«Essere cristiani in Egitto è un crimine? Pregare in chiesa è un crimine?»

Grazie all’intervento del presidente Al-Sisi i cristiani copti del villaggio di al-Furn sono potuti tornare a pregare in chiesa, dopo che la polizia aveva chiuso il luogo di culto senza motivo

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La polizia egiziana aveva impedito ad agosto ai 400 cristiani copti di al-Furn di entrare in chiesa per la messa settimanale. «Non avete il permesso di pregare», si erano sentiti rispondere dalle autorità i fedeli del piccolo villaggio a maggioranza islamico nella provincia di Minya. Ma dopo l’intervento del presidente Abdel Fattah al-Sisi, sollecitato da una lettera del vescovo, la chiesa è stata riaperta.

L’INTERVENTO DI AL-SISI.  Ieri i fedeli di al-Furn e quelli di Kidwan sono potuti rientrare nelle case che vengono usate come chiese, visto che le autorità musulmane dei villaggi impediscono loro di costruire veri e propri luoghi di culto. Il vescovo Anba Macarius ha diffuso un messaggio per «ringraziare il presidente per la sua pronta risposta alle nostre richieste di aiuto e per la comprensione della nostra sofferenza».

«È UN CRIMINE?». Dopo la chiusura delle chiese, non giustificata da alcuna legge o prassi relativa alla sicurezza, i cristiani avevano cominciato a pregare e a recitare la messa in strada. Nella lettera ad Al-Sisi, il vescovo denunciava che «noi cristiani veniamo trattati come se fossimo criminali o fuorilegge. È un crimine forse che i cristiani preghino nelle chiese? Come può esserci uguaglianza tra gli egiziani quando succedono casi come questo? Le chiediamo di porre fine a queste pratiche contro di noi».

DRAMMA DI MINYA. La provincia di Minya non è nuova a casi di quotidiana discriminazione: a gennaio, nel villaggio di Alkarm, i cristiani sono stati attaccati per futili motivi dai musulmani e una donna di 70 anni è stato spogliata nuda e gettata per le strade. Nelle città lo Stato è quasi assente e comandano i Fratelli Musulmani, che nel 2013 bruciarono decine di chiese per vendicarsi dei membri dell’organizzazione uccisi dall’esercito in seguito alla deposizione di Mohamed Morsi. A Minya, infine, anche i terroristi islamici agiscono indisturbati e a maggio l’Isis ha compiuto un attentato uccidendo 29 cristiani diretti in pellegrinaggio al monastero Anba Samuel.

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