Egitto. Assolti gli islamici che umiliarono la 70enne cristiana Thabet

Trecento musulmani aggredirono la donna, la picchiarono e la gettarono nuda in strada nel 2016, dopo averle bruciato la casa

egitto souad thabet

I criminali musulmani che nel 2016 presero la cristiana copta Soad Thabet, 68 anni, la picchiarono e la spogliarono nuda, trascinandola in strada e gettandola sulle strade fangose di Alkarm, nella provincia egiziana di Minya, in Egitto, e che bruciarono la sua casa sono stati assolti. Quanto deciso il 17 dicembre dal tribunale di Minya ha dell’incredibile e ha gettato la donna nello sconforto: «Com’è possibile che li abbiano assolti? Sono rimasta nuda davanti a tutto il villaggio. I rappresentanti di Al-Azhar mi offrirono il loro sostegno, il presidente Al Sisi mi promise giustizia e ora i miei assalitori vengono giudicati innocenti! Mi sento ancora nuda», ha dichiarato ad Al Watani.

LA RELAZIONE ILLECITA E LA FURIA ISLAMICA

I fatti risalgono al 2016. A maggio si sparse la voce nel villaggio di Alkarm che il figlio di Thabet, Ashraf, cristiano e sposato, aveva avuto una fugace relazione amorosa con una donna musulmana sposata. Ashraf fu allora minacciato di morte e costretto a fuggire con la sua famiglia. I suoi genitori, entrambi anziani, andarono alla polizia per denunciare le intimidazioni e il giorno seguente, il 20 maggio, la loro casa insieme ad altre quattro abitazioni di cristiani venne bruciata da 300 musulmani inferociti. Thabet subì un’umiliazione inconcepibile mentre il marito di 79 anni venne picchiato e ferito.

Il governatore di Minya negò i fatti, dapprima, poi quando tutti i giornali parlarono della notizia disse che si era trattato solo di un «piccolo incidente». Infine, fece pressioni per fare arrestare 25 musulmani. Thabet testimoniò che la folla di musulmani era guidata da Nazeer Ishaq Ahmad, il marito della donna che aveva consumato un rapporto sessuale con Ashraf, il padre Ishaq Ahmad e il fratello Abdel-Moniem Ishaq Ahmad.

IL PROCESSO

Il caso venne chiuso senza condanne dopo otto mesi, quando diversi cristiani, probabilmente minacciati, ritrattarono le dichiarazioni rese alla polizia sugli abusi e i crimini commessi dai musulmani. Il caso venne però riaperto nel febbraio 2017 e l’11 gennaio 2020 i responsabili della famiglia Ishaq Ahmad furono condannati a 10 anni di carcere. A febbraio, durante il ricorso in appello dei musulmani, i quattro proprietari delle case bruciate ritrattarono le loro testimonianze «riconciliandosi» con gli accusati.

Thabet rifiutò di lasciar cadere le accuse ma in assenza delle testimonianze degli altri cristiani il caso si è indebolito e i musulmani sono stati assolti il 17 dicembre. La sentenza ha fatto infuriare i cristiani copti e anche molti musulmani hanno denunciato lo scandalo. La famosa attrice egiziana, Nashwa Mustafa, ha difeso pubblicamente Thabet attirandosi le ire dei fanatici islamici: «Che cosa fareste se fosse stata vostra madre ad essere spogliata e buttata in mezzo alla strada, mentre la sua casa viene data alle fiamme?».

«IN PARADISO AVRÒ GIUSTIZIA»

Il 18 dicembre il procuratore generale dell’Egitto, Hamada al Sawy, ha dichiarato che verificherà se il verdetto è stato inficiato da motivazioni religiose. Il Consiglio nazionale egiziano per le donne si è offerto di pagare un team legale a Thabet. La donna, sconvolta dalla sentenza, ha dichiarato: «So che se non otterrò giustizia su questa terra, l’avrò in Paradiso».