Enzo Piccinini, un uomo reso unito da un impegno radicale. Il ricordo di Scola

L’arcivescovo emerito di Milano racconta l’amicizia con il medico emiliano e dirigente di Cl nel ventesimo anniversario della sua scomparsa

Enzo Piccinini

Articolo tratto dal numero di Tempi di maggio 2019 (attenzione, di norma l’accesso agli articoli del mensile è riservato agli abbonati: abbonati subito!).

Oggi, domenica 26 maggio 2019, cade il ventesimo anniversario della morte improvvisa di Enzo Piccinini, apprezzato chirurgo emiliano e dirigente del movimento di Comunione e Liberazione. Questa sera nel Duomo di Modena sarà celebrata una Messa in sua memoria dall’arcivescovo della città, monsignor Erio Castellucci, dal vescovo di Reggio Emilia (diocesi natale di Piccinini), monsignor Massimo Camisasca, e dal presidente della Fraternità di Cl, don Julián Carrón.

Per l’occasione pubblichiamo di seguito il racconto dell’amicizia con Enzo consegnato al nostro mensile dal cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano. A Enzo Piccinini è dedicato un ampio servizio a più firme nel numero di Tempi di maggio, compresa la copertina. E di lui parleranno amici e allievi anche al Tempi Day del 14 giugno (qui l’invito aperto a tutti).

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Copertina del numero di maggio 2019 di Tempi

Erano gli inizi degli anni Novanta. La presenza di Enzo Piccinini era già diventata un fuoco irruente e imprevisto per i ragazzi di mezza Italia quando monsignor Angelo Scola venne nominato a sorpresa e a soli 49 anni vescovo di Grosseto, il vescovo più giovane d’Italia. Una diocesi piccola, 125 mila fedeli e con le dimensioni di una grossa parrocchia, dove il vescovo, confessando ai suoi «il mio nome è per voi totalmente nuovo, così come per me lo è questa città e questa diocesi», aveva intuito fosse realmente possibile esercitare una paternità, quell’autentica paternità che può nascere solo da una figliolanza. 

Siamo a Grosseto quando il chirurgo emiliano, alla testa dei responsabili di Cl di Firenze e della Toscana, inizia a fare visita al vescovo. «Allora la sua personalità si rivelò potentemente. Avevo già conosciuto Enzo, partecipavamo insieme a taluni momenti di guida del movimento», racconta il cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano, a Tempi. «Preso alla sprovvista dalla nomina e ancor più dalla destinazione, cercavo di capire cosa significasse per la mia vita questo compito che la Chiesa mi aveva affidato e che si sarebbe rivelato una vera grazia: parlavo con tutti, a cominciare dai preti, con i giovani, con gli adulti. Incontrare una testimonianza intensa come quella di Enzo e dei suoi ragazzi mi ha aiutato a cogliere il senso e il valore di una vita impegnata nella fede. Ma ciò che era imponente, che si documentava e si è documentato in me fin dalla prima volta, era la radicalità di Enzo, della sua dedizione a Cristo, alla Chiesa e al movimento di Cl. Una radicalità che emergeva con molta forza dal senso di unità della sua persona. Era straordinario come riuscisse a mettere insieme la famiglia, moglie e figli con un lavoro molto complicato, cui dedicava competenza, studio, rischio, e un impegno col movimento che lo portava a girare l’Italia e non solo. Enzo era un uomo unito».

Angelo Scola

Unito: per tutta la vita Enzo non aveva inseguito altro, e il principio dell’unità della sua persona, questo metterci il cuore come Dio comanda, continuava a colpire chiunque lo incontrasse, perché chi incontrava Enzo «incontrava una persona visibilmente riuscita, lieta. Che non dissimulava mai la sua ragione di vita: donarsi sempre e comunque per la gloria umana di Gesù. Sempre e comunque: Enzo non si è mai sottratto, nei limiti dei suoi impegni oggettivi di chirurgo, a qualunque invito gli si facesse, sobbarcandosi di notti insonni e chilometri e chilometri di viaggi». Enzo stesso lo andava ripetendo, la sua fede non era l’esito di un impegno ma di «una gratitudine a cui non posso sottrarmi». Lo ribadì la sera del 12 dicembre 1998 davanti a ottomila studenti universitari di Cl, durante gli esercizi spirituali a Rimini: «La mia vita è come una mongolfiera, più vado, più m’innalzo, più mi impegno, più sono dentro a questa vita, più scopro degli aspetti dell’umano che erano impossibili prima: la capacità di fedeltà, di amicizia, di lealtà, di ripresa, di indomabilità, che non avevo mai pensato prima. Perciò, da ultimo, è una gratitudine. Come ho iniziato, così voglio finire: è una gratitudine che caratterizza la mia vita, perciò non ho paura di darla tutta». 

