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Dopo l’attentato di Londra, anestetico Let it be

aprile 1, 2017 Leone Grotti

Una realtà violenta irrompe a turbare lo spleen occidentale che si rifugia in eterei riti consolatori per non fare i conti con l’unico dato di fatto: i terroristi sono fra noi

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Vorremmo cortesemente ricordare ai terroristi che questa è Londra e che continueremo a prendere il tè». Il cartello apparso nella stazione della metropolitana al posto degli avvisi sulla circolazione dei treni, due giorni dopo l’attentato di Londra, è un falso. È stato realizzato con photoshop ma decine di migliaia di persone l’hanno condiviso sui social network e la premier Theresa May l’ha scelto come simbolo della corretta reazione al terrorismo di matrice islamica: la normalità.

A forza di suonare Imagine nelle piazze con il pianoforte (o con le campane delle chiese) dopo ogni strage, di intonare il capolavoro di Paul McCartney, Let it be, lascia che sia, per consolarci dopo ogni attentato, a forza di ripetere che tutto deve proseguire come prima, che niente deve cambiare, che bisogna andare fuori a bere e divertirsi per esorcizzare la paura, rispondere all’odio con l’amore, scrivere “pace” con i gessetti sull’asfalto e inondare internet di hashtag zuccherosi; ecco, a forza di ripetere questo schema logoro, attentato dopo attentato, è successo davvero. L’anestetico ha funzionato, abbiamo lasciato che fosse, abbiamo bevuto il tè e la ruota panoramica sul Tamigi ha ricominciato a girare due ore dopo la folle corsa della Hyundai Tucson. Alla guida del suv, il terrorista Khalid Masood ha falciato il 22 marzo cinquanta persone sul ponte di Westminster, uccidendone tre, per poi scendere e accoltellare a morte un poliziotto all’entrata del Parlamento prima di essere abbattuto dagli altri agenti.

Il business as usual ha trionfato, ma assomiglia tanto a una vittoria di Pirro. Qualcuno si è già levato per dare la colpa morale dell’attentato al cosiddetto Muslim Ban di Donald Trump, ai fautori della Brexit e ai populisti, of course. Alcuni giornali hanno notato che Masood è nato nella stessa contea del cattivo e sboccato ex leader dell’Ukip, Nigel Farage (sarà un caso?). Se i “nemici” continuano a essere loro, quelle vittime distese sul ponte che corre sopra il Tamigi non si spiegano. Londra non è Bruxelles, l’Inghilterra non assomiglia neanche alla lontana al Belgio. Gli inglesi sono classisti, eccome, ma non razzisti. Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, è un musulmano di origine pakistane e dice frasi come «la diversità è la nostra forza». Il multiculturalismo è stato a lungo il faro del paese. Ma qualcosa non ha funzionato.

Una manifestazione anti-islamofobia tenutasi a Londra  il 24 marzo, due giorni dopo l’attentato  a Westminster (foto AP)

Una manifestazione anti-islamofobia tenutasi a Londra
il 24 marzo, due giorni dopo l’attentato
a Westminster (foto AP)

Le indagini di polizia e servizi inglesi portano a  (più altre due a Londra e Manchester). Il britannico 52enne Masood, all’anagrafe Adrian Russell Elms (o Ajao, ma ha cambiato nome almeno cinque volte negli ultimi dieci anni), si era trasferito nella seconda città inglese nel 2012. Padre di tre figli, si sarebbe convertito all’islam intorno al 2005 in carcere o in Arabia Saudita, dove si è recato per due volte. Per i vicini di casa era il «vampiro» perché negli ultimi mesi usciva solo di notte e sempre vestito di nero. È da Birmingham, dove un abitante su quattro è musulmano (la percentuale più alta dell’Inghilterra) e c’è la moschea più grande d’Europa, che un quinto dei foreign fighters britannici è partito alla volta della Siria per unirsi all’Isis.

È un caso? No. «Birmingham riempie ciclicamente le cronache di storie inquietanti», racconta a Tempi Cristina Marconi, giornalista free lance di stanza a Londra. «Ci sono comunità che stanno andando alla deriva, intere porzioni di Pakistan trasferite in città che si tagliano fuori dal resto del paese, perché non hanno interesse a mescolarsi. Non si riconoscono nei valori britannici e questo è un problema». La mente torna inevitabilmente al 2014, anno in cui le autorità hanno scoperto l’operazione Trojan Horse, una precisa strategia per “islamizzare” lentamente le scuole pubbliche di Birmingham: già in sei istituti statali le ragazze erano confinate nei posti in fondo alla classe, le professoresse obbligate a indossare il velo e tutti gli studenti, cristiani compresi, potevano studiare come unica religione l’islam. Altrettanto preoccupante è il dato sulla radicalizzazione nel paese: fino a 3.000 persone sono sulla lista stilata dagli 007 britannici dei potenziali terroristi, la corrente estremista wahabita viene insegnata nel 6 per cento delle moschee inglesi e i fondamentalisti deobandi controllano un altro 45 per cento.

