Europeisti e separatisti, Obama e Putin. L’Ucraina è in fiamme: ecco come è nato il conflitto, chi sta vincendo e chi vincerà

In Ucraina le armi hanno ricominciato a parlare. Ma come si è arrivati alla rivolta di Maidan? Quali sono interessi e strategie dei contendenti? Domande e risposte per capire la crisi di Kiev

Giovedì scorso nell’Est dell’Ucraina i soldati hanno iniziato a scaldarsi: a Sloviansk cinque filorussi sono rimasti uccisi negli scontri contro l’esercito regolare. Il giorno seguente i separatisti hanno rapito otto osservatori Ocse e i quattro militari che li accompagnavano. A incancrenire la tensione sono arrivate le sanzioni che il presidente Barack Obama aveva preannunciato: nel mirino degli Stati Uniti diverse personalità e aziende russe e restrizioni ad alcune esportazioni americane in Russia. Anche gli ambasciatori dell’Unione Europea hanno deciso di ampliare le sanzioni contro Mosca: 16 nomi si vanno ad aggiungere ai 21 funzionari russi e crimeani ai quali era stato già applicato il bando del visto e il congelamento dei beni lo scorso 17 marzo.
Infastidita e preoccupante la risposta che subito è arrivata da Mosca: «Naturalmente risponderemo e siamo certi che gli effetti di questa risposta saranno dolorosi per Washington». Intanto, Kiev ha bloccato le forniture idriche alla Crimea. Ma come si è arrivati allo scontro? Chi ha innescato la crisi? Quali sono le strategie e gli interessi dei contendenti? Qual è il ruolo della Chiesa? Per avere un quadro più chiaro, Tempi ha provato a ipotizzare qualche risposta.

Chi sta vincendo e chi sta perdendo fra Russia, Stati Uniti ed Europa nella crisi ucraina in questo momento?
Nell’immediato stanno vincendo gli Stati Uniti e stanno perdendo la Russia e l’Unione Europea, ma nel medio periodo potrebbero risultare tutti e tre perdenti. L’annessione della Crimea alla Russia in violazione del diritto internazionale e i moti secessionisti nell’Est dell’Ucraina hanno creato l’impressione di una proiezione della potenza russa. Si è trattato in realtà di una reazione azzardata per contenere quella che è una perdita secca: con la fuga del presidente Yanukovich e l’ascesa al potere del governo Yatsenyuk l’Ucraina è uscita dalla sfera di influenza russa ed è passata a quella occidentale. Alla perdita dell’Ucraina si aggiunge un certo grado di isolamento internazionale, che si esprime nelle modeste sanzioni adottate da Stati Uniti ed Unione Europea e nel voto di condanna dell’annessione della Crimea da parte dell’assemblea dell’Onu.

Gli Stati Uniti vanno considerati vincitori per la stessa ragione per la quale i russi risultano perdenti: hanno sottratto a Putin uno dei pezzi più importanti del puzzle geopolitico che stava componendo (ricomponendo, se si tiene a mente il passato zarista e sovietico della Russia) per consolidare lo status di Mosca come potenza regionale e rilanciare quello di potenza globale. Ma nel medio periodo rischiano di ritrovarsi perdenti. Saranno infatti costretti a concentrare le loro risorse finanziarie e militari in quello che ormai consideravano un teatro secondario, cioè quello europeo, e perciò a ridurre gli sforzi che avevano intenzione di compiere in Asia per contenere l’espansione cinese. Inoltre, spingono la Russia a rinunciare al ruolo di mediatore sul dossier iraniano e ad avvicinarsi di più alla Cina, l’autentico futuro rivale strategico dell’America.
L’Europa esce perdente dalla crisi perché ha dimostrato che l’Unione Europea non è un soggetto geopolitico (la partita si sta giocando fra americani e russi) e che non ha i mezzi per le politiche che si dà (in questo caso l’associazione dell’Ucraina).

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Qual è la strategia di Putin nella presente crisi? La Russia invaderà l’Ucraina?
Difficile crederlo, benché gli scontri nell’Est del paese e le minacce del ministro degli Esteri Lavrov lascino immaginare il contrario. L’obiettivo a breve termine di Putin è l’ingovernabilità dell’Ucraina e la destabilizzazione dell’attuale governo di Kiev. La Russia vuole trasformare questa crisi in una spina nel fianco per l’Occidente, costretto a rischiare più capitale politico, a spendere più risorse finanziarie e a dedicare più forze militari del previsto per un paese che ha ritenuto di poter attrarre nella sua sfera di influenza senza problemi. Il fatto stesso che, in passato in Crimea e oggi nell’Est ucraino, i militari russi operino clandestinamente, indica che Putin non intende impegnare ufficialmente la forze armate russe nella crisi ucraina, anche se il parlamento l’ha autorizzato a iniziative militari. Il suo obiettivo a medio termine è convincere gli ucraini e gli europei che spostare l’Ucraina nel campo occidentale è un cattivo affare anzitutto per loro.