Il termine dell’esistenza

Una cosa così, spiega il cardinal Scola, non porta alcun altro nome se non quello di «dono della grazia di Dio: Enzo aveva ricevuto una grazia ed era pieno di gratitudine per averla ricevuta. Tutto il suo impegno personale si è innestato in questa adesione al dono, senza il quale nessun impegno può generare un fatto. È un fatto che Enzo abbia donato tutta la sua vita fino all’ultimo istante, con quella morte misteriosa e terribile in cui ebbe vicino soltanto il Signore». Quella notte, il 26 maggio del 1999, quando Enzo perse la vita in un gravissimo incidente, don Giussani inviò un messaggio chiedendo a ogni comunità di Cl nel mondo di riunirsi per dire una Santa Messa «in cui pregare Iddio perché abbiamo a ereditare la stessa sua fede», ricordando la sua vita tutta tesa a Cristo e alla sua Chiesa, la sua adesione a Cristo «così totalizzante che non c’era più giorno che non cercasse in ogni modo la gloria umana di Cristo». 

«Bisogna domandarla questa grazia», dice Scola, ricordando un passaggio dell’omelia che pronunciò quando era arcivescovo di Milano, durante la Messa per il XV anniversario del Dies Natalis di Enzo Piccinini, «ma questa grazia può venire solo dalla coscienza dell’appartenenza a Cristo; e l’appartenenza a Cristo non è matura se non riecheggia quanto disse il priore di Tibhirine al monaco spaventato dalla prospettiva del martirio». “Io non riesco a dar la mia vita”, aveva detto il trappista a frère Christian de Chergé prima del massacro. E il priore con un sorriso gli aveva risposto: “Ma tu ti sei dimenticato che l’hai già data”. «Questa risposta deve diventare per noi, nonostante tutte le nostre fragilità, le nostre paure, i nostri peccati, un criterio di cammino. Perché l’inizio della nostra vita è il dono della nascita attraverso la quale Dio ci crea mediante i nostri genitori, ma il termine della nostra vita è la Santa Trinità. E allora, quando uno si mette in gioco e dice “sì” alla chiamata del Signore, neanche il rumore sordo della morte che accompagna quotidianamente l’esistenza lo rende schiavo, perché è certo che attraverso la morte giungerà all’abbraccio e all’amore della Trinità. Che come diceva Hans Urs von Balthasar non è una fortezza da espugnare, bensì una casa dalle porte aperte». 

L’eredità da giocare adesso

Nonostante le fragilità, le paure e i peccati: perché nell’autocoscienza di essere già completamente donato a Cristo, Enzo «ha sempre saputo rigenerare dalla ferita, dai momenti più delicati della storia del movimento, una concordia più grande, in nome di quella gloria umana di Gesù che aveva sfondato la sua esistenza. Gesù, che come scrive Mauriac, ha rubato al Battista i migliori compagni ma “non volta il capo verso quelli che lascia alla loro solitudine dopo aver loro portato via una carissima anima. La Sua grazia infatti opera nel segreto anche quando li ha defraudati di un figlio, di una figlia; le sue consolazioni affluiscono per altre vie da quelle che ci sono familiari. Egli esige che lo si preferisca ai congiunti più stretti e persino a un maestro come il Precursore. Esige che questi siano lasciati per venire dietro a Lui”: io credo che Enzo, con la sua radicalità, ci abbia guidato e continui a custodirci in questa direzione». 

Enzo non poteva vivere senza il calcio, le montagne, la sala operatoria, senza cercare un senso non scontato né accomodante in tutto, persino nel dolore, perché «non c’è niente di più anticristiano di chi cerca di mettere a posto la vita». Non poteva vivere senza vivere il cristianesimo come una sfida: non anzitutto una dottrina o una morale, ma “la vera umanità”. «Ed è questa l’eredità di Enzo, il suo volto, la sua persona. Non ci sono discorsi da fare, ci sono testimonianze da dare, continuamente. Lo sa chi più lo ha avuto accanto, ha vissuto la sua umanità energica, la sua dedizione estrema, la capacità di pro-vocare e richiamare a Cristo. La sa chiunque lo abbia incontrato: una eredità è un talento da giocare qui, adesso».