Dopo i domiciliari a Bolsonaro, la stretta di Trump sul Brasile
A poco più di un anno e mezzo dai disordini dell’8 gennaio 2023, che hanno fatto tremare le istituzioni brasiliane, l’ex presidente Jair Bolsonaro è finito agli arresti domiciliari. La misura si inserisce – al di là delle motivazioni formali – in una guerra giudiziaria e politica che rischia di travolgere il Paese sudamericano ed esaspera la polarizzazione. Oltre a mettere a nudo come la democrazia brasiliana sia in pericolo non solo per colpa degli estremismi, ma anche di un potere giudiziario ormai dominante.
La crisi ha travalicato i confini nazionali, generando frizioni diplomatiche senza precedenti tra il Brasile di Lula e gli Stati Uniti di Trump, che da ieri hanno imposto dazi punitivi del 50 per cento su acciaio, alluminio e carne bovina brasiliana.
Una task force giudiziaria contro Bolsonaro e conservatori
I domiciliari dell’ex presidente, decisi lo scorso 5 agosto dal giudice della Corte suprema verde-oro Alexandre de Moraes, si inseriscono nel filone giudiziario legato al presunto tentativo di “colpo di Stato” che avrebbe dovuto sovvertire il risultato del ballottaggio presidenziale vinto da Lula il 30 ottobre 2022, con il 50,9 per cento dei suffragi contro il 49,1 per cento di Bolsonaro. L’ex presidente è accusato di aver orchestrato, con alcuni ex generali e membri del suo entourage, un piano per delegittimare il Tribunale superiore elettorale verde-oro e impedire così l’insediamento di Lula il 1º gennaio 2023.
Il casus belli è che le prove finora presentate consistono solo in bozze di decreti mai firmati, conversazioni e timori condivisi, ma nessuna azione concreta o tentativo di usurpazione del potere. È bastato questo, però, per giustificare una lunga serie di provvedimenti restrittivi che colpiscono non solo Bolsonaro, ma anche decine di militari, ex ministri e un migliaio di sostenitori del movimento conservatore. L’inchiesta ha assunto i toni di una vera e propria “operazione epurazione”, condotta da una task force giudiziaria composta da membri selezionati, senza supervisione parlamentare né contraddittorio – come denunciato dal rapporto January 8th Files pubblicato dall’ong statunitense Civilization Works.
Il giudice e le sanzioni Usa per «gravi violazioni dello Stato di diritto»
Al centro del rapporto c’è il giudice de Moraes, magistrato della Corte suprema e, all’epoca dei fatti, anche presidente del Tribunale superiore elettorale brasiliano. Lo stesso Moraes è diventato il protagonista assoluto del post-Bolsonaro, imponendo arresti, perquisizioni, censure di contenuti sui social, un blocco di 40 giorni di X (ex Twitter) e la sospensione di account, anche di giornalisti conservatori, sempre in nome della «difesa della democrazia».
I dazi del 50 per cento, imposti dagli Stati Uniti ed entrati in vigore il 6 agosto scorso su alcune delle principali esportazioni brasiliane – tra cui acciaio, alluminio e carne bovina, settori chiave per l’economia del Paese sudamericano – hanno però cambiato lo scenario. L’amministrazione Trump ha deciso di colpire il Brasile per «gravi violazioni dello Stato di diritto», attivando il Global Magnitsky Human Rights Accountability Act, che consente a Washington di imporre sanzioni a individui responsabili di gravi violazioni dei diritti umani o di corruzione, indipendentemente da dove esse siano avvenute. Moraes è il primo brasiliano – a parte una ventina di narcos del Primeiro Comando da Capital, il maggiore cartello verde-oro – a finire nella cosiddetta “legge Magnitsky”.
IL centro-destra denuncia «lo Stato di polizia giudiziaria»
La misura – formalmente giustificata dall’amministrazione Trump per “motivi di sicurezza nazionale” – è letta da molti come una ritorsione per il ruolo ambiguo del giudiziario brasiliano nella repressione dell’opposizione conservatrice.
Dal canto suo, Bolsonaro – che si trova ora ai domiciliari nella sua residenza di Brasília – è politicamente isolato. I suoi avvocati hanno presentato ricorso alla Corte suprema brasiliana e ne stanno preparando un altro per la Corte Interamericana dei Diritti Umani.
I parlamentari del centro-destra, con in testa il Partito Liberale (PL) di Bolsonaro, che alle ultime elezioni ha ottenuto il maggior numero di seggi alla Camera, dopo aver occupato per 30 ore il Parlamento bloccando i lavori di Camera e Senato, denunciano «la trasformazione del Brasile in uno Stato di polizia giudiziaria»
Il paese diviso rischia la crisi istituzionale
Lula, pur conservando una fragile ed eterogenea maggioranza parlamentare, fatica a governare e, a detta di tutti i sondaggi, la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici. A destare più preoccupazione è la frattura tra di esse con il Parlamento che accusa la Corte Suprema di invasione di competenze, la Procura generale stranamente silenziosa, Lula che difende Moraes i militari che tacciono e la società civile divisa: metà inneggia al pugno duro contro Bolsonaro, l’altra metà denuncia la fine dello Stato di diritto.
Se in Brasile la politica non riuscirà a ripristinare un minimo di equilibrio istituzionale, il rischio è che il Paese sprofondi in una nuova stagione di conflitto civile e autoritarismo mascherato da legalità. Il mondo osserva, l’Europa tace e gli Stati Uniti potrebbero sanzionare con un ulteriore 100 per cento di dazi con le cosiddette “sanzioni secondarie” il Brasile dato che il Paese sudamericano importa molto più petrolio dalla Russia dell’India, sanzionata proprio per questo il 6 agosto scorso con un 25 per cento aggiuntivo.
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