Donne, la ricetta flessibile (cioè sussidiaria) di Mario Monti

Nel suo discorso di ieri al Senato, il neo premier ha spiegato che «bisogna conciliare le esigenze del lavoro e della famiglia oltre che di sostegno alla natalità». Perché per investire sul capitale umano femminile non servono stereotipi, ma un sistema flessibile. Cioè sussidiario.

Il nuovo Presidente del Consiglio Mario Monti nel suo discorso di ieri al Senato ha dedicato qualche passaggio alla condizione delle donne: «L’inserimento e la permanenza al lavoro delle donne è una questione indifferibile», ha detto Monti. «Bisogna conciliare le esigenze del lavoro e della famiglia oltre che di sostegno alla natalità». Ha annunciato che si studierà «una tassazione preferenziale per le donne». Pubblichiamo l’articolo “occupate a far crescere il paese” a firma Elena Inversetti pubblicato su Più Mese, “Speciale Capitale Umano” allegato a Tempi n. 9/2011.

Una donna su due in Italia non ha un lavoro e ha rinunciato a cercarlo. Mentre l’altra sembrerebbe non avere alternativa: restare a casa con il mocio in una mano e la scopa nell’altra oppure, strizzata in un tailleur e munita di valigetta 24 ore, adeguarsi a ritmi lavorativi che poco si conciliano con le esigenze familiari. Se, infatti, una recente ricerca dell’Economist Intelligence Unit rileva che in quanto a opportunità lavorative rispetto ai paesi europei l’Italia si posiziona al 31esimo posto, secondo “Noi Italia”, il dossier curato dall’Istat, il tasso di inattività femminile italiano nel 2009, pari al 48,9 per cento, è stato il secondo più alto dell’Ue. Siamo dunque lontani dall’auspicato tasso di occupazione femminile fissato al 60 per cento dagli obiettivi di Lisbona. Come spiega Mario Mezzanzanica, docente di scienze statistiche presso l’Università di Milano Bicocca e direttore del Crisp, il Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità, la crisi non ha certo migliorato la situazione: «Se prima si stava assistendo a un aumento dell’occupazione femminile, nel 2010 il tasso di occupazione è calato al al 46,2 per cento. Sono poi aumentate le quote delle assunzioni con contratti flessibili, mentre sono ancora più nebulosi gli spazi per reperire risorse economiche per la realizzazione di politiche di sostegno e di sviluppo. Inoltre, sono “strutturalmente” minori le opportunità di lavoro per il genere femminile, basti pensare che il genere maschile ha un 29 per cento in più di contratti permanenti». 

Come invertire la tendenza
Una buona notizia però c’è: questa tendenza si può invertire, anzitutto, perché «se pur timidamente il 2010 mostra alcuni segnali di ripresa» e su questi la politica ha margini di intervento virtuoso, incentivando le imprese a valorizzare «il capitale umano, ossia, citando l’ultimo rapporto Censis, favorendo la crescita del “desiderio” della persona, riguardo alle posizioni lavorative, all’orario di lavoro e al contesto in cui opera. Questo vale ancora di più là dove ci sia l’esigenza naturale di contemplare lavoro e famiglia». 

“Conciliazione” dunque è il concetto chiave che in un mercato più dinamico troverebbe maggiori possibilità di realizzazione. Infatti, continua Mezzanzanica «il lavoro è sempre più un percorso tra occasioni spesso imprevedibili che la persona deve saper cogliere e affrontare. Per questo occorre favorire la crescita di un sistema di servizi per il lavoro che sappia accompagnare le persone nel loro percorso di sviluppo e crescita, in particolare di coloro che fanno maggior fatica, come i giovani e le donne». Ma cosa significa “conciliazione”? Una donna lavoratrice di quale aiuto ha davvero bisogno? I servizi all’infanzia e alla cura familiare che si attendono dallo Stato, tanto invocati da voci bipartisan, non sembrano essere la sola risposta a una richiesta che è molto più articolata della semplice delega di parte dei propri doveri familiari. Se la donna vuole trovare realizzazione oltre i confini domestici, non desidera però essere costretta a “diventare un uomo”, sostenendo cioè ritmi e condizioni di lavoro pensati per una produttività tutta al maschile. Secondo un’indagine Isfol, l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, infatti, il 35,8 per cento delle donne ritiene che per conciliare vita privata e occupazione servano orari di lavoro più flessibili, il 25,9 per cento maggior condivisione nelle faccende domestiche e nella cura dei figli da parte dell’uomo, il 18,1 per cento maggiori servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani, e il 18 per cento indennità economiche per i nuclei familiari. 

