Tentar (un giudizio) non nuoce

Don Giussani, servo di Dio e servo dell’umano

Di Raffaele Cattaneo
16 Maggio 2026
Nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione. Giussani ha saputo dare forma viva e forza attrattiva nella sapienza antica della Chiesa
Luigi Giussani
Don Luigi Giussani con alcuni studenti nel settembre 1956 durante la gita della quinta ginnasio del liceo Berchet al faro di Portofino (Ansa)

Ci sono occasioni in cui chi ha compiti di rappresentanza istituzionale può trovarsi, senza alcun merito personale, in prima fila davanti a un evento straordinario.

È quanto mi è accaduto questa settimana durante la celebrazione dei secondi vesperi della Festa dell’Ascensione del Signore nella Basilica di Sant’Ambrogio, quando si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione di monsignor Luigi Giussani.

Rappresentavo Regione Lombardia ed ero seduto lì davanti, tra la vicesindaco di Milano Anna Scavuzzo e il fratello minore di don Giussani, Gaetano, un caro amico straordinariamente somigliante al sacerdote brianzolo.

Da quella posizione privilegiata assistevo a un rito antico e insieme unico. In parte celebrazione liturgica, in parte conclusione di un processo canonico. Dopo quattordici anni di istruttoria, riassunti in oltre diciassettemila pagine di documenti e testimonianze raccolti in una ventina di scatoloni, la Chiesa ambrosiana propone al discernimento della Chiesa di Roma le virtù straordinarie di don Giussani affinché siano riconosciute e si possa procedere alla beatificazione e canonizzazione.

Il fuoco della prova

La celebrazione era iniziata con un’ora di canti, letture di brani di don Giussani e spiegazioni del rito. Poi i vesperi presieduti dall’arcivescovo Mario Delpini, dentro i quali prendeva forma anche la parte più concreta del processo canonico, fatta di giuramenti, verbali, firme, timbri e sigilli di ceralacca.

Così, tra il turibolo che incensava l’assemblea, la salmodia cantata e la ceralacca sciolta a fuoco vivo con un cannello per imprimere il sigillo dell’Arcivescovo — confesso che per un attimo ho temuto potesse incendiarsi tutto — non ho potuto fare a meno di pensare alla vicenda di un uomo che ha generato una storia straordinaria, dalla quale anch’io, per grazia di Dio, sono stato preso ormai cinquant’anni fa.

Una storia e una persona che non sempre furono accolte con gli onori tributati in questa cerimonia. Anzi. Soprattutto agli inizi, l’esperienza di don Giussani fu guardata talvolta con diffidenza anche dalla stessa Chiesa ambrosiana che oggi lo propone alle glorie degli altari.

Anche don Giussani ha attraversato il fuoco della prova. E quel fuoco, come quello usato durante il rito per sciogliere la ceralacca dei sigilli, ha purificato la sua esperienza e la fedeltà alla Chiesa di chi lo ha seguito.

Una fedeltà che in lui non è mai venuta meno. Così come non è mai venuto meno il desiderio di andare fino in fondo al carisma che lo Spirito gli aveva donato e che è riecheggiato con forza nell’antica Basilica di Ambrogio.

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Via, verità e vita

Nella storia della Chiesa è accaduto molte volte. All’inizio i santi spesso non vengono compresi. Ma proprio qui sta la loro grandezza. Un santo è un uomo vero. Grande nella capacità di cogliere ed esaltare l’umano. Eroico nelle virtù. Ma, a differenza del leader, dell’eroe o dell’idolo, non cerca la propria gloria. Rimanda sempre a Dio e alla gloria di Gesù Cristo.

Il fascino del carisma di don Giussani sta qui. Ha trascinato migliaia di giovani e meno giovani — tra cui un adolescente inquieto come ero io a quattordici o quindici anni — non a sé stesso, ma all’incontro con Cristo, via, verità e vita, senso e compimento dell’umano.

E lo ha fatto cercando il vero, il bello e il giusto in ogni esperienza umana. Dalla poesia alla musica, dalla letteratura alla filosofia, fino alla politica. Ha offerto a chi lo seguiva una compagnia umana capace di moltiplicare il fascino di quel carisma dentro la più grande compagnia della Chiesa, nella fedeltà alla tradizione e nell’obbedienza al Papa e ai vescovi, senza rinunciare all’originalità della propria proposta educativa.

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Duc in altum

In questo senso don Giussani è già beato. Lo è perché, rimandando a Cristo, ha donato questa beatitudine a molti. Una letizia e una felicità che non deludono e resistono anche davanti alle prove più dure della vita.

Naturalmente la Chiesa dovrà ancora pronunciarsi. Quella conclusa è soltanto la fase diocesana di un processo rigoroso, che richiede tempo e serietà di giudizio. La Chiesa non ha fretta.

Eppure, per i molti che affollavano la Basilica e per i tanti collegati da altri luoghi, la gratitudine per il dono ricevuto attraverso l’incontro con don Giussani era palpabile. Una gratitudine umana e insieme rivolta a Dio. Ed è forse proprio questa gratitudine condivisa uno dei segni più profondi della fama di santità.

“Duc in altum”. Prendi il largo.

Dentro quel rito siamo stati richiamati ancora una volta a questo invito. Dentro la concretezza della vita e dentro l’incontro con un’umanità nuova generata dall’avvenimento di Gesù Cristo, cui don Luigi Giussani ha saputo dare forma viva e forza attrattiva nella sapienza antica della Chiesa.

Per molti, me compreso, questo ha significato trovare il coraggio di prendere il largo verso la profondità dell’umano.

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