Dario Fo, il Grande Giullare di ogni regime

Una cosa giusta l’ha detta: «Se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare». Fascista, comunista e infine grillino

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Il giorno che Dario Fo prese il Nobel di Stoccolma, non perché fosse il redivivo Boccaccio, ma perché, come scrisse il Wall Street Journal, la sua opera «è stata un abbaiare e latrare di cani alla Chiesa cattolica», la sinistra della provincia italiana ci credette sul serio che “lo Smilzo” (come lo chiamavano i suoi paesani del Varesotto quando Dario era giovane e mingherlino) fosse un maestro e genio letterario. E così seguiteranno a crederci i pirotecnici coccodrilli che gli dedicheranno i giornaloni (ne avevate già un assaggio sui siti di ieri), nonostante il fatto che il novantenne bellimbusto se ne sia andato prendendo tutti per i fondelli con un «se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare».

In effetti, riferendo di questa sua stupenda battuta finale, nemmeno Repubblica sembra aver inteso la profonda e neanche troppo sottile verità (questa sì da genio di non ordinaria ruffiana correttezza politica) che al varco dell’altro mondo ci ha voluto lasciare l’istrionico Dario Fo. Credeva probabilmente in niente, rideva d’ogni cosa e specialmente funzionava il suo celiare grottesco contro la Chiesa cattolica. Poiché si sa, la Chiesa cattolica è più una Croce rossa che un Britannia o un club Bilderberg.

Ma certo hai fatto proprio di tutto per campare, caro giullare. Sei stato fascista, al tempo in cui tutti erano fascisti. Repubblichino, all’epoca della Repubblica di Salò. Ma «per salvare la pelle», ti scuserai poi, caro Dario, quando con gli anni venne tirato via il pietoso velo e qualcuno rivelò la tua partecipazione attiva all’ultimo baluardo nazi-fascista (e peccato che i coccodrilli di oggi e di domani lo stendano ancora quel velo, e non raccontino nessun particolare del Fo di epoca fascista e repubblichina). Naturalmente anche quando caddero il fascismo e Salò, Dario ebbe il problema di salvare la pelle. E, oplà, divenne il vigoroso antifascista, poi comunista e infine l’antagonista a 24 carati che conoscevamo. Eh sì, hai fatto proprio di tutto per campare, caro il nostro Grande Giullare.

Così, Dario Fo se n’è andato confessando in modo obliquo quello che tutti sapevamo già. Ma che non si poteva dire sul bel palcoscenico mediatico-politichese del nostro regimetto obamiano di provincia, periferia del pensierino unico e amaca dei Michele Serra. Il Grande Giullare è stato fascista, repubblichino, antifascista, comunista, extraparlamentare di sinistra. Tutte queste cose insieme e, per comica finale, è stato pure cittadino cinquestelle. Giullare del giullare Beppe Grillo. Giusti perciò i coccodrilli pirotecnici. Però, adesso, dategli pure il Nobel alla memoria. E con questa bella ragione sociale: “Alla commedia dell’arte conformista, opportunista e trasformista, a Dario Fo, tessera numero 1”.

Foto Ansa

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