Una sacrosanta pretesa educativa
Dunque il problema della conciliazione tra famiglia e lavoro è anzitutto una questione di cultura, di educazione e di libertà. Di scelta. È ciò che sottolinea Paola Liberace, giornalista e autrice di un libro provocatorio e interessante (Contro gli asili nido. Politiche di conciliazione e libertà di educazione, Rubbettino, 88 pagine, 10 euro) nonché madre di due bambini di cui uno iscritto al nido. «Oggi ci sono donne che abbandonano il lavoro non perché non ci sono asili nido, ma perché vogliono crescere i propri figli e battersi per strumenti come il part-time, il telelavoro, nonché i congedi parentali estesi e retribuiti. In questo senso la libertà di scelta presuppone una responsabilità riguardante il proprio ruolo all’interno del nucleo familiare».

Non si tratta dunque appena di “spingere le donne fuori di casa”, ma di permettere loro di scegliere e, prima ancora, di smettere di considerare la famiglia come l’ostacolo naturale alla realizzazione professionale delle donne. In altre parole di lasciar perdere un approccio negativo e stereotipato al problema della conciliazione. Questo punto sta particolarmente a cuore a Paola Liberace, che conosce bene la latitanza delle misure di flessibilità teoricamente destinate ai genitori lavoratori – «ad esempio, attraverso la frustrante esperienza di una domanda di part-time respinta» – e che sa che per tante donne non esiste un’alternativa alle dimissioni. La vera possibilità di realizzazione personale, continua, «sta nella possibilità di poter scegliere senza cedere a nessun tipo di stereotipo: o madre a tutti i costi o lavoratrice a tutti i costi», potendo vivere serenamente la dimensione familiare senza termini di paragone imposti che «sono essenzialmente maschili». Infatti, «il concetto di produttività si basa su un’organizzazione del lavoro di tipo manageriale impostato sul presenzialismo: quanto più passi il tempo in ufficio, tanto più vieni considerato». Per investire sul capitale umano femminile serve, invece, la modernizzazione del sistema lavorativo in un’ottica sussidiaria, attraverso l’adozione di soluzioni come il part-time e il telelavoro, nonché l’erogazione di strumenti come il buono famiglia o la concessione dell’anno familiare, ossia un periodo di astensione dal lavoro che verrebbe recuperato dilazionando di un periodo equivalente a quello goduto la durata della vita lavorativa».

Di seguito l’approfondimento “Meno pagate e con un destino impiegatizio”
Dalla classifica globale delle nazioni con le maggiori opportunità economiche per le donne pubblicata dall’Economist Intelligence Unit è emerso che in media, al mondo, le donne guadagnano il 75 per cento dello stipendio degli uomini. Inoltre, in particolare per le donne italiane, la presenza di un figlio aumenta la probabilità di uscita dal mercato del lavoro in un anno dal 6,7 al 10,3 per cento; la nascita di figli causa un’interruzione lavorativa per il 15 per cento delle donne con un figlio, per il 20 per cento delle donne con 2 figli e per il 18 per cento per le donne con tre o più figli. Se guardiamo poi ai dati forniti dal dossier “Noi Italia” curato dall’Istat la popolazione nel nostro paese continua a crescere grazie agli immigrati, mentre le generazioni di donne nate a partire dagli anni Sessanta realizzano mediamente la fecondità in età più avanzata, e i valori sulla fecondità sono molto inferiori alla cosiddetta “soglia di rimpiazzo” (pari a circa 2,1 figli in media per donna) che garantirebbe il ricambio generazionale. L’età media al parto dunque continua a crescere attestandosi a 31,2 anni nel 2009. l’Italia si colloca tra i paesi a bassa fecondità, risultando al 20° posto rispetto ai 27 paesi dell’Ue. Per quanto riguarda poi il tipo di occupazione svolta dalle donne l’Eurostat, ossia l’Ufficio Statistico delle Comunità Europee, rileva che la percentuale di donne nel management è pari al 30 per cento in Europa, ma per l’Istat in Italia scende al 20 e sul totale dei dirigenti italiani le donne sono il 24,5 per cento. Infine secondo le ricerche condotte dall’Isfol l’instabilità lavorativa delle donne si riflette sul tipo di lavoro svolto (ad esempio, all’interno del lavoro subordinato, oltre il 15 per cento delle lavoratrici è impiegata tramite contratti a termine, contro una percentuale del 10 per cento registrata tra gli uomini), sulla posizione professionale (le donne si concentrano su posizioni intermedie, tipicamente impiegatizie) e, ovviamente, sulle retribuzioni. Tra l’altro, se oltre il 25 per cento degli uomini trova realizzazione o comunque un lavoro tramite attività di natura autonoma, la necessità di conciliare i vari aspetti della vita lavorativa, familiare e sociale preclude alle donne lo svolgimento di attività che tipicamente richiedono mobilità, disponibilità e flessibilità oraria, mentre recenti ricerche hanno dimostrato che, con lo stesso tipo di lavoro, permangono differenze retributive di oltre il 20 per cento tra uomini e donne, a favore degli uomini.