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Qual è la strategia degli Stati Uniti in questa crisi? Quale ruolo hanno svolto finora?
Ferma restando la genuinità del movimento popolare di protesta di Maidan, non c’è dubbio che gli Stati Uniti hanno alimentato le proteste con tutti i mezzi a loro disposizione per infliggere un duro colpo alla Russia di Putin, che nel corso del 2013 li ha sfidati concedendo l’asilo politico al fuggiasco Edward Snowden – l’uomo che ha rivelato l’estensione delle intercettazioni americane – e salvando l’alleato Assad da un intervento militare occidentale. L’America ha fatto fallire l’accordo di compromesso raggiunto fra Yanukovich e Maidan con la mediazione della Unione Europea perché volevano nell’ordine 1) creare una frattura irreparabile fra Russia e Ucraina; 2) costringere Putin a reazioni difensive che lo compromettessero a livello internazionale; 3) costringere la Germania a una scelta di campo fra il rapporto speciale con la Russia e l’appartenenza all’alleanza occidentale; 4) spegnere sul nascere le ambizioni di Bruxelles di diventare un soggetto geopolitico vero e proprio. Più in generale, gli Stati Uniti si muovono come una superpotenza egemonica: agiscono per impedire il consolidamento di egemonie regionali (la direzione in cui si stava muovendo Putin) perché poi da tale base essi metteranno in discussione l’assetto unipolare dell’equilibrio di potenza.

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Le Chiese cristiane possono favorire la riconciliazione e soluzioni ragionevoli?
Le Chiese e le altre fedi religiose presenti in Ucraina hanno operato per la pacificazione e per la riconciliazione durante tutto il periodo delle proteste di Maidan principalmente attraverso il Consiglio ucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose. Si sono proposte come mediatrici e hanno esortato al dialogo. Sul terreno si poteva notare una maggiore vicinanza dei fedeli della Chiesa greco-cattolica (in comunione con Roma) e della Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev con le posizioni di quella che allora era l’opposizione; al contrario una maggiore prossimità a Yanukovich fra i fedeli della Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Mosca. Tuttavia fra i manifestanti di Maidan sono apparsi sacerdoti e in alcuni casi vescovi di tutte e cinque le principali confessioni cristiane presenti nel paese: oltre alle tre già citate, anche la Chiesa cattolica latina e la Chiesa ortodossa ucraina autocefala.

Con l’avvento del nuovo governo, il Consiglio ucraino delle Chiese si è concentrato su appelli per l’unità del paese e l’intangibilità delle sue frontiere. Anche la Chiesa legata al Patriarcato di Mosca si è espressa contro la secessione della Crimea e le agitazioni secessioniste nell’est, e ha chiesto al patriarca di Mosca Kirill di esprimersi in tale senso. Quest’ultimo ha affermato la neutralità della Chiesa rispetto alle questioni prettamente politiche come il destino della Crimea e ha concentrato i suoi appelli sul rigetto della violenza in nome dell’unità spirituale degli ortodossi: «I fratelli di una stessa fede e di un unico sangue non portino mai la distruzione l’uno dell’altro». Il giorno di Pasqua Kirill ha pregato per l’Ucraina, chiedendo a Dio di mettere «fine ai disegni di coloro che vogliono distruggere la Santa Russia», perché sebbene sia politicamente separata, l’Ucraina forma un’unica entità «spiritualmente e storicamente» con la Russia. Nello stesso momento, a Kiev il Patriarca Filaret annunciava ai fedeli che l’attacco del nemico russo contro l’Ucraina sarebbe fallito perché contrario alla volontà di Dio. I rapporti fra il Patriarcato di Mosca e quello di Kiev sono pessimi da quando nel 1990 Filaret fallì la nomina a Patriarca di Mosca e decise di trasformare l’esarcato ucraino in Patriarcato.

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Per chi simpatizzano i paesi che non appartengono all’Alleanza atlantica e che non rientrano nella sfera d’influenza euroasiatica della Russia?
La Risoluzione 68/262 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha condannato il referendum di autodeterminazione in Crimea e ribadito l’intangibilità delle frontiere dell’Ucraina è stata approvata da 100 paesi su 193. Hanno votato contro la risoluzione 11 paesi compresa la Russia, si sono astenuti ben 58. Fra questi ultimi ci sono giganti demografici e talvolta economici come Brasile, Cina, Egitto, Etiopia, India, Pakistan, Sudafrica e Vietnam. Tutti i paesi del gruppo Brics – a parte la Russia che ha votato contro – si sono astenuti. Ha scritto Timothy Garton Ash su Repubblica e su El Pais: «L’uomo forte della Russia raccoglie tacito appoggio e addirittura qualche muto applauso da parte di alcune potenze emergenti di statura mondiale, a cominciare dalla Cina e dall’India». Perché? A causa del «risentimento per le dominazioni coloniali occidentali. Esso assume forme diversissime nei vari paesi Brics e membri del G-20. Ma in un modo o nell’altro sono accomunati da una forte preoccupazione e suscettibilità riguardo alla propria sovranità, l’insofferenza nei confronti di nordamericani ed europei che vogliono insegnargli la giusta via e da una certa maligna soddisfazione nel vedere lo Zio Sam prendere cazzotti dal russo combattivo».

