Un’anima per l’Europa
Il più grande e importante evento europeo, sosteneva il sociologo Jean Baechler, è in realtà un evento che non si è mai verificato, un “non-evento” in effetti: la non imperializzazione dell’Europa. Ciò significa, in buona sostanza, il fatto che il continente europeo, nonostante vari tentativi, non è stato unificato, ma consta di una pluralità di unità politico-culturali irriducibili. Se vogliamo, proprio questa è la sua forza, oltre che la sua unicità. Per Baechler, tale frammentazione politico-culturale ha reso possibile la nascita e lo sviluppo del capitalismo. Si potrebbe anche dire, in fondo, che a rendere unica l’Europa è stato un certo humus culturale che ha avuto ivi la propria terra d’elezione. A partire dalla centralità della persona, della sua incommensurabile dignità che si vorrebbe spesso calpestare in nome di questa o quella priorità.
Una dignità, a ben vedere, che ha diverse fonti. Tra esse, non si possono dimenticare le sue origini classiche, greche e romane. La dignità del pensiero, della ragione, della coltivazione della virtù e della tutela del diritto, quali caratteristiche costitutive di ciò che è europeo. Ma anche, evidentemente, il retaggio cristiano, che distrugge le catene puramente arbitrarie e terrene che legavano l’uomo alla volontà altrui. Con il cristianesimo viene desacralizzato il potere e non divinizzato nulla che sia di questo mondo. In tal modo, si apre la porta alla libertà della persona, prima interiore, guidata dalla coscienza, e di conseguenza esteriore, rispetto alla coercizione di chicchessia.
Entità spirituale
Tutto questo, e molto altro, è stato al centro dell’attenzione di un gruppo di intellettuali europei, tutti più o meno conservatori, che nel maggio del 2017, incontrandosi a Parigi, redassero un documento per riaffermare con forza il significato di Europa: La Dichiarazione di Parigi. Un’Europa in cui possiamo credere. Tra i firmatari, Robert Spaemann e Roger Scruton, Pierre Manent e Ryszard Legutko, Chantal Delsol e Rémi Brague. Tutti preoccupati della deriva a-culturale, quando non proprio nichilista, dell’Europa contemporanea. Bene ha dunque fatto Italia Storia Edizioni a proporre il testo sotto forma di libro (con introduzione di Gennaro Malgieri).
Con tale documento, gli studiosi mirano a ricostituire la bussola orientativa del continente europeo, in quanto non mera espressione geografica, né, tantomeno, organizzazione burocratico-amministrativa, bensì entità spirituale. L’Europa, scrivono, è la casa comune da difendere e preservare dalle minacce esterne, siano esse politiche o culturali. Ma, ancor di più, da quelle interne. E queste sono date soprattutto da una certa fiacchezza morale e da una tendenza relativistica che non fa il bene dell’Europa. Intendiamoci: non si può negare come il progetto del mercato unico europeo, almeno sul piano economico, sia stato un successo. Dopo le macerie della Seconda guerra mondiale, il continente si è risvegliato e ha prodotto ricchezza e benessere. Ma ora, i falsi federalisti, in realtà accentratori orfani dell’idea socialista, vorrebbero creare le condizioni che farebbero tornare indietro le lancette dell’orologio. La tentazione di unificare, regolamentando, normando, imponendo vincoli omologanti su tutto il suolo europeo, è precisamente ciò che va contro la peculiare plurivocità europea, come si diceva all’inizio. Meno Saint-Simon, se possibile, e più Charles Dunoyer: meno organizzazione, più libertà. Ecco la strada giusta.
Valori umani essenziali
E invece, un certo socialismo serpeggiante, seppure camuffato con altre vesti, ha preso piede. Un’idea, questa, da cui metteva in guardia già a metà Novecento Wilhelm Röpke, quando la costruzione europea era agli albori:
«Totalitarismo e socialismo sono in fondo due aspetti d’una medesima cosa, cioè di un regime, che sottomette l’intero uomo in tutte le manifestazioni della sua vita e attività dell’onnipotente Stato con la sua burocrazia che lo avviluppa da ogni parte e che lo spegne come persona che pensa indipendentemente e che opera liberamente per responsabilità morale».
Gli autori della Dichiarazione pongono particolare enfasi sul piano culturale per contrastare quella che chiamano la “falsa Europa”, cioè quella burocratica, dal punto di vista politico, e nichilista, in termini culturali. Papa Benedetto XVI, in uno dei discorsi poi inclusi in La vera Europa – testo che fa il paio con la Dichiarazione di Parigi – affermava che l’Europa, per non perdere la propria identità, non può cedere sempre e comunque al pragmatismo, specialmente quando questo «giustifica sistematicamente il compromesso sui valori umani essenziali». A partire dalla dignità della persona, troppo spesso schiacciata dalla corrente dei tempi, quando invece costituisce il pilastro su cui edificare un buon ordine.

AA. VV., La «dichiarazione di Parigi». Un’Europa in cui possiamo credere. I valori fondanti della civiltà europea e della sua sovranità. Le tecnologie di connessione ci separano?, Itaca Storica Edizioni, 58 pagine, 9 euro.
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