Svegliati Spagna, sei diventata uno Stato eugenetico
Per gentile concessione di El Imparcial, pubblichiamo in una nostra traduzione un commento di Mercedes Martínez Arranz, dottoressa in Filosofia, sulla vicenda di Noelia Castillo Ramos, la 25enne spagnola di Barcellona, vittima di stupro e rimasta tetraplegica in seguito a un tentato suicidio, che ha ottenuto l’eutanasia il 26 marzo scorso pur essendo depressa. La versione originale spagnola del testo è disponibile in questa pagina.
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Ho dovuto aspettare qualche giorno per riuscire a scrivere dopo il 26 marzo 2026, data in cui la Spagna ha raggiunto un punto di svolta in cui ha smesso definitivamente di essere una pseudodemocrazia per trasformarsi in uno Stato eugenetico. Chiamiamo le cose con il loro nome: da tempo la democrazia spagnola non è altro che una “estorsioncrazia”, che vive soffocata, governata da un Parlamento che si è piegato davanti a ex terroristi, separatisti antispagnoli, latitanti e comunisti da salotto, che predicano la socializzazione dei mezzi di produzione mentre vivono da re, spendono i soldi di tutti in bordelli e saune e riempiono le proprie casse mettendo le mani nelle casse dello Stato.
Noi spagnoli non siamo più liberi, poiché lo Stato dispone di una legge, la legge sull’eutanasia (approvata in Parlamento nel pieno della pandemia di Covid-19), che viene utilizzata in una situazione di vulnerabilità come è un disturbo borderline della personalità, malattia tra i cui sintomi c’è proprio il venir meno della volontà di vivere, per porre fine alla vita di una giovane che, in tali condizioni, chiede l’eutanasia. E così, con la stessa facilità, la tolgono di mezzo, mettono fine al suo problema, al suo dolore, alla sua vita; e lo fanno a volto scoperto, con la legge in mano, annunciandolo a gran voce, su tutti i media, con tutti i media, tranquilli, decisi, fermi, senza esitazioni, poiché lo fanno con l’avallo della legge. Non occorre sapere molto di diritto per capire che il fatto che qualcosa sia legale non significa che sia legittimo. Fino a non molto tempo fa era legale trattare le persone come animali, fino a non molto tempo fa la schiavitù veniva sbandierata ai quattro venti, fino a non molto tempo fa i padroni maltrattavano, umiliavano e uccidevano senza esitazione i propri schiavi: erano loro, appartenevano a loro e non erano considerati persone con gli stessi diritti e doveri degli altri.
Ebbene, siamo tornati indietro non di mesi né di anni, ma di secoli. Siamo in uno Stato eugenetico peggiore di quello di Nerone. Preparatevi, perché ci sono curve in arrivo. Fate molta attenzione a non ammalarvi o a non invecchiare, fate attenzione a non cadere in uno stato depressivo che vi spinga a implorate a gran voce la morte quando in realtà state gridando per la vita, poiché lo Stato non cercherà di decifrare il vostro dolore, di alleviare la vostra angoscia esistenziale, di accompagnarvi, coccolarvi, prendersi cura di voi o proteggervi. Lo Stato non cercherà di aiutarvi a trovare un senso alla vita. Lo Stato eugenetico applicherà senza scrupoli la nuova legge del darwinismo sociale, lascerà che il debole continui a gridare per il proprio dolore, per dissimulare le sue vere intenzioni, e dopo alcuni anni di agonia in cui farà ben poco per voi, allora applicherà l’eutanasia, la legge del forte contro il debole, e porterà a termine ciò che chiedevate a gran voce: soddisferà i vostri desideri, allevierà il vostro dolore, si sbarazzerà del problema. E allora si udrà di nuovo una voce che dirà: «Io non sono un uomo, sono dinamite! Sono il superuomo! Sono lo Stato eugenetico! Sono lo Stato vitalista! Viva la vita! Applichiamo la legge a coloro che non vogliono vivere! Abbasso i deboli! No alla sofferenza! Bisogna sempre armare i forti contro i deboli!».
