Sierra Leone. Niente più strette di mano né matrimoni e funerali. «Così Ebola sta cancellando la nostra cultura e le tradizioni»

Nel paese africano il virus ha già ucciso 930 persone e i contagi sono in aumento. Intervista al presidente del Family Home Movement, ong locale del network Avsi

Per capire l’impatto di Ebola in Sierra Leone non basta guardare il numero dei contagi e delle vittime. Sono le abitudini sociali che vengono stravolte a dare davvero l’idea di quanto l’epidemia stia cambiando il paese. «Non ci salutiamo più stringendoci la mano, non si possono più seppellire i cadaveri dei propri cari come prima e le feste di matrimonio sono un lontano ricordo». Parla così a tempi.it Ernest Sesay, presidente del Family Home Movement, ong locale del network Avsi.

Qual è la situazione nel paese? L’ultimo dato dell’Organizzazione mondiale della sanità parla di 2.950 contagiati e 930 vittime.
I contagi continuano ad aumentare e non vediamo miglioramenti, purtroppo. Solo nella capitale Freetown ad oggi ci sono 648 casi di persone positive al virus. I casi raddoppiano ogni tre settimane. La gente è in uno stato di panico e trauma: qualunque cosa si faccia, il primo pensiero va a Ebola. Non viviamo più in modo normale

Che cosa significa?
Le scuole sono chiuse, molti negozi sono chiusi, gli ospedali sono chiusi, a parte quelli gestiti dal governo e che dovrebbero essere in grado di gestire l’epidemia. Le abitudini di vita, così come tradizione e cultura, sono cambiate. Per noi in Africa, ad esempio, è importante stringerci la mano ad ogni incontro: oggi nessuno lo fa più, forse resta come abitudine tra marito e moglie. Ma al di fuori della famiglia, nessuno si fida a stringere le mani altrui. C’è anche un grave problema legato ai funerali.

Quale?
Per noi africani il rito di passaggio all’altra vita è fondamentale. Il rispetto dovuto ai cari è molto sentito e le persone vengono seppellite con tutti gli onori. Ora tutto è cambiato, nessuno può più seppellire i propri cari. Lo fa il governo: vengono a prendere i cadaveri, li trattano, perché tutti sono sospettati di avere il virus, e poi li seppelliscono in modo molto brutto. Solo chi ha la fortuna di avere un certificato che attesti che il morto non aveva il virus può fare un funerale. Ma sono pochi e infatti non è raro che interi villaggi si ribellino contro il governo.

La gente si riunisce ancora?
Non ai matrimoni. Non si può più fare. Cultura e tradizione sono cambiate.

Quali sono gli altri problemi?
I prezzi sono aumentati tantissimo, quasi triplicati. La gente non sa più come trovare da mangiare. Il governo ha concentrato tutte le risorse in programmi per combattere il virus. I programmi di sviluppo sono stati bloccati e la gente teme di non riuscire a sopravvivere.

Save the Children ha diffuso dati allarmanti sulla situazione dei bambini.
Ci sono tantissimi orfani: la settimana scorsa ne avevamo 313 solo nella capitale. Ma c’è anche il problema dei bambini che vengono colpiti dal virus e poi guariscono. Stamattina abbiamo parlato con le famiglie di 16 bambini curati in modo definitivo: c’è bisogno di preparare i loro genitori perché non si fidano e non li rivogliono più a casa. Vengono stigmatizzati dalle comunità non solo gli orfani, rimasti soli dopo la morte per Ebola dei genitori, ma anche quelli che guariscono. E questo vale anche per gli adulti.

C’è ancora diffidenza verso l’esistenza del virus?
No. Prima si negava che esistesse, e questo è il motivo per cui Ebola si è diffuso così, ora invece tutti lo accettano. Perché hanno visto i morti, hanno visto intere famiglie cancellate. Ora tutti ci credono ma non capiscono da dove venga. Epidemie di Ebola erano scoppiate in Uganda o Gabon: nessuno sa come il virus sia potuto arrivare in Africa occidentale.

È vero che gli ospedali sono pieni e non c’è più posto per curare tutti i malati?
Sì purtroppo, perché tanti ospedali sono stati chiusi e restano solo quelli specializzati. Anche per questo la gente non si fida più e non va in ospedale: se ha malattie diverse da Ebola non si arrischia per non essere sospettato di aver contratto il virus e per non essere stigmatizzato. Solo andare in ospedale è già come una condanna a morte. Ecco perché tanti restano a casa quando sono malati e muoiono di malaria o altre malattie.

Cosa fate con Avsi per aiutare?
Abbiamo tantissimo lavoro. Aiutiamo la gente in difficoltà distribuendo acqua e viveri. Educhiamo la gente su come riconoscere i sintomi di Ebola e intervenire prontamente. Facciamo mediazione con le famiglie perché non rifiutino i sopravvissuti al virus. Quando poi una famiglia o un villaggio intero viene messo in quarantena, cerchiamo di capire quanta gente c’è e quali sono i bisogni e li comunichiamo al governo.