romano, ha affermato che gli ispettori «non dovrebbero avere incentivi per fare quello che è il loro dovere e per cui sono pagati comunque».

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