Egitto. Fratelli Musulmani esultano per la bomba al consolato italiano: «È venuta da Dio»

Ancora non sono accertati gli autori dell’attentato di sabato al Cairo, che ha causato la morte di un egiziano. Ma nella roccaforte degli islamisti si festeggia

L’attentato contro il consolato italiano in Egitto di sabato? «La bomba è venuta da Dio». Così si è festeggiato alla notizia dell’attacco, che ha causato la morte di un egiziano, a Naam Square, piazza del Cairo dove ogni venerdì i Fratelli Musulmani danno battaglia contro la polizia.

ROCCAFORTE DELLA FRATELLANZA. In questa roccaforte dei Fratelli Musulmani, che il presidente Abdel Fattah al-Sisi sta cercando di schiacciare, l’attentato è un’azione del tutto giustificabile. L’Italia infatti è alleata dell’Egitto e di Al-Sisi, quindi merita di essere colpita: «L’Egitto va a rotoli, il governo è contro il popolo, la gente è disperata, cosa volete che facciano? Voi italiani dovreste saperlo [perché accade questo con Al-Sisi], è amico vostro, no?», dichiarano i passanti all’inviato della Stampa.

«SOFFRIAMO DA 2015 ANNI». Il quartiere è completamente controllato dalla Fratellanza, autori di decine di attentati sanguinari negli ultimi due anni in tutto il paese, tanto da alienarsi il favore della popolazione egiziana. Qui le moschee non sono registrate e l’accesso è permesso solo ai membri dei Fratelli Musulmani. Da alcune di queste moschee, nel marzo del 2014, gli islamisti sono partito per assaltare la chiesa copta di St. Virgin Mary. Allora bruciarono e distrussero macchine fuori dall’edificio e paramenti sacri all’interno, linciando a morte una cristiana. Il sacerdote della chiesa, padre Paul, sembra abituato a tutto: «Noi cristiani soffriamo da 2015 anni, il primo fu Gesù Cristo, ciò che passiamo ci avvicina a lui».

ISIS O FRATELLANZA. Non si sa se l’attentato di sabato sia stato commesso dallo Stato islamico, che ha fatto una rivendicazione generica, o dai Fratelli Musulmani, come sostiene il governo egiziano. Di sicuro in Egitto il clima sta tornando pesante a causa della crescente insicurezza: «Dentro la testa di alcuni musulmani, come quelli dell’Isis, avviene qualcosa di terribile, si convincono che sia Dio a ordinargli di uccidere, è diabolico, innaturale, terribile. La preghiera è più forte della morte, non tutti i musulmani sono come questi pazzi, l’Egitto non è la Siria o l’Iraq perché qui c’è una radice comune, millenaria».

PRIORITÀ SICUREZZA. Se l’Egitto non riuscirà a frenare il terrorismo, questa radice rischia di essere sradicata. Prima dell’attentato al consolato italiano, era stato assassinato il procuratore generale Hisham Barakat, responsabile di molte condanne a morte di Fratelli Musulmani, mentre nel Sinai gruppi di jihadisti avevano massacrato oltre cento persone. Insieme a far ripartire l’economia, mantenere la sicurezza è la sfida più grande per Al-Sisi. Per il popolo egiziano è la priorità, ma l’obiettivo sembra sempre più difficile da raggiungere.

Foto Ansa/Ap