Chesterton diceva che «se lasciate che una legge agisca liberamente, essa si comporterà come un cane: obbedirà alla propria natura, non alla vostra», e non contemplerà alcuna eccezione, ma «lo Stato, come il padrone di casa, è saggio quando sa trattare le eccezioni come tali». Proprio nel caso che ha rappresentato questo punto di svolta nel nostro paese, lo Stato invece ha applicato la legge a un’eccezione, un’eccezione di venticinque anni, malata, ma con tutta la vita davanti. Una giovane a cui è stata applicata una legge come se fosse libera, quando era depressa, ferita, stanca, disperata, dimenticata, umiliata, maltrattata, esausta, era quasi morta e chiedeva a gran voce che la finissero. Lo Stato ha esaudito i suoi desideri, ha applicato la legge. Tutto è stato fatto correttamente, nulla da obiettare, sono stati rispettati i suoi desideri e i suoi diritti. Lo Stato ha adempiuto al proprio dovere: ha applicato la legge, senza eccezioni.
Chesterton, filosofo per questi tempi, ci avverte: «Chiamiamo il medico perché ci salvi dalla morte; ed essendo la morte indubbiamente un male, egli ha il diritto di somministrarci la più strana e misteriosa delle pillole qualora ritenga che possa essere una cura contro tutte queste minacce di morte. Non ha però il diritto di somministrare la morte come cura per tutti i mali umani. E così come non ha l’autorità morale per imporre una nuova concezione della felicità, non ha nemmeno l’autorità morale per imporre una nuova concezione di sanità mentale».
Viviamo in uno Stato in cui le leggi permettono di liberare assassini e stupratori, permettono di morire ai giovani che hanno sofferto molto e non vedono più un senso nelle loro vite. Giunti a questo punto di svolta per la civiltà occidentale, come già ci ricordava la filosofa Hanna Arendt nel XX secolo dopo le bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki, è il momento di fermarci e riflettere su ciò che facciamo e sulle sue conseguenze agghiaccianti e terrificanti, poiché forse non si potrà più tornare indietro.
Sarebbero dovuti scattare gli allarmi morali di un paese rimasto finora addormentato, nel vedere che i nostri giovani vogliono morire e lo Stato dà loro via libera. Chi può misurare la sofferenza psicologica, morale, spirituale? Chi è il medico, chi è l’essere umano in grado di stabilirne l’entità? Quale gruppo di esperti si arroga tale potere? A quale filosofo va attribuita la nuova misura di che cos’è una vita felice, una vita degna di essere vissuta? Nessuno oserebbe scrivere quel trattato; la storia della filosofia a partire dalla modernità è la storia di una patologia che soffre di una grave demenza e ha dimenticato le proprie radici, così la morte è divenuta la soluzione a qualsiasi dolore, è la panacea per la fine di ogni sofferenza o malattia insuperabile. I filosofi e gli intellettuali sono incapaci di spiegare quale sia il senso della vita a tutti coloro che soffrono; i medici non possono alleviare il loro dolore; la civiltà occidentale ha dimenticato il proprio fondamento morale che dava senso alle loro vite e alla loro storia, e l’ha sostituita con la legge sull’eutanasia.
Di fronte a questo scenario terrificante, rileggiamo Hannah Arendt; la responsabilità delle conseguenze di questa legge sull’eutanasia riguarda tutti noi in quanto esseri d’azione e di riflessione; non possiamo restare immobili, muti, in silenzio; dobbiamo parlare, protestare, pensare e agire, e appoggiarci ad autori come Chesterton, che già all’inizio del XX secolo ci aveva messo in guardia con una profezia che si è avverata in Spagna nel pieno del XXI: «Viviamo sotto uno Stato eugenetico e l’unica cosa che ci resta è la ribellione».
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