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L’attentato di Londra e quel pericolo che «nulla eliminerà del tutto»

marzo 23, 2017 Redazione

L’analisi dell’esperto di terrorismo islamico Jason Burke dopo l’attacco a Westminster. «Non sappiamo chi sia l’attentatore, ma possiamo indovinare molte cose»

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L’attentato terroristico di ieri a Londra, dove un uomo sul Westminster Bridge si è gettato contro i pedoni a bordo di un Suv, uccidendo tre persone e ferendone 29 prima di essere abbattuto nel tentativo di penetrare nel parlamento britannico, si inserisce in una (ormai lunga) serie di attacchi fai-da-te inaugurata tre anni fa dallo Stato islamico. O almeno questa è la tesi dell’esperto di jihadismo Jason Burke, che firma oggi un’analisi per Repubblica.

«INVESTITE L’INFEDELE». Come “evento scatenante”, Burke ricorda l’appello lanciato nel 2014 da Mohammed al Adnani, responsabile delle operazioni internazionali dell’Isis, che incitò tutti i seguaci a colpire gli infedeli ovunque li incontrassero. Non solo in Siria o in Iraq: i soldati del califfo per Adnani avrebbero dovuto entrare in azione nei loro paesi e «se non riuscite a trovare una bomba o delle munizioni – disse il leader jihadista – fracassate la testa [dell’infedele] con una pietra, sgozzatelo con un coltello, investitelo con la vostra automobile, scaraventatelo giù dall’alto, soffocatelo, o avvelenatelo».

FAR DILAGARE LA VIOLENZA. Secondo Burke, quella esortazione ha avuto tra gli estremisti islamici ammiratori dell’Isis «un impatto molto più grande rispetto a inviti simili precedenti», tanto che oggi la tattica di colpire gli occidentali con armi improvvisate «sembra di gran lunga il modo più facile per portare a buon fine i loro obiettivi a lungo termine: terrorizzare i nemici, mobilitare i fiancheggiatori, polarizzare le comunità così da far dilagare la violenza il più possibile.»

DA NIZZA A BERLINO. Nell’articolo dell’esperto di jihadismo ospitato da Repubblica segue un elenco di azioni di questo tipo portate a termine successivamente alla chiamata alle armi non convenzionali di Adnani, appello per altro ripetuto nel dicembre 2016. Non tutte sono azioni collegabili con certezza all’Isis, ma la lista fa impressione. E non è neanche completa. Dicembre 2014: a Digione e Nantes «autoveicoli furono guidati nell’evidente intento di investire dei pedoni». Luglio 2016: Nizza, camion sulla parata del Giorno della Bastiglia, 82 morti. Novembre 2016: camion e coltelli in un campus dell’Ohio, 13 feriti. Dicembre 2016: Berlino, camion contro un mercatino di Natale, 12 morti.

OBIETTIVI TRADIZIONALI. Burke fa poi tre considerazioni «a più vasto raggio». La prima, «ovvia benché spesso trascurata», è che il ricorso alle armi improvvisate non è una novità. «Quasi tutti gli attentati perpetrati nei 20 anni di questa attuale ondata di terrorismo associata all’estremismo islamico hanno previsto l’impiego di materiali che ci si può procurare senza difficoltà». La seconda è che l’allungarsi della serie degli attacchi fai-da-te «non significa che lo Stato islamico abbia rinunciato al tentativo di organizzare e perpetrare attentati più tradizionali come quelli di Parigi nel 2015».

La terza vale la pena di leggerla per intero:

«In terzo luogo, anche se l’identità dell’attentatore di Londra non è ancora confermata, possiamo indovinare molte cose su di lui. Verosimilmente è un cittadino britannico. Sono circa duemila i britannici che si sono recati in Siria per unirsi alle fila dello Stato islamico o di altri gruppi simili dall’inizio del conflitto siriano. Molto probabilmente, l’attentatore di ieri è anche collegato a network esistenti di attivisti. I cosiddetti lupi solitari che operano da soli sono veramente pochi. Forse, l’attentatore era noto ai servizi segreti e alla polizia. La percentuale di attentatori che in Francia e in Germania hanno colpito con successo ed erano già noti per comportamenti radicali è decisamente alta. Non ci sono ragioni per escludere che nel Regno Unito le cose possano andare diversamente. Anzi, l’attentato mostra in che modo la Gran Bretagna non faccia eccezione. Severe leggi sulla vendita di armi, il Canale della Manica, una tradizione fatta di multiculturalismo, un’esperta forza di sicurezza, nuove leggi che permettono una sorveglianza anche invadente sul singolo cittadino e l’impegno delle comunità sono sistemi che possono solo attenuare il pericolo. Nulla lo eliminerà del tutto».

Foto Ansa

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