In un libro appena uscito in Francia, Le Temps des humiliés, il politologo Bertrand Badie spiega che certi comportamenti diplomatici di quelli che definisce gli “stati deboli” dipendono in gran parte dalla volontà di lavare le umiliazioni di un passato lontano ma anche vicino: ai tempi della Guerra fredda gli stati vulnerabili erano corteggiati dalle due superpotenze nel timore che si schierassero con l’avversario. Invece nel mondo unipolare post-1989 hanno dovuto semplicemente accettare l’egemonia diplomatica euroatlantica, che di volta in volta ha deciso quel che andava imposto a tutto il mondo in Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia. Da qui la ricorrente simpatia per chi come Putin, anche violando il diritto internazionale, porta sfide all’egemonia euroamericana.

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A parte gli interessi economici e finanziari delle imprese pubbliche e private tedesche, italiane e britanniche, Putin ha amici nel mondo politico europeo?
Sì, Putin ha degli alleati politici di rilievo fra gli eurocritici e gli euroscettici. Simpatizzano per il leader russo e le sue politiche i leader dei partiti euroscettici di due importanti paesi europei: Nigel Farage dell’Ukip britannico e Marine Le Pen del Front National francese. Fra gli eurocritici, i più importanti simpatizzanti della Russia sono l’ex presidente ceco Vaclav Klaus e soprattutto il confermato primo ministro ungherese Viktor Orban, che con la Russia ha firmato un importante contratto per la costruzione di due nuovi reattori nucleari della centrale di Paksi Atomeromu.

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Chi trae più vantaggi, fra le altre potenze internazionali, dalla rinnovata Guerra fredda fra Russia e Occidente?
Senz’altro la Cina. In un quadro geopolitico mondiale più logico, Russia e Stati Uniti dovrebbero ritrovarsi alleati per contenere l’espansione cinese in Asia. Oggi il rivale strategico degli Usa non è più la Russia, ma la Cina. Che inoltre preme demograficamente e politicamente sul confine meridionale asiatico della Russia. La crisi ucraina invece costringe Mosca a stringere maggiormente i rapporti con Pechino, che diventa anche lo sbocco alternativo del mercato del gas e del petrolio russo in caso di sanzioni commerciali da parte dell’Europa, e distrae gli Stati Uniti dai loro progetti di riorientamento strategico sull’Asia.

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È vero che un’Euromaidan a Mosca, con l’eliminazione del regime semi-autoritario di Putin, risolverebbe la crisi nel lungo termine?
È la tesi di Thomas Friedman del New York Times, dello storico americano Timothy Snyder e di molti altri osservatori occidentali: Vladimir Putin avrebbe tentato con le buone e con le cattive di distogliere l’Ucraina dal progetto di associazione all’Unione Europea e oggi destabilizzerebbe il paese vicino perché teme che il successo di un processo di democratizzazione reale dell’Ucraina rianimerebbe il movimento di protesta moscovita che nel 2012 aveva creato difficoltà al regime, e che stavolta risulterebbe fatale per il suo potere. Per questi osservatori i discorsi di Putin sull’Unione Euroasiatica centrata sulla Federazione Russa come l’architettura istituzionale che esprime a livello politico un’alternativa di civiltà parallela a quella rappresentata dall’integrazione dell’Unione Europea è solo un armamentario ideologico che nasconderebbe la nuda volontà di potenza.

Molti a Mosca pensano la stessa cosa dei valori europei: semplici maschere dietro alle quali si celano gli interessi di alta finanza, lobbies, industria dei consumi di massa. Due cose si possono dire: 1) in questo momento Putin gode del maggior consenso da quando è tornato presidente, anche alcuni esponenti delle proteste del 2012 lo appoggiano nella sua politica verso l’Ucraina; 2) nel caso di un’Euromaidan a Mosca, che nascerebbe sull’onda di una sconfitta russa in Ucraina, a prendere il posto degli attuali governanti non sarebbero forze politiche di stampo europeo, ma ultranazionalisti revanscisti del tipo di Alexei Navalny, già protagonista di punta delle proteste del 2012.