Errori, gaffe, promesse non mantenute, tutto quel che volete. Eppure una cosa buona Berlusconi l’ha fatta

Qualunque sia l’esito personale del Cavaliere, rimane un vasto mondo, una grande fetta di popolo che ha bisogno di essere rappresentata. Lui ha dato una casa a chi non si riconosce nelle sinistre

Tratto dal sito Comunità Ambrosiana Non so se Silvio Berlusconi sia politicamente finito come scrivono quasi tutti i commentatori politici, ma è certo che il mondo che il berlusconismo ha rappresentato negli ultimi venti anni è vivo e vegeto e aspetta una classe dirigente che sappia proteggerlo e farlo crescere.
Qualunque siano le conseguenze politiche sul versante di centro-destra della “rinascita” del governo di Enrico Letta è opportuno comprendere bene che cosa sia stato il berlusconismo.

Il sito di Comunità Ambrosiana ha lo scopo di aiutare i lettori a riflettere anzitutto su quello che accade, prima di esprimere gli inevitabili giudizi. C’è un libro in commercio da alcuni mesi che aiuta a comprendere il fenomeno del berlusconismo: lo ha scritto Giovanni Orsina, docente di storia contemporanea, e si intitola Il berlusconismo nella storia d’Italia (Marsilio).

Il testo si fonda su una tesi, certamente non nuova ma usata con intelligenza dall’autore: nell’Italia moderna, dall’Unificazione in poi, si sono confrontati due mondi contrapposti, una minoranza ideologica che ha sempre cercato di “fare gli italiani” liberandoli dai loro presunti difetti e una maggioranza silenziosa che si è sempre rifiutata di seguire le minoranze ideologiche che chiedevano di fare nuovi gli italiani.

Così è stato col Risorgimento voluto da minoranze nazionaliste e liberali contro la maggioranza cattolica del Paese, così è stato col movimento fascista, così è avvenuto con le diverse minoranze (azionisti, dossettiani e soprattutto il Pci) nel secondo dopoguerra. Orsina spiega come queste minoranze abbiano sempre usato metodi ortopedici e sostanzialmente giacobini per tentare di imporsi alla maggioranza silenziosa, per correggerne i difetti che sostanzialmente erano, e rimangono, riconducibili al fatto che questa maggioranza di italiani ha sempre guardato con sospetto e in sostanza rifiutato l’imposizione di un progressismo ideologico ritenuto estraneo ai propri valori e interessi.

Dal 1861 in poi si è così venuto a creare un conflitto fra il Paese reale e quello legale, fra la società organizzata nei diversi corpi intermedi, a cominciare dalla famiglia, e lo Stato. Quest’ultimo è passato di mano diverse volte, dalla classe dirigente risorgimentale a quella fascista a quella repubblicana, ma non ha mai incontrato un autentico consenso nella società civile. Quest’ultima infatti si è sempre sentita spinta a indossare un’ideologia, mai si è veramente sentita rappresentata dai governanti se non forse in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948.

Ora, spiega Orsina, Berlusconi ha cercato di cambiare il paradigma proponendosi come leader di questa società civile, indossando le speranze di questa maggioranza silenziosa emarginata, mettendo insieme le diverse realtà escluse dal potere dominante nella Seconda repubblica, monarchici, missini, liberali, craxiani e tutti quei cattolici anticomunisti che avevano votato per la Dc “turandosi il naso”. Egli ha così costruito un involucro dentro il quale queste forze senza rappresentanti sono confluite dando vita a un soggetto politico conservatore o moderato come in Italia non c’era mai stato, dopo il fallimento del movimento dell’Uomo qualunque.

Il libro di Orsina analizza in profondità il ventennio berlusconiano nelle sue diverse fasi, dall’inizio nel 1994 al radicamento nel Paese (1996-2001) al  berlusconismo del consolidamento e di governo (2001-2206) a quello dell’ultima fase, che forse potrebbe essersi conclusa con la seconda nascita del governo Letta. Lo analizza mettendo in luce le due anime del berlusconismo, quella liberale e movimentista e quella più attenta ai profili istituzionali. Non dimentica neppure di sottolineare i fallimenti del berlusconismo che, nonostante quasi dieci anni di governo e per diversi motivi, non è riuscito a cambiare gran che della struttura statalista che avviluppa il Paese. A questo proposito, una delle rilevazioni più importanti del libro consiste proprio nel fare notare come, probabilmente, l’intreccio creatosi in 150 anni di statalismo fra l’apparato statale e la società sia diventato così complesso da rendere difficile, se non impossibile, sciogliere questo abbraccio mortale senza rischiare di ferire mortalmente tutto il Paese.

Qualunque sia l’esito personale del Cavaliere, rimane un vasto mondo, una grande fetta di popolo che ha bisogno di essere rappresentata. Il grande merito storico del berlusconismo, quello che rimarrà nella storia al di là dei molti difetti personali e dei diversi errori commessi dal Cavaliere, consiste nell’aver dato una casa ai conservatori, nell’aver avuto il coraggio politico di rappresentare con orgoglio i principi dell’Italia dei tanti campanili, dell’Italia profonda odiata dai diversi ideologi che l’hanno sempre considerata retrograda e reazionaria, cattolica e familistica, popolare e ostile alle tante sinistre, antistatalista. Berlusconi ha costruito un involucro dove il paese reale si è sentito rappresentato. Quest’ultimo e le sue esigenze rimarranno anche se l’involucro si dovesse spezzare o il suo costruttore dovesse uscire di scena.