È il Venerdì Santo anche del Papa

Nell’ultima intervista di Francesco si avverte questa percezione del male grande che appesantisce il cuore. «Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

Papa Francesco durante una Messa a Santa Marta

Cronache dalla quarantena / 26

Papa Francesco mi sembra un po’ giù di corda. Lo dico sul serio. E non lo dico col gusto macabro dei suoi detrattori. Lo dico perché questo stato d’animo mi sembra adombrato nell’intervista che il Santo Padre ha rilasciato nei giorni scorsi e che è stata pubblicata ieri da un certo numero di testate del mondo ispanico e anglosassone.

È un testo da Venerdì Santo. Prevalgono – così a me pare – l’incertezza e la tristezza di fondo. Dove tutto quanto accade nel mondo – ma proprio tutto – sembra stabilire sulla terra abitata dall’uomo un orizzonte oscuro. Implacabile e invincibile.

Viene alla mente un vecchio slogan del ’68. «Fermate il mondo, voglio scendere!». Pare che perfino il Papa voglia scendere. Tanto è grande il male del mondo. Sì, scaldano un po’ i frati cappuccini nel lazzaretto dei Promessi sposi, ad accudire gli appestati senza tema della propria salute, e che Francesco vede attualizzati in quei medici, infermieri, pastori d’anime che si mescolano al popolo. E che «hanno l’odore delle pecore».

Ma l’orizzonte del male, come realtà senza via di scampo, sembra prevalere sulla pur generosa gratuità umana, e inchiodarci a un orizzonte di morte. Come nel finale del Dies Irae del danese Dreyer, il male diventa il rancido assedio della folla a colei che è accusata di essere una strega. E dunque il popolo marcia (come ha marciato contro la strega cattolica cardinale George Pell) gridando a una sola voce, come in un corteo rabbioso dei nostri giorni, in un crescendo di odio ubriaco: «Marta Herlof, Marta Herlof, devi morire bruciata! Marta Herlof, Marta Herlof, devi morire bruciata!».

L’uomo può trovare un capro espiatorio. Urlare. Indignarsi. Maledire. Cercare i colpevoli sempre e comunque in qualunque tragedia, disgrazia, imprevisto mortale. E siccome niente può restituirti la vita che hai perduta, poi uno si rassegna al risentimento senza più occhi per piangere. «Grande è la potenza del male», dice una dei protagonisti del film di Dreyer. E «nessuno asciugherà le mie lacrime».

Contro il male, purtroppo, l’uomo è impotente. Ecco, nel sottotesto della intervista in cui Francesco torna e ritorna sui temi a lui più cari (i poveri, le guerre, la terra inquinata, le ingiustizie, gli egoismi, le speculazioni) si avverte questa percezione del male grande che appesantisce il cuore. Sembrerebbe appunto – in questa solitudine e reclusione da coronavirus che soffre e impedisce anche il Papa in Santa Marta – il Venerdì Santo di Cristo.

La morte in croce come un delinquente. La discesa nella tomba. Il trionfo della morte. «Se tu sei il figlio di Dio, scendi dalla croce!». Se tu sei il Papa, accendi di speranza questo orizzonte umano mortifero! Si capisce che è il Venerdì Santo anche del Papa. Egli infatti mormora qualche parola sul futuro. Un ottimismo pieno di pallore. «Che ho da dire ai giovani? Abbiate il coraggio di guardare più avanti e siate profeti». Populisti, neomalthusiani che parlano come parlava Hitler. A ciascuno il suo. C’è poco da decifrare – mena più a destra o qui attacca anche la sinistra? Qui il Papa attacca tutti, destre e sinistre.

“È un disastro”, sembra dire. E francamente, sembra concludere il vicario di Cristo in terra, anch’io mi sento in grande ambascia. Ha un’impennata di spirito papa Francesco solo sul finale. Pensando a «un verso magnifico» di Virgilio. Lasciamolo dire al Papa:

«Quando Enea, sconfitto a Troia, aveva perduto tutto e gli restavano due vie d’uscita: o rimanere là a piangere e porre fine alla sua vita, o fare quello che aveva in cuore, andare oltre, andare verso i monti per allontanarsi dalla guerra. È un verso magnifico: “Cessi, et sublato montem genitore petivi”. “Mi rassegnai e sollevato il padre mi diressi sui monti”. È questo che tutti noi dobbiamo fare oggi: prendere le radici delle nostre tradizioni e salire sui monti».

È una conclusione bella. Ma di una bellezza pallida. Quando in realtà anche papa Francesco forse avrebbe voluto concludere come concluse Cristo in croce. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». «E – narrano i testimoni – detto questo spirò».

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