De Magistris reintegrato, ma Repubblica si duole: «La sua battaglia un regalo a Berlusconi»

Il quotidiano romano molla il sindaco “scassa Napoli” dopo averlo sostenuto. Doveva accettare l’ingiusta sospensione anziché contestare la retroattività della legge Severino come ha fatto (finora invano) l’ex premier

L’effetto più allucinante del reintegro di Luigi De Magistris a sindaco di Napoli imposto dal Tar della Campania (reintegro temporaneo, fino al giudizio della Corte costituzionale, alla quale il tribunale amministrativo ha girato gli atti), è sicuramente la delusione di Repubblica. Quando l’ex giustiziere si candidò alla poltrona di primo cittadino partenopeo per «scassare tutto», il quotidiano romano non gli negò un sostegno politico piuttosto esplicito, salvo poi scaricarlo gradualmente in seguito ai tanti pasticci combinati (come del resto ha fatto anche il Pd). Oggi addirittura, in un commento firmato da Liana Milella e lanciato in prima pagina, Repubblica si duole che l’ex giustiziere di Catanzaro, condannato in primo grado proprio per gli abusi compiuti da magistrato durante l’indagine Why not e quindi sospeso da sindaco in virtù della legge Severino, abbia voluto combattere una battaglia per vedere riconosciuta la propria agibilità politica. Perché la vittoria di De Magistris al Tar, nota con rammarico Repubblica, è un «regalo a Silvio Berlusconi», e un regalo «talmente grande e insperato che neppure l’ex premier, di primo acchito, se n’è reso conto».

«IDOLO DEI CORROTTI». Anche Berlusconi infatti non è più parlamentare a causa della medesima norma che ha determinato la sospensione di De Magistris. E ora «su un piatto d’argento, l’ex toga gli offre l’azzeramento della legge Severino, quella che in assoluto lo ha danneggiato di più togliendogli il parterre del Senato e la protezione dell’immunità dal carcere, dalle intercettazioni, dalle perquisizioni». La Milella considera un motivo di festa il voto con cui l’assemblea di Palazzo Madama sancì l’applicabilità retroattiva della Severino al caso di Berlusconi. «Senza di essa sarebbe ancora lì a sfruttare i benefici e le protezioni garantite alla casta». E adesso De Magistris che fa? Contesta proprio la retroattività della legge? Non si rende conto, De Magistris, che rifiutando di lasciarsi punire da una legge ingiusta si «trasforma nell’idolo del palazzo e dei suoi inquilini, nel vessillifero di quanti, corrotti e corruttori, hanno avversato la legge sull’incandidabilità e l’hanno attaccata ovunque era possibile»?

«PROPRIO LUI». «Costa fatica ammetterlo – insiste Repubblica – ma in questa partita De Magistris sta chiaramente dalla parte di Berlusconi. Proprio lui che più di tanti altri colleghi ha gridato contro il malaffare della politica (con quali risultati lo sanno bene i lettori di Tempi, ndr), adesso utilizza gli stessi strumenti, le stesse argomentazioni, persegue gli stessi obiettivi che un anno fa sono stati esattamente quelli di Berlusconi». Perfino l’argomento cardine della sua vittoria al Tar ricalca quello dell’ex premier, ricorda Liana Milella. «Gridava l’ex premier sui giornali e nelle piazze: “Quella legge non si applica a me perché non può essere retroattiva”. Dice ora De Magistris, e il Tar gli dà ragione, di essere stato eletto quando la legge Severino non c’era, quando l’abuso di ufficio non era ragione sufficiente per non entrare in lista».

LEGNATE SULLA CASTA. Repubblica se la prende un po’ ovviamente anche con i giudici amministrativi campani, che riconoscendo un valore all’argomento di Berlusconi e De Magistris «tentano la scalata alla Corte costituzionale». Liana Milella quasi non riesce a crederci. Certo che la legge Severino è applicata retroattivamente, scrive nel suo commento, «deve esserlo, perché questo fu lo spirito che, nel 2012, portò al voto unanime due mesi prima delle elezioni politiche del febbraio 2013, bloccare le candidature sporche di chi, nei mesi e negli anni precedenti, aveva commesso gravi e gravissimi reati». Fa niente se l’amato De Magistris è condannato in primo grado e anche per lui (perfino per lui) dovrebbe valere la presunzione di innocenza. Conta solo che adesso, «per mano di un magistrato (…) l’unica norma contro la casta adesso rischia», lamenta Repubblica con un tocco leggermente grillesco.

«CONSEGUENZE IMPREVEDIBILI». Metti che poi la Corte costituzionale accolga l’interpretazione anti-retroattività del Tar. Sarebbe una tragedia per Liana Milella. «Si andrebbe incontro a un cortocircuito istituzionale dalle conseguenze imprevedibili». La sentenza «trascinerebbe con sé tutto il testo della legge. Un imbuto la inghiottirebbe». Ma soprattutto – e questo sì che «costa fatica ammetterlo» – «in Senato andrebbe riletto il caso Berlusconi. Chi ha preso il suo posto un anno fa dovrebbe decadere. E lui dovrebbe essere reintegrato». Non sia mai.