«L’accordo sui dazi? Meglio un compromesso che una guerra commerciale»
Simone Crolla è consigliere delegato e managing director della American Chamber of Commerce in Italy (“AmCham”). Fondata nel 1915, AmCham è un’organizzazione non a scopo di lucro, che ha l’obiettivo di facilitare lo sviluppo di relazioni economiche e politiche tra gli Stati Uniti e l’Italia. È stato anche deputato per il Popolo della Libertà nella XVI legislatura.
Direttore, perché l’Unione Europea non è voluta andare allo scontro sui dazi con Donald Trump, innescando una guerra commerciale, ma ha sostanzialmente accettato le richieste dell’amministrazione americana?
La scelta dell’Unione Europea di evitare un confronto diretto con l’amministrazione Trump non va letta come una resa, ma come una decisione strategica fondata su realismo politico, senso delle proporzioni e tutela dell’interesse economico comune. In una fase caratterizzata da forti tensioni geopolitiche, guerra alle porte del continente, volatilità dei mercati energetici e difficoltà di accesso a mercati chiave come quello cinese, un’escalation tariffaria avrebbe potuto produrre effetti devastanti sull’economia europea. L’Europa ha quindi optato per una de-escalation negoziale, consapevole che uno scontro frontale avrebbe colpito settori fondamentali – dall’automotive all’agroalimentare, dal chimico all’aerospaziale – già provati da transizioni complesse. Il compromesso raggiunto, pur non ideale, ha evitato dazi al 30 per cento, salvaguardato posti di lavoro ed evitato un’ulteriore contrazione del Pil europeo. Va inoltre sottolineato che l’accordo si inserisce in un quadro più ampio di relazioni transatlantiche, in cui rientrano anche dossier strategici come il gas liquefatto, i microchip e le tecnologie critiche, su cui la cooperazione tra Ue e Usa rimane fondamentale.
La reazione negativa di parte francese all’accordo che si è delineato in Scozia è molto più dura di quella tedesca. Il premier francese François Bayrou ha parlato di sottomissione dell’Europa, il cancelliere Friedrich Merz ha sottolineato i danni alle industrie europee, ma ha pure detto che questo è il miglior accordo che si poteva concludere nella situazione data. Perché questa diversità di reazioni?
Le diverse reazioni tra Berlino e Parigi riflettono interessi economici specifici e approcci politici divergenti. La Germania, fortemente esposta verso il mercato americano con settori come l’auto e la meccanica, ha visto nell’accordo un male minore, un compromesso utile a scongiurare danni ben peggiori. L’approccio tedesco è stato pragmatico: meglio un’intesa imperfetta che un conflitto destabilizzante. La Francia, invece, si è posta su un piano più politico e ideologico: il richiamo di Bayrou alla “sottomissione” dell’Europa denuncia il timore che Bruxelles abbia sacrificato la propria sovranità strategica. A questo si aggiunge il fatto che la struttura dell’export francese è meno vulnerabile a dazi generalizzati rispetto a quella tedesca. In definitiva, Berlino valuta i benefici pratici, Parigi solleva una questione di principio: quale ruolo vuole giocare l’Europa nello scenario globale e quanto è disposta a cedere in nome del compromesso?
Si sta scrivendo che i tassi saranno fissati al 15 per cento, ma in realtà il quadro è più variegato: esenzioni per certi prodotti, 50 per cento per acciaio e alluminio. Riusciamo a capirci qualcosa di più? Ed è vero che i dazi sulle auto in realtà calano da 27,5 a 15 per cento?
Il riferimento al 15 per cento serve a semplificare la comunicazione, ma il quadro reale è molto più articolato. L’accordo prevede infatti un’impostazione modulare, con numerose esenzioni mirate. Sono esclusi dalle nuove tariffe prodotti strategici come aeromobili e componentistica del settore dell’aerospazio, alcuni farmaci generici, semiconduttori, materie prime critiche e alcuni prodotti agricoli. Questo riflette l’alto livello di interdipendenza industriale tra Usa e Ue, e l’interesse comune a preservare supply chain complesse. Resta invece critica la situazione di settori come acciaio e alluminio, soggetti a dazi fino al 50 per cento, giustificati da Washington in nome della sicurezza nazionale. Quanto all’automotive, è vero che si discute di una riduzione del dazio americano dal 27,5 al 15 per cento, ma si tratta di una misura subordinata a impegni concreti da parte dei costruttori europei sul fronte degli investimenti industriali negli Stati Uniti. In prospettiva, si auspica un rilancio dei negoziati verso un accordo commerciale strutturato tra Europa e Stati Uniti, anche per affrontare le numerose barriere non tariffarie ancora esistenti.
Perché l’altalena delle Borse e l’aumento dell’inflazione negli Usa non hanno fermato Trump?
L’amministrazione Trump ha scelto di utilizzare la politica commerciale come leva strategica e comunicativa, anche a costo di generare instabilità a breve termine. Nonostante le fluttuazioni dei mercati e le tensioni inflazionistiche, la Casa Bianca ha mantenuto una linea dura, convinta che fermezza e assertività paghino in termini di percezione pubblica e consenso elettorale. Il messaggio alla base è chiaro e diretto: proteggere il lavoro e l’industria americana da squilibri considerati penalizzanti. Inoltre, finché l’economia americana regge e il mercato del lavoro tiene, le turbolenze borsistiche non vengono percepite come un vero rischio politico. È anche vero che molte imprese hanno assorbito parte dei rincari, evitando effetti diretti sui consumatori. In questo contesto, Trump si presenta come un negoziatore abile capace di ottenere concessioni – come quelle europee – senza apparire debole. Una narrazione efficace, sostenuta da una strategia economica orientata alla riduzione del debito pubblico e al contenimento fiscale.
L’Unione Europea poteva agire diversamente? Ha fatto errori dall’inizio della crisi (aprile) a oggi?
L’Unione Europea ha dimostrato una certa lentezza iniziale nel trovare una posizione unitaria e nel comunicare con chiarezza le proprie intenzioni. Tuttavia, alla luce del risultato raggiunto, è difficile parlare di errore. L’obiettivo principale – evitare una guerra commerciale aperta – è stato centrato. L’accordo ha riportato stabilità e ha fornito alle imprese europee un quadro di maggiore prevedibilità. Certo, il compromesso comporta delle rinunce, ma in un contesto internazionale così fragile, la certezza, seppur relativa, è preferibile al rischio di nuovi shock sistemici. Questo risultato non va considerato una tregua provvisoria, bensì un punto di partenza per ricostruire un dialogo strutturato e ambizioso con Washington. La sfida ora è rafforzare la capacità dell’Europa di agire con una voce sola e promuovere un nuovo framework di regole condivise che protegga i propri interessi, senza compromettere la cooperazione con il suo principale partner globale.
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