Suicidio assistito, le suore non ci stanno e trascinano lo Stato di New York in tribunale
Venerdì scorso, nello stato di New York, una coalizione di operatori sanitari cattolici ha dovuto fare l’unica cosa rimasta per difendere fede, libertà e la ragione stessa del proprio lavoro: piantare una causa al tribunale federale di Albany contro la nuova legge statale sul suicidio assistito. A guidare la resistenza legale avviata dal Becket Fund for Religious Liberty, ci sono tredici querelanti. Tra loro spiccano il vescovo John O. Barres della diocesi di Rockville Centre, la rete Catholic Health e, soprattutto, alcune congregazioni religiose che rappresentano l’ossatura storica della carità americana: le Suore Domenicane di Hawthorne, le Piccole Sorelle dei Poveri, le Suore Carmelitane per gli Anziani e gli Infermi e le Suore Missionarie di San Benedetto.
Il casus belli è il Medical Aid in Dying Act, firmato a febbraio dalla governatrice Kathy Hochul e che entrerà in vigore il prossimo 5 agosto. Una legge che la Hochul ha salutato con la solita retorica dello Stato pietoso, dichiarando che i cittadini meritano «la possibilità di soffrire di meno, non accorciando la propria vita, ma accorciando la propria morte». Una bella trovata d’ingegneria linguistica per presentare una normativa che chi da quarant’anni studia quelle sul suicidio assistito, ha definito “la peggiore del suo genere”.
La nuova legge sul suicidio assistito obbliga i medici (e le suore) a proporlo
In sinergia con il già esistente Palliative Care Information Act, la nuova legge impone infatti a medici e infermieri specializzati di informare proattivamente i pazienti terminali (quelli con una prognosi pari o inferiore a sei mesi) di tutte le opzioni sul fine vita. E visto che il suicidio assistito è entrato nel menu, gli operatori devono proporlo di default. Indipendentemente dal fatto che il malato glielo chieda o meno. Per le suore domenicane di Hawthorne, che da 125 anni si prendono cura dei malati di cancro incurabili nella Rosary Hill Home, a 55 chilometri da New York, piegarsi a questa logica semplicemente non è un’opzione.
La casa di cura ospita 24 malati terminali. Non ha mai chiesto un dollaro ai pazienti e non ha mai accettato un solo centesimo di denaro pubblico, mandando avanti la baracca solo con le donazioni di beneficenza. In oltre un secolo di attività, la struttura ha accompagnato alla morte naturale circa 45.000 persone. «Ognuno di noi è creato a immagine e somiglianza di Dio, e la persona umana possiede una dignità intrinseca», ha spiegato in una intervista escluiva a The Free Press la superiora, madre Marie Edward. «Siamo solo i custodi di questo corpo. Non spetta a noi decidere se vivere o morire. Questo è nelle mani di Dio».
La farsa dell’obiezione di coscienza
Lo Stato di New York si vanta di aver inserito nella legge una clausola di obiezione di coscienza per gli enti religiosi, permettendo loro di non prescrivere né somministrare i farmaci letali nei propri locali. Peccato che sia la clausola più restrittiva e ipocrita di tutti gli Stati Uniti (molto più severa di quelle di California, Oregon e Washington).
A New York, infatti, le strutture cattoliche esenti sono comunque obbligate a fare il lavoro sporco: devono informare il paziente sull’eutanasia, valutarne la capacità mentale, guidarlo passo passo nell’iter di idoneità dentro la struttura stessa e, se il malato chiede di morire, devono attivamente organizzarne il trasferimento verso chi gli darà la pillola letale. «In sostanza impone alle suore di creare un sistema di diffusione del suicidio assistito dentro casa loro», ha sintetizzato sempre a Tfp l’avvocata Adèle Keim.

Multe, chiusure e carcere per chi non si allinea
Se le suore rifiutano di fare da passacarte al suicidio di Stato? Le sanzioni sono devastanti: multe civili fino a 2.000 dollari per ogni singola violazione, revoca delle licenze di esercizio e persino responsabilità penali fino a un anno di carcere per chi trasgredisce intenzionalmente. In più, la legge mette al muro le strutture che beneficiano dei fondi federali Medicare e Medicaid, in aperto contrasto con le norme federali che vietano l’uso di denaro pubblico per l’eutanasia.
