Discriminati per la loro fede. Per la Corte Europea è giusto così

Ieri l’audizione alla Corte Europea dei diritti umani sui quattro casi di inglesi licenziati per le loro convinzioni religiose. Secondo la Corte la fede non deve avere espressione pubblica

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Una è una cittadina londinese impiegata della British Airways, una un’infermiera in un ospedale pubblico della contea di Devon. C’è poi l’ex ufficiale all’anagrafe del comune di Islingon a nord di Londra e lo psicologo di Bristol. Sono loro che ieri hanno ricevuto quello che sembra l’anticipo di una sberla che potrebbe dare una svolta alla secolare storia della democrazia occidentale, fondata sulla libertà religiosa.

I quattro avevano fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, rappresentando tante altre categorie di lavoratori inglesi che, da quando vige la legge sull’uguaglianza, sono stati discriminati a causa della loro fede. Di fatto le nuove norme più che proteggere alcune categorie le privilegiano a discapito di altri. Per proteggere gli atei, i non cristiani e gli omosessuali, ad esempio, accade che in pubblico si possa esprimere solo quanto accettato dalla morale in voga. Questo dunque il centro dell’accusa dei legali dei ricorrenti. Per cui «nel Regno Unito chi segue le proprie convinzioni sul luogo di lavoro, a fronte di leggi antidiscriminatorie molto vaghe, viene licenziato». Nadia Evedia al banco del check-in fu licenziata perché portava la croce al collo, lo stesso è accaduto all’infermiera Shirley Chaplin. Per Gary Mcfarlane e Lilian Ladele l’accusa è quella di discriminazione degli omosessuali. Il primo disse ai colleghi di non credere alla bontà di una terapia sessuale offerta a coppie dello stesso sesso, mentre Ladele si rifiutava di sposare omosessuali facendo obiezione di coscienza.

Che l’audizione di ieri non sarebbe andata troppo bene ce lo si aspettava, data la formazione dei giudici chiamati a esaminare il caso. La parola data a James Eadie, rappresentante del governo inglese, è risultata impietosa. Per lui il divieto imposto ai lavoratori non sarebbe discriminatorio e non lederebbe la libertà religiosa, dato che «non impedisce di praticare la propria religione in privato». E rispondendo a chi faceva notare che la libertà religiosa consiste nella sua espressione pubblica, ha proseguito distinguendo la sfera pubblica da quella lavorativa, motivando così: «La Convenzione protegge il diritto degli individui a esprimere il loro credo nella sfera pubblica. Il che non significa che valga lo stesso sul luogo di lavoro». Strano. Nel caso della Evadia, ella lavorava con persone libere di indossare il velo musulmano, la Kippah ebraica o il turbante indiano.

Una speranza per i ricorrenti sembra aprirsi nel caso in cui la decisione sia presa dalla commissione dopo novembre, quando alcuni dei suoi membri, che si erano già espressi contro la presenza del crocifisso sui muri delle scuole italiane, termineranno il loro mandato.

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