Regno Unito. Johnson stravince le elezioni, gli inglesi avranno la Brexit

Altro che secondo referendum, altro che ripensamenti: gli inglesi vogliono la Brexit e l’avranno il 31 gennaio. Ora anche l’Unione Europea deve ripensarsi

boris johnson brexit

Altro che secondo referendum, altro che ripensamenti: gli inglesi vogliono la Brexit, vogliono uscire dall’Unione Europea e l’hanno dimostrato chiaramente andando a votare ieri per Boris Johnson. Il Partito conservatore ha centrato la vittoria più «ampia e schiacciante» dai tempi di Margaret Thatcher nel 1987. Il messaggio elettorale semplice e chiaro di Johnson, «Get Brexit Done», portiamo a termine la Brexit, ha funzionato. La Brexit, infatti, è evidentemente diventata un problema di principio nel Regno Unito: se la democrazia ha ancora un senso, il voto espresso nel referendum del 2016 deve portare all’uscita dall’Ue «senza se e senza ma», come dichiarato ieri sera dal premier.

AMPIA MAGGIORANZA ASSOLUTA IN PARLAMENTO

I Tories hanno conquistato 364 seggi, 38 in più della maggioranza assoluta, mentre sono crollati i laburisti di Jeremy Corbyn (203 seggi, 59 in meno rispetto al voto del 2017) e i liberaldemocratoci (11 seggi), che si opponevano alla Brexit. Ora Londra si staccherà senza dubbio il 31 gennaio da Bruxelles, ma la vera partita comincerà dall’1 febbraio.

Al momento, infatti, gli inglesi hanno tempo fino al dicembre 2020 per stringere un accordo quadro con l’Ue che definisca i futuri rapporti. Fino ad allora tutto resterà come adesso. Johnson, grazie all’ampia maggioranza conquistata, potrà negoziare l’accordo migliore per il Regno Unito, secondo il Financial Times, senza farsi condizionare dalle posizioni più euroscettiche all’interno del suo partito e da quelle che vogliono in ogni modo annacquare l’uscita dall’Ue.

LA DISFATTA DI CORBYN

Il voto ha sancito anche la disfatta dei partiti avversari di Johnson. La leader dei liberaldemocratici, Jo Swinson, che non è stata rieletta, si è dimessa dalla guida del partito. Corbyn, che ha guidato i laburisti alla loro peggior sconfitta dal 1935, ha dichiarato che «non guiderò il partito in nessun’altra campagna per le elezioni generali», mentre in tanti chiedono già le sue dimissioni.

Il risultato delle elezioni parlamentari smentisce anche tutti quei giornali, come Repubblica, che hanno continuato per mesi (e anche oggi in edicola) a parlare dell’opposizione dei giovani nei confronti della Brexit. Non è con i tweet che si misura la volontà popolare, ma con i voti dentro le urne. La favola dei «giovani britannici che si sono iscritti in numero record a queste elezioni, in gran parte per tentare di fermare Boris Johnson e i conservatori», confermata solo dai tweet, è stata definitivamente smentita. L’idea veicolata ancora oggi sul Corriere dall’ex direttore dell’Economist, Bill Emmott, secondo cui «agli elettori non importa molto della Brexit» non regge più.

L’UE DEVE RIPENSARSI

Il voto di ieri è anche un segnale per l’Unione Europea, che deve «ripensarsi», come dichiarato ieri dal direttore della Stampa, Maurizio Molinari. Lo scrive anche oggi sul Corriere Aldo Cazzullo: «A questo punto l’Europa ha due strade. Fermarsi all’unione monetaria. Oppure accelerare sulla via federalista, senza il freno che il Regno Unito ha sempre rappresentato. In questi anni Londra è stata con un piede dentro l’Ue e l’altro fuori. Non riconosceva né Schengen né Maastricht. Ha avuto più vantaggi che svantaggi; ma è una vicenda che questa notte relega al passato. Ormai il dado è tratto».

Foto Ansa