Sharia friendly
Anche il dato sulle corti della sharia aperte nel paese mette in luce un problema che non si può risolvere bevendo il tè alle cinque: tra Inghilterra e Galles esistono 85 corti islamiche che possono legalmente risolvere contraddittori legati al diritto economico, familiare e religioso delle comunità musulmane. Questo sistema giudiziario parallelo, accettato in base al principio della «comunità multiculturale», rende di fatto legale ogni giorno nel paese la poligamia, le mutilazioni genitali, il ripudio della moglie, il divieto di matrimoni misti e le violenze domestiche. E non ci sono solo le corti riconosciute, perché esiste una vasta rete di consigli informali islamici, che operano esternamente alle moschee, occupandosi di divorzi e custodia dei figli. Nel 2014 la Law Society, che rappresenta gli avvocati inglesi, ha pubblicato sul suo sito una guida “sharia friendly” per insegnare come redigere un perfetto testamento islamico (che discrimina le donne). È in questi ambienti che il radicalismo nasce, la retorica del “noi contro di loro” si alimenta e l’odio verso l’Occidente cresce.

La litania civile del giorno dopo si ripete sempre uguale e si nutre di riti autoconsolatori. Come quello del “lupo solitario”. Masood è stato definito così inizialmente, poi si è scoperto che è stato inserito nella lista dei potenziali terroristi nel 2010 (anche se non si sa per quanto tempo vi sia rimasto). Secondo il Daily Telegraph, non era molto solitario: in passato ebbe contatti con elementi di Al Qaeda, con i quali progettò di far saltare in aria una caserma dell’esercito a Luton, era amico di Taimour Abdulwahab, che si è fatto esplodere a Stoccolma nel 2010, e conosceva il predicatore estremista Anjem Choudary, condannato l’anno scorso a cinque anni di carcere.

Foto AP

Foto AP

Prima di scoprire che non erano tali, sono stati etichettati come “solitari” anche i fratelli Kouachi (strage di Charlie Hebdo del gennaio 2015) e Amedy Coulibaly (assalto al supermercato ebraico Hyper Cacher), il terrorista di Nizza che ha ucciso 84 persone lanciandosi con un tir sui turisti riuniti lungo la Promenade des Anglais per la festa del 14 luglio, il migrante 17enne Riaz Khan che in Germania ha assalito a Würzburg a colpi d’ascia 19 persone nel luglio del 2016, il rifugiato siriano Mohammad Daleel che si è fatto esplodere nello stesso mese ad Ansbach fuori da un concerto, il tunisino Anis Amri che nel dicembre scorso si è scagliato con un camion su un mercatino di Natale a Berlino investendo decine di persone e uccidendone dodici.

Una definizione pigra
Sembravano semplici “squilibrati” i due ragazzi francesi che hanno sgozzato a luglio un sacerdote durante la Messa a Saint-Etienne-du-Rouvray, l’uomo che pochi giorni fa stava per sparare in testa a una soldatessa nell’aeroporto parigino di Orly, il jihadista che ha sgozzato in un condominio della capitale francese i suoi parenti perché l’avevano denunciato, e infine Mohamed R., che il giorno dopo l’attentato di Londra ha virato l’automobile sui pedoni di Anversa, senza causare vittime. Diverso il caso degli attentati multipli di Parigi e Bruxelles, rispettivamente del 13 novembre 2015 e 22 marzo 2016, dove il numero delle esplosioni e la varietà degli obiettivi ha subito fatto pensare a un commando ben organizzato.

Guido Olimpio ai “lupi solitari” non ci ha mai creduto. «È una definizione che usiamo solo per pigrizia», dice a Tempi l’esperto di terrorismo del Corriere della Sera. «I lupi sono solitari solo nella fase finale dell’attentato, ma come hanno dimostrato gli ultimi attacchi in Europa, alle spalle c’è sempre una struttura o un’ispirazione o degli ordini diretti. Sono persone inserite in un ambiente, una rete politica o sociale». Non è un caso che l’Isis abbia rivendicato l’attacco, attraverso l’agenzia Amaq, esaltando il «soldato del Califfato che ha risposto all’appello di colpire i cittadini dei paesi della coalizione crociata». Il riferimento è alle parole con cui il portavoce dell’Isis, Abu Mohammad Al Adnani, ucciso da un raid americano ad agosto, incitò tutti gli affiliati ad ammazzare gli «infedeli con la vostra macchina, un coltello, un sasso».

Foto AP

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«L’Isis non è la testa, ma la coda»
Anche invocare «più intelligence» come un Deus ex machina è una reazione di comodo. Per monitorare una persona 24 ore su 24, 7 giorni su 7, servono almeno 20 persone. Per seguire tutti i 3.000 sospetti terroristi inglesi Scotland Yard dovrebbe mobilitare 60 mila unità, quasi la metà degli agenti a disposizione di Sua Maestà. Per neutralizzare i terroristi bisognerebbe abbandonare le città alla mercé di tutti gli altri criminali. Per quanto riguarda le auto, infine, «che cosa vogliamo fare, chiudere i centri città alle macchine paralizzandoli?». Non funzionerebbe, continua Olimpio, perché «i modi per attaccare sono infiniti».

Il punto è un altro: «Dobbiamo sempre ricordarci che l’Isis è la coda, non la testa: non è una creatura sovrannaturale nata sotto un cavolo. È l’espressione di problemi politici, religiosi ed etnici. Quando verrà sconfitto, verrà fuori una nuova etichetta, come è sempre stato fino ad ora». Gli inglesi lo sanno. Michael Adebolajo e Michael Adebowale, i due cattolici di origine nigeriana convertitisi all’islam nel Regno Unito, non hanno avuto bisogno di affiliarsi all’Isis per sgozzare con un machete nel 2013 il militare londinese Lee Rigby inneggiando ad Allah. Il problema da affrontare è più profondo e non basterà cantare Let it be per risolverlo. 

Foto Ansa

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