Perché don Giussani non annoiava mai i suoi interlocutori
Oggi finisce la parte diocesana della causa di beatificazione di don Luigi Giussani. Per chi avesse avuto l’occasione e la fortuna di incontrarlo, una delle caratteristiche di questo originale prete lombardo era il suo uso delle parole e la sua inesausta capacità di dialogo. Etichettato superficialmente come integralista e conservatore da chi non lo aveva mai visto all’opera, don Giussani aveva ereditato da altre esperienze cristiane, studiate e vissute, e spesso molto avanzate e progressiste rispetto ai tempi, una profonda fiducia nel dialogo comune.
Le infinite assemblee con i giovani e i meno giovani, tante delle quali sono state pubblicate in varie serie di libri, riportano l’idea che sia il dialogo comune a far emergere il vero. Gli studi, ora meritoriamente cominciati anche a livello accademico, diranno se ciò derivasse dall’educazione del seminario di Venegono, dai suoi studi sulla comunione della Chiesa ortodossa, dall’approfondimento della teologia protestante americana o semplicemente dagli insegnamenti familiari.
Ciò che è certo è che don Giussani non premeditava le assemblee, non le preorganizzava in modo tale da far uscire ciò che aveva già deciso, non le edulcorava escludendo a priori critiche e obiezioni. Ogni intervento era un modo per proseguire il cammino di ricerca, come di chi abbia trovato una vena minerale in una grotta e ne segua poi le tracce passo passo nell’addentrarsi nella montagna.

Per Giussani il linguaggio era gesto
Per lui il linguaggio era gesto, le parole cose. La fatica del trovare la parola giusta, del capire come e dove essa descrivesse l’esperienza di riferimento, del confrontare il suo uso cristiano con l’uso comune, del rintracciare un’etimologia essenziale per la trasformazione del significato erano aspetti irrinunciabili di una pedagogia che era una cosa sola con il suo temperamento o carisma. Così come era irrinunciabile l’incontro con chi interveniva a qualsiasi titolo, anche molto critico, meglio ancora se proveniente da tradizioni culturali diverse o opposte.
Sicuro della forza della ragione umana e della verità divina che aveva conosciuto e amato, Giussani era certo che esse non potessero essere in contraddizione. Ed era quindi compito del dialogo cercare la risonanza dell’una nell’altra. Per questo, nelle assemblee “avveniva” qualcosa. Uscendo, uno si rendeva conto di essere diverso da prima: magari arrabbiato o ferito, alle volte sollevato e quasi liberato, altre ancora illuminato e colpito. Mai però usciva annoiato.
Trasformare il contenuto solito in novità
Questo uso del linguaggio è un tratto celebre di tanti maestri della storia del pensiero, antico e recente. Chi ha seguito i seminari di Foucault o Lacan racconta la medesima esperienza. Dicevano lo stesso dei sermoni di sant’Agostino. Doveva essere così anche con Socrate, se è vero che al parlare insieme a lui si rimaneva “incantati”, secondo la celebre espressione di Platone. Dalle assemblee, dalle lezioni e dagli incontri si esce annoiati quando è tutto già deciso prima e altrove, quando le parole non stanno scoprendo nulla in quel momento ma si limitano a riportare un messaggio o un concetto già scoperti. La parola è allora svuotata di significato innovativo, non è gesto ma suono, non è incontro ma contiguità, non è comunicazione ma ripetizione.
Don Giussani non lo faranno santo per questo, ma non avrebbe avuto tale seguito e lasciato tracce così profonde anche in coloro che non l’hanno seguito né avrebbe avvicinato tante persone alla Chiesa, se non avesse avuto questa capacità di trasformare il contenuto solito in novità, la parola in gesto, l’azione in evento. Non sarà virtù da santi, ma non fare annoiare i propri interlocutori non è miracolo da poco.
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