«Finché morte non ci separi»: la carità portata all’estremo
«Egli giudicherà e perdonerà tutti, i buoni e i cattivi, i saggi e i miti… E quando avrà finito con tutti, allora si rivolgerà anche a noi: “Uscite, dirà, anche voi! Esci ubriaco, esci debole, esci vizioso!” E tutti usciremo senza vergogna, e staremo davanti a Lui. E si rivolgerà a noi: “Siete maiali! Con l’aspetto degli animali, e secondo il loro modello. Ma venite anche voi”. E i saggi si opporranno, si opporranno alle persone di buon senso: “Signore! Perché li accogli?”. E Lui risponderà: “Perché li accolgo, oh saggi, perché li accolgo, oh ricchi di buon senso? Perché nessuno di loro si è mai creduto degno di ciò…”. E lì Lui stenderà le sue mani, e noi poseremo le nostre labbra su di esse, e piangeremo… E capiremo tutto».
Delitto e Castigo, Fëdor Dostoevskij
Dostoevskij descrive l’enorme sproporzione tra il comportamento umano e il giudizio divino attraverso la figura di un padre alcolizzato e vizioso, la cui figlia è costretta a prostituirsi per sostenere la famiglia e pagare i vizi del genitore.
La difficoltà di comprendere e accedere al divino consiste proprio nel fatto che queste realtà non possono essere afferrate con ragionamenti logici. Se non si vive come esperienza, è facile che la fede si trasformi in immagini idealizzate di un dio distante che non ha bisogno di te.
L’esperienza, cioè la vita, è il preludio della fede. Sono i fatti, gli avvenimenti, il “primerear” di Dio ciò che sta all’origine di ogni stupore umano. È proprio quello stupore che ci spinge all’adesione e al seguire.
Il funerale
Qualche anno fa, durante uno dei momenti della nostra “Caritativa della stazione” che facciamo con gli amici della Parrocchia San Raffaele ad Asunción in Paraguay, in cui trascorriamo del tempo con quei “cattivi, ubriaconi, deboli, maiali”, come li chiama Dostoevskij, gente che vive per strada, abbiamo conosciuto qualcuno di speciale. Si chiamava Victor e, in qualche modo, era il capo di quel “basso” mondo. Grazie a lui, che ci ha avvicinato ai suoi amici, abbiamo potuto partecipare alla loro realtà e far parte della loro vita.
Poco tempo fa, Victor si è ammalato. Uno di noi ha provato ad aiutarlo ad affrontare la tubercolosi, ma Victor non ha saputo resistere alla forza delle dipendenze ed è tornato alla vita del suo “basso” mondo. Questo fine settimana abbiamo saputo che Victor è morto. Il suo corpo giaceva nella camera mortuaria di un ospedale della città. Non aveva familiari né amici, così, scoperto dove si trovava, abbiamo confermato la sua identità e, grazie a una colletta tra tutti noi, abbiamo pagato il suo funerale (perché una carità che non viene portata fino in fondo è solo un passatempo, un’attività qualsiasi, una parentesi). Invece si tratta di fare propria la vita dell’altro, di dire “tu” fino alla morte: questo è amore. Forse il matrimonio, carità suprema, permette di capirlo: «Finché morte non ci separi».
Vi porto io
Uno di noi, raccontando questa storia ai suoi colleghi di lavoro, si è sentito chiedere: “Perché fai questo? Perché aiuti quel tipo di persone? Sono degli scarti della società, sono un male, hanno deciso di vivere così”.
«Egli stenderà le sue mani, e noi poseremo le nostre labbra su di esse, e piangeremo». Chi ha vissuto questa esperienza corre a cercare l’amico morto -come Gesù con Lazzaro – perché sa, conosce molto bene il motivo: «ha capito tutto».
Carità e misericordia sono la stessa cosa. Basta frammentazioni! “Cattivi, ubriaconi, deboli, maiali” siamo tutti. Siamo egoisti, narcisisti, maestri di opinioni, perfino teologi perfetti, ma di Dio non sappiamo nulla, perché non siamo arrivati a coinvolgerci pienamente con Lui, fino alla morte. Questa è la radicalità cristiana.
La carità permette questo “identificarsi” con Cristo, tramite il suo sguardo. Ma non solo. Anche chi riceve questa carità diventa protagonista. Come diceva Victor quando lo abbiamo conosciuto: «Andiamo nel “basso”, non abbiate paura, vi porto io, con me non vi succederà nulla». Solo da Cristo ho sentito queste parole. Il mendicante, il drogato, il senzatetto, l’indigena, questo è Cristo.
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