Tentar (un giudizio) non nuoce

Dazi Usa-Ue: capitolazione o compromesso?

Di Raffaele Cattaneo
02 Agosto 2025
Un cattivo accordo è sempre meglio di nessun accordo. Il compito della politica è il compromesso sul possibile. Questa intesa, pur con tutti i suoi limiti, si muove in quella direzione.
Donald Trump ha alzato ulteriormente i dazi sulle merci provenienti dalla Cina
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (Ansa)

Vedo e leggo tante critiche, in alcuni casi anche urticanti, sull’accordo raggiunto nei giorni scorsi tra Unione Europea e Stati Uniti sui dazi. C’è chi, come Stefano Fassina, ha parlato di «umiliante capitolazione delle leadership europee», altri di insostenibile costo per le nostre imprese. Il Fatto Quotidiano ha addirittura titolato: “L’accordo sui dazi: una schifezza. L’Europa si svende alle multinazionali Usa”. Io invece non riesco proprio ad essere contrario all’accordo siglato sui dazi tra Stati Uniti e Unione europea. Provo a spiegarvi perché.

Meglio lo scenario “canadese”?

La principale ragione è l’aver evitato una guerra commerciale, un risultato di grande rilievo, soprattutto alla luce del fatto che gli Stati Uniti restano il partner strategico più rilevante per l’Unione europea. L’aprirsi di una guerra commerciale vera e propria rappresentava uno scenario tutt’altro che astratto, a partire dal rischio concreto di dazi al 30 per cento dal 1° agosto, che avrebbero avuto conseguenze gravissime, dando il via a una spirale di ritorsioni e sfociando in un conflitto commerciale aperto tra Bruxelles e Washington. In un contesto globale già segnato da forti tensioni geopolitiche, evitare un’escalation di questo tipo rappresenta un risultato molto positivo.

L’accordo costituisce un compromesso difficile ma necessario, orientato a individuare attraverso il dialogo una soluzione che possa tener conto delle esigenze di entrambe le parti. Chi non lo ha fatto, come il Canada, si trova ora ad affrontare condizioni peggiori, con dazi annunciati in queste ore al 35 per cento.

Mi sorprende constatare come le critiche più feroci vengano da esponenti di sinistra, che lamentano a gran voce la “sudditanza” di Ursula von der Leyen a Donald Trump e la cedevolezza dell’Unione Europea; invocano l’uso del bazooka commerciale e la necessità di un confronto muscolare con Trump e gli Stati Uniti. Difficile non vedere dietro queste posizioni una reminiscenza del vecchio antiamericanismo, piuttosto che una realistica analisi della situazione. È quello “canadese” lo scenario auspicato dai soloni di sinistra? Magari pensando di poter compensare le minori vendite negli Usa attraverso una ripresa delle relazioni commerciali con la Russia, come se queste potessero sostituire il mercato statunitense? Mi sembrano davvero considerazioni ideologiche e poco realistiche.

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L’errore dei contro-dazi

Va sottolineato, inoltre, che la bilancia commerciale dei beni tra Unione europea e Stati Uniti non è equilibrata: nel 2024, l’Unione ha registrato un surplus commerciale pari a 198 miliardi di euro. Uno squilibrio di tali proporzioni rischia di alimentare ulteriori tensioni e va affrontato con strumenti negoziali, non con lo scontro. Correggere queste asimmetrie è nell’interesse di tutti, anche di chi oggi ne trae un vantaggio solo apparente. Vale nei confronti della Cina, dove Italia e Ue sono in svantaggio e da tempo chiedono un riequilibrio; vale anche verso gli Stati Uniti, dove accade il contrario. Tutto questo è aggravato dal fortissimo deficit Usa e dal crescente debito pubblico, che sarà ulteriormente aggravato dalle conseguenze del Big Beautiful Deal, ovvero la legge di bilancio voluta da Trump e fatta approvare al congresso non senza difficoltà, che si stima avrà un impatto di almeno 3.500 miliardi di dollari di ulteriore deficit. Riequilibrare la bilancia commerciale e incassare dai dazi proventi per ridurre il deficit sono per Trump una assoluta necessità.

A chi poi dice che avremmo dovuto rispondere alzando i dazi sui prodotti Usa, ricordo una banale ma non scontata verità: i dazi si trasformano in aumenti di prezzo e dunque il conto alla fine lo paga il consumatore del Paese che li impone. I dazi sui prodotti europei saranno, nei fatti, una tassa in più per i consumatori americani, che dovranno spendere almeno il 15 per cento in più se vorranno continuare ad acquistare beni difficilmente sostituibili, come il Grana Padano, i mobili di design della Brianza, le nostre macchine utensili o le supercar italiane. Chi baldanzosamente dice che avremmo dovuto tener testa a Trump alzando i dazi, tace sul fatto che il prezzo lo avremmo dovuto pagare noi stessi!

Meglio un accordo di una guerra

Infine l’accordo è politico, ma non ancora legalmente vincolante: il diavolo si nasconde nei dettagli e i dettagli saranno decisivi per un giudizio più completo sulla validità di quanto stabilito. Soprattutto con riferimento ai settori per noi più strategici o più colpiti. Ad esempio, non sono ancora chiari quali saranno i settori esenti e nei due testi diversi presentati da Usa e Ue si capisce che molti aspetti non secondari (come ad esempio la tassazione delle big companies americane dell’informatica) vanno ancora definiti.

Però è un accordo! La storia insegna che là dove non si è trovato un accordo e si è scatenata una guerra commerciale e un ritorno al protezionismo, quasi sempre il conflitto ha imboccato poi strade ben più drammatiche, incluse quelle militari.

Dunque un cattivo accordo, quand’anche fosse così, è sempre meglio di nessun accordo. Ricordiamoci che il compito della politica è il compromesso sul possibile. Questa intesa, pur con tutti i suoi limiti, si muove in quella direzione.

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