Disoccupazione giovanile al 40 per cento? Prima di arrendervi all’allarmismo, leggete qui

Inclusi nel conteggio Istat solo i ragazzi “attivi”, chi va a scuola resta fuori e non influisce sul “risultato-monstre”. Lo spiega Dario Di Vico sul Corriere

È un mezzo falso allarme quello sulla disoccupazione giovanile: non è vero che in Italia i giovani senza un impiego sono il 40 per cento del totale. Se, infatti, davvero il 40 per cento dei giovani italiani fosse disoccupato, come reso noto ieri dall’Istat, ci sarebbero, in valori assoluti, 3 milioni di giovani senza un impiego. Per fortuna che non è così. A spiegare perché è Dario Di Vico, che oggi sul Corriere della Sera prova a decifrare numeri e dati dell’Istituto nazionale di statistica.

STUDENTI FUORI DAL CONTO. Il motivo è presto detto: «I giovani italiani tra i 15 e i 24 anni sono in tutto 6 milioni e poco più», spiega Di Vico sul Corriere. Di questi, però, «ben 4 milioni e 357 mila sono considerati inattivi», di cui «la stragrande maggioranza è composta di studenti e il resto (circa 700 mila) sono una fetta dei famosi “Neet”, i ragazzi che non studiano né cercano lavoro». Ma questi «4 milioni e più di giovani restano fuori dal conteggio dell’Istat», precisa Di Vico; pertanto «non concorrono a determinare quel risultato-monstre del 40 per cento di disoccupati».

IL DATO “REALE”. Invece, prosegue il ragionamento dell’autorevole firma economica del Corriere, «il numero assoluto di ragazzi con età 15-24 che si può considerare statisticamente disoccupato è di 667 mila, molto meno». Che in termini percentuali significa l’11,1 per cento «se rapportato alla popolazione giovanile». Mentre diventa 40 solo se «forzatamente lo si calcola sul campione di 1 milione e 662 mila persone considerate “attive” ovvero occupate (circa un milione), o disoccupate in cerca di impiego (per l’appunto 667 mila)». Insomma, come ben spiega l’ex ministro del lavoro Tiziano Treu, interpellato dallo stesso Di Vico, «non si può considerare senza un posto chi è ancora in età scolare».

COSÌ PIACE ALL’EUROPA. Ma qual è il motivo per cui l’Istat si vede costretta a comunicare che i giovani disoccupati sono il 40 per cento e non l’11, come in realtà è? «La causa principale sta nei parametri comuni di Eurostat: usiamo un criterio di rilevazione standardizzato a livello Ue», spiega Di Vico. «Altrimenti si perderebbe la possibilità di effettuare comparazioni tra i singoli paesi». Per altro l’istituto italiano di statistica, con appositi briefing, tenta ogni volta di insegnare ai giornalisti come «distinguere puntigliosamente campioni e risultati in percentuale». Ma è tutto inutile, conclude il commentatore economico del Corriere: sui media ha quasi sempre la meglio «una semplificazione fatalmente abborracciata».