L’Eco della letteratura non è l’eco dell’arte

Parafrasando Alessandro Manzoni che si chiedeva a proposito di Napoleone “fu vera gloria?”, per Umberto Eco, infatti, ci si dovrebbe chiedere se la sua fu vera arte?

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Nel Paese in cui si celebra l’ipnosi della coscienza dinnanzi ad un’arma di distrazione di massa come Sanremo che offusca, dietro una cortina nebbiogena colorata di conformismo arcobaleno, la radiosa essenza dell’arte canora e della verità sulla famiglia, ogni tanto succede qualcosa degno di nota, come il trapasso di un grande che in effetti non si sa se un grande fosse. Parafrasando Alessandro Manzoni che si chiedeva a proposito di Napoleone “fu vera gloria?”, per Umberto Eco, infatti, ci si dovrebbe chiedere se la sua fu vera arte?

Se l’arte è intesa come mera abilità tecnica, allora indiscutibilmente la risposta non può che essere affermativa, poiché indubbiamente in tal senso la sua più celebre opera Il nome della rosa è tecnicamente ineccepibile dal punto di vista letterario, ma appunto nulla di più, cioè soltanto un bell’esempio del come saper scrivere, un paradigma tecnico su cui poter fare esercitare tutti coloro che intendono diventare degli ottimi esecutori della scrittura, ma senza altre pretese, come i fedeli servitori di un mite tiranno.

Se, invece, l’arte, di cui la letteratura è sicuramente simbolo supremo, come dimostra la circostanza per cui ben quattro delle sette muse (Euterpe, Melpomene, Erato e Calliope) si prendono cura della poesia – che sicuramente costituisce il volto nobile della letteratura e l’ambizione empirea, perfino, di ogni eccelsa prosa che per l’appunto si definisce sempre senza indugio come “poetica” – è intesa come epifania del bello, cioè del vero dell’arte, ovvero del vero che nell’arte si declina, la questione si complica alquanto per Umberto Eco.

La sua più celebre opera, infatti, è tutta tesa a dimostrare che, come si legge ne Il nome della rosa per bocca di uno dei due protagonisti, cioè Guglielmo di Baskerville, «l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità».

Fu vera arte dunque quella di Eco e del “nome della rosa”? Romano Guardini ha avuto modo di precisare che «essenziale per un’opera d’arte è avere sì un senso, ma non uno scopo. Essa esiste non per un’utilità tecnica, né per un vantaggio economico o un ammaestramento e miglioramento didattico-pedagogico, bensì per essere una forma che rivela».

Rivela cosa? Appunto, la verità, cioè l’essenza del mondo, una essenza la cui esistenza viene ad essere negata ne Il nome della rosa, che, come si ben sa e occorre ricordare, trova tutta la sua carica di suggestione nel motto del nominalismo medievale – cioè la corrente di pensiero in base alla quale non è possibile cogliere l’essenza, cioè la verità del mondo – per il quale “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus” (la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi).

In sostanza, significa una sfiducia completa nelle risorse della ragione a cui è preclusa la possibilità di conoscere il vero delle cose, cioè la loro essenza; riproposizione dello scetticismo gorgiano per cui la verità non esiste, se esiste non si può conoscere e se si può conoscere non si può comunicare o anticipazione modesta di quel nichilismo moderno, tanto caro a Friedrich Nietzsche, per il quale nichilismo significa, infatti, che «manca la risposta al perché».

Oltre che la verità filosofica, cioè la capacità della ragione, l’opera magna di Umberto Eco sembra negare anche quella storica.

Del resto, la visione che Eco fornisce del medioevo, dell’inquisizione, della Chiesa, del diritto medievale non è appunto rivelativa, cioè in grado di mostrare la verità tramite l’opus del romanziere, ma, semmai, l’opposto, cioè in grado di riformare e deformare, perfino, la verità su tutte le predette dimensioni.

Tra i tanti esempi citabili, sia sufficiente ricordare la preziosa ed insostituibile opera di recupero e tradizione della dimensione giuridica romanistica compiuta dalla Chiesa all’indomani della caduta dell’impero romano d’occidente.