Ancora peggio va alle Suore Missionarie di San Benedetto, che gestendo una casa di riposo per anziani non classificata come struttura sanitaria d’urgenza, non godono nemmeno della finta esenzione riservata agli ospedali. O accettano che il suicidio assistito avvenga tra le loro mura, o chiudono.
Un’altra legge mannaia per le suore domenicane
Non è la prima volta che lo Stato prova ad arruolare a forza le suore nelle sue crociate ideologiche. Già ad aprile le stesse suore domenicane avevano dovuto fare causa a New York contro un’altra legge-mannaia del 2023, che impone alle strutture di assistenza di assegnare le stanze in base all’identità di genere anziché al sesso biologico, di adottare i pronomi preferiti dai residenti e di sottoporre il personale a corsi obbligatori di “competenza culturale”. Un provvedimento arrivato a colpire persino chi, come la Rosary Hill Home, non ha mai avuto un solo paziente in transizione di genere, lasciando impunite le strutture di altre confessioni. Un accanimento talmente ideologico che perfino il Dipartimento di Giustizia federale ha deciso di intervenire al fianco delle religiose a giugno, denunciando i tentativi dello Stato di prevaricare le convinzioni religiose in nome del progressismo di genere.
Quello che impressiona di più, in tutta questa vicenda, è il contrasto tra l’ottusità del potere dello Stato e il realismo della carità. A Rosary Hill la prima cosa che si incontra non è uno sportello burocratico o una cassa, ma la cappella, dove le suore si alternano all’adorazione del Santissimo Sacramento per non lasciarlo mai solo. Un’opera fondata nel 1901 da Rose Hawthorne (figlia del celebre romanziere Nathaniel), convertita al cattolicesimo, che lasciò come regola un’indicazione chiarissima: «Dobbiamo far sì che i nostri ospiti siano felici di aver varcato la soglia che sarà il loro ultimo confine. Dobbiamo farli sentire a loro agio come nella camera migliore della loro casa».
Il suicidio assistito «non aumenta la libertà di scelta. La elimina»
In quattro anni di controlli statali, Rosary Hill ha registrato zero sanzioni e zero denunce. Nello stesso periodo, il Dipartimento della Salute ha ricevuto oltre 55.000 denunce ed emesso una media di 23 sanzioni per ciascuna delle altre case di cura di New York. La differenza sta tutta qui: dove lo Stato vede «materia da smaltire» o «processi da velocizzare», le dodici suore della struttura – infermiere, ex ingegneri, ex studentesse di moda che hanno accantonato tutto per la vocazione – vedono un volto da servire. Danno lo smalto alle unghie delle malate, pettinano i capelli, portano fiori nelle stanze.
«Non stiamo aumentando la libertà di scelta», ha chiosato l’avvocata Keim. «New York la sta eliminando, privando i cittadini della possibilità di scegliere un luogo in cui non venga loro offerto il suicidio assistito nei momenti più bui, ma in cui vengano amati fino all’ultimo respiro».
Lo sguardo dello Stato. E quello di chi assiste i moribondi al capezzale
Lo Stato che pretende di regolare la vita e la morte non sopporta che esista qualcuno che guardi l’uomo con uno sguardo diverso. Madre Marie Edward, che dal 1979 assiste i moribondi al loro capezzale, non si fa spaventare dai tribunali: «È un grandissimo onore essere lì quando sai che quel paziente ti sta guardando in un istante, e un istante dopo sta guardando il volto di Dio».
L’impianto normativo del Medical Aid in Dying Act si attesta come il più sregolato d’America: la causa pendente ad Albany chiede alla Corte distrettuale di bloccare l’applicazione della norma e di dichiararla incostituzionale per violazione del Primo Emendamento sulla libertà religiosa e sulla libertà di parola, oltre che per insanabile conflitto con le leggi federali che vietano l’utilizzo di fondi Medicare e Medicaid per il finanziamento o l’assistenza al suicidio.
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