Elezioni in Iran, hanno vinto i riformisti? Non esageriamo

A Teheran i moderati della lista Rohani-Rafsanjani hanno trionfato ma non nel resto del paese. La maggioranza resta agli estremisti. E il voto non è libero

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I moderati e i riformisti «hanno vinto» le elezioni in Iran? Molti giornali in questi giorni hanno inneggiato al «nuovo corso» della Repubblica islamica, che con le elezioni di venerdì ha rinnovato il Majlis islamico, il Parlamento unicamerale del paese, e il Consiglio degli esperti, l’organo preposto alla nomina del successore dell’ayatollah Ali Khamenei, in caso di morte del leader 76enne. Prima di condividere l’entusiasmo della stampa, bisogna fare alcune precisazioni.

ELEZIONI NON DEMOCRATICHE. Da quando gli ayatollah hanno preso il potere in Iran, ci sono state nove tornate elettorali riguardanti il Parlamento. Sotto il regime islamico, il voto è solo in apparenza libero e democratico. Il Consiglio dei guardiani, infatti, organo non eletto di 12 persone e di nomina dell’ayatollah (in modo diretto e indiretto), è incaricato di stabilire prima delle elezioni chi può candidarsi e chi no e dopo le elezioni se il voto è stato valido oppure no.

NUOVO RECORD. Quest’anno il Consiglio dei guardiani ha stabilito un nuovo record, approvando solo 6.229 candidati sui 12.123 che si erano presentati. Solo il 51,4 per cento dei candidati hanno dunque ottenuto il via libera. La percentuale non era mai stata così bassa. Quando, dunque, si parla dei riformisti e dei moderati che avrebbero vinto le elezioni, bisogna considerare che sono comunque tutti politici già approvati dal regime islamico.

BASSA AFFLUENZA. Per questo motivo, l’esultanza della Guida suprema Khamenei, secondo cui le elezioni sono stata una vittoria della «democrazia religiosa», non ha senso. L’ayatollah ha festeggiato per l’alta affluenza ma i numeri vanno contestualizzati. Su 55 milioni (0 56 a seconda delle stime) aventi diritto, si sono recati alle urne 34 milioni di persone. L’affluenza dunque è stata al massimo del 60/61 per cento (probabilmente il dato reale si attesta intorno al 58 per cento), ovvero un risultato inferiore alle ultime elezioni e non solo.

VITTORIA RIFORMISTA A TEHERAN. E ora veniamo alla vittoria dei riformisti. La lista del presidente Hassan Rohani, fautore dell’accordo sul nucleare raggiunto con il gruppo del 5+1, e dell’ex presidente Hashemi Rafsanjani, considerati entrambi moderati, ha ottenuto una schiacciante vittoria nella capitale Teheran: qui ha vinto 15 su 16 seggi a disposizione per il Consiglio degli esperti e tutti i 30 seggi a disposizione per il Majlis islamico. Inoltre, due degli ayatollah più estremisti del paese (Muhammad Yazdi e Muhammad-Taqi Mesbah-Yazdi) sono stati scalzati dai loro posti.

MAGGIORANZA AGLI ESTREMISTI. L’Iran però è grande – più di Siria, Iraq e Libano messi insieme – e non si può ridurre alla capitale. Per quanto i cosiddetti riformisti abbiano guadagnato terreno, il Parlamento continua a essere costituito in maggioranza da politici considerati estremisti (115 contro 92 su 290). Inoltre, 44 seggi sono andati agli indipendenti, mentre quelli ancora vacanti saranno assegnati ad aprile. Nel Consiglio dei guardiani, che resterà in carica otto anni, gli estremisti detengono una maggioranza di seggi pari al 58 per cento contro appena il 17 per cento della fazione Rohani-Rafsanjani (anche se alcuni giornali sostengono un risultato diverso, a seconda di dove vengono posizionati i conservatori).

LA “VIA CINESE”. Non sarebbe però neanche corretto dire che nel regime islamico non è cambiato niente. Come scrive il giornale arabo Asharq al-Awsat, «le elezioni iraniane rimangono interessanti perché permettono di dare un’occhiata ai rapporti di forza all’interno del regime». Se le si guarda da questo punto di vista, «le elezioni non hanno portato a nessun cambio di potere decisivo a Teheran, però hanno rafforzato coloro che propongono la “via cinese”, cioè concentrarsi sulla crescita economica mantenendo buone relazioni con il mondo esterno e opprimendo qualsiasi opposizione in casa». Scema invece la posizione di chi sostiene la «via nordcoreana». Questo significa che «la lotta di potere si intensifica, mentre aumenta la preoccupazione per la successione di Khamenei». Per il «nuovo corso», invece, bisognerà ancora aspettare.

Foto Ansa/Ap


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