La Chiesa, come riconoscono tutti gli storici del diritto, ha non solo garantito l’ordine politico e sociale in disfacimento dopo il dissolvimento delle istituzioni dell’impero, ma, soprattutto, ha salvato la tradizione giuridica classica arricchendola con il portato della spiritualità cristiana, dando vita alle fondamenta su cui si costruisce l’intero edificio giuridico dello Stato di diritto sociale e democratico odierno di cui tanto ci si vanta in occidente.

Si pensi, infatti, a quanto scrive lo storico Brian Tierney: «I diritti individuali erano molto importanti per i canonisti e dovevano essere tutelati. I concetti chiave dei teorici dei diritti settecenteschi ebbero spesso origini medievali».

Anche per quanto riguarda l’inquisizione, inoltre, il panorama tratteggiato da Umberto Eco è ben poco attinente con la realtà, posto che l’inquisizione medievale costituì una vera e propria forma di civilizzazione giuridica dell’occidente, consentendo di abbandonare i sistemi arcaici di risoluzione delle controversie, come la vendetta privata, le ordalie, i duelli, per adottare un sistema giurisdizionale che garantisse i diritti dell’imputato, la terzietà del giudice, un sistema di procedure oggettivo ed unico per tutti i processi.

L’inquisizione, inoltre, offrì riparo alla società europea medievale da tutti quei cancri culturali costituiti dai movimenti ereticali lo sviluppo dei quali avrebbe comportato la fine della civiltà medesima se non fosse intervenuta l’inquisizione a placarne fin da subito, sebbene con alterni successi e insuccessi, i molteplici focolai.

La prova di quanto si afferma deriva non solo dalle parole di un celebre storico dell’inquisizione, ma da uno storico dell’inquisizione virulentemente e risaputamente anti-cattolico come fu Charles Lea che tuttavia, diversamente da Eco, ebbe l’onestà intellettuale di riconoscere il merito dell’inquisizione per aver combattuto le eresie più pericolose come il catarismo: «Qualunque sia l’orrore che ci possa venir ispirato dai mezzi che vennero adoperati per combatterla, qualunque possa essere la pietà che dobbiamo sentire per coloro che morirono vittime delle loro convinzioni, riconosciamo, senza esitazione, che, date quelle circostanze, la causa dell’ortodossia non era altro che la causa della civiltà e del progresso. Se il catarismo fosse divenuto la religione dominante, o anche soltanto l’eguale del cattolicesimo, non c’è alcun dubbio che la sua influenza sarebbe stata disastrosa. L’ascetismo di cui faceva professione nelle relazioni sessuali, se fosse divenuto generale, avrebbe condotto inevitabilmente all’estinzione della specie; e siccome tale risultato è assurdo, è probabile che al matrimonio si sarebbero venute sostituendo le unioni libere, con conseguente distruzione della famiglia, piuttosto che rassegnarsi alla scomparsa del genere umano e al rivolgersi di tutte le anime esiliate verso il loro creatore […]. Non si trattava solo di una rivolta contro la Chiesa, ma dell’abdicazione dell’uomo dinnanzi alla natura».

L’opera magna di Eco, sembra dunque ben lontana da ogni concretezza storica, non potendosi nemmeno così catalogare nella categoria dei romanzi storici. Non a caso, una celebre studiosa del medioevo come Regine Pernoud, ha avuto modo di definire il romanzo di Eco come un «mini-museo antireligioso».

Fu vera arte dunque? Sicuramente no, perché, al netto delle licenze letterarie ed immaginifiche, in quanto tali sempre legittime, è un’opera tesa a negare la verità in ogni sua declinazione, sia filosofica che Martin Heidegger ha insegnato proprio l’opposto di quanto insegnato da Eco, cioè, appunto, che «l’arte è il mettersi in opera della verità».

Ed è proprio singolare che gli ammiratori di Eco cadano nel così semplicistico errore non solo di non cogliere la natura dell’arte, ma addirittura di non comprendere quanta poca arte vi sia in realtà nell’opera di Eco, a tal punto da attaccare ogni critico del loro scomparso idolo che, tuttavia, critica Eco proprio in loro difesa, quasi, in ciò, facendo rivivere uno degli insegnamenti di Guglielmo di Baskerville: «I semplici pagano sempre per tutti, anche per coloro che parlano in loro favore».

Foto Ansa


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