Eterologa, mille euro per un prelievo di ovociti. E insistono a chiamarla “donazione”

Studentessa racconta al Corriere di aver ricevuto una «ricompensa» per la sua generosità. Intervista a Eugenia Roccella: «È fuori legge, spero almeno che non si tratti di un ospedale pubblico»

Mille euro di rimborso spese per donare ovociti. Succede in una non precisata clinica italiana, stando a quanto racconta il Corriere della Sera nella sua rubrica al femminile “La 27esima ora”. Nell’articolo la giornalista Margherita De Bac raccoglie la testimonianza di Alessandra, una ragazza di 22 anni che ha deciso di donare gli ovuli a una donna che invece non riusciva a produrne di suoi. Alessandra racconta che non era al corrente che avrebbe ricevuto un premio economico: «Non per denaro. Anche senza ricompensa lo rifarei. Non sapevo che avrei ricevuto soldi. Però sono sicura che ad altre ragazze farebbero gola e non sarebbero spinte dal solo desiderio di aiutare il prossimo».

COMPENSI VIETATI. La giornalista puntualizza come in Italia sia vietato ricevere compensi per la donazione degli ovociti, secondo quanto stabilito dal decreto Lorenzin: «È la prima donatrice pagata per i suoi ovociti, utilizzati in un trattamento di fecondazione eterologa, appena riammessa in Italia a giugno con sentenza della Corte Costituzionale. La legge italiana e il documento condiviso dalle Regioni vietano la compravendita di gameti (ovociti e spermatozoi) e prevedono per chi decide di cederli un rimborso spese non altrimenti definito. Il racconto di Alessandra è la dimostrazione che il divieto è solo sulla carta. Forse, senza una forma di ricompensa, le donatrici sarebbero rarissime».

CHIAMIAMOLO RIMBORSO. Il rimborso spese in questo caso c’è stato, e la prima a dirsi stupita è Eugenia Roccella, deputata Ncd: «Ma rimborso spese per cosa? Se vogliamo essere pedissequi, non si trattava nemmeno di una donna adulta, lavoratrice, ma di una studentessa, che non si è dovuta assentare dal lavoro né ha dovuto chiamare la baby sitter perché qualcuno si occupasse dei suoi figli mentre andava a donare». In molti stati del mondo la situazione è molto più chiara e lampante, ci sono tariffari, ci sono bonifici, tutto avviene senza falsi imbarazzi. Negli Stati Uniti sono stati i primi, ma anche in Europa c’è chi lo fa, e ora forse anche in Italia. Spiega Roccella: «Lo facciano pure gli altri stati, ma nel nostro paese non deve accadere. In Italia la donazione è una cosa seria, è davvero donazione fatta per il bene di un altro, pensiamo al sangue, al midollo osseo, agli organi e ai tessuti che è consentito donare. Non esiste il concetto di donazione retribuita, né di rimborso spese, tuttalpiù si può parlare di agevolazioni alla donazione, per esempio nel caso dei permessi lavorativi in virtù dei quali il donatore di sangue che si reca a donare non perderà il compenso della giornata lavorativa. Ma è un concetto ben diverso dal ricevere soldi in cambio di un gesto benevolo».

CLINICHE. Il discorso nel caso di gameti è ben più complesso, secondo Roccella: «Se non sono retribuite le donazioni di vario genere, perché dovrebbero esserle quelle che riguardano gli ovociti? Nell’articolo non viene specificata la struttura nella quale questa Alessandra si è sottoposta alla cura ormonale e alla donazione, ma mi auguro – per lo meno – che si sia trattato di una struttura privata. Non sarebbe ammissibile un comportamento del genere da una struttura pubblica. A quanto mi è dato sapere, i rimborsi spese, se così vogliamo chiamarli, si fanno aggirando quanto stabilito dal decreto Lorenzin: talvolta l’ospedale pubblico si accorda con la struttura privata e garantendo un compenso, magari per attività di laboratorio e di analisi; una parte dei soldi viene poi girata dalla clinica privata alla donatrice. È comunque una cosa fuori legge, anche se un po’ mascherata. Ma visto che una legge c’è, va rispettata».