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C’è un Kosovo alle falde del Karakorum Anche la stampa italiana ne ha dato notizia. Lassù sulle montagne del Karakorum, a due passi dall’Himalaya, c’è un altro Kosovo pronto a esplodere. Anchè lì, come nel ventre molle dei Balcani, c’è una maggioranza musulmana locale oppressa da un governo centrale che musulmano non è e che non vuole concedere l’autodeterminazione; anchè lì, come nel Kosovo, nell’anno che è alle nostre spalle le vittime della violenza sono state circa 2mila; anche lì ci sono due potenze regionali che soffiano sul fuoco, ma i loro nomi non sono Serbia e Albania, bensì Pakistan e India, e qui cominciano le differenze. Perché chi dice Pakistan e India dice due paesi che insieme fanno 1 miliardo e 100 milioni di abitanti, due potenze nucleari che hanno violato il trattato di non proliferazione e che negli scontri di frontiera iniziati il 9 maggio hanno riversato Mig 27 ed elicotteri da combattimento Mi-17. E tutto ciò spiega a sufficienza perché a nessun Tony Blair venga in mente di estendere i concetti di “guerra umanitaria” e di “nuovo ordine morale internazionale” alle ridenti vallate himalaiane.

Kashmir, questioni di lana caprina D’altra parte gli anglosassoni hanno molta più familiarità col sub-continente indiano, dove hanno governato un impero per quasi cento anni, che non coi Balcani, e questi legami storici li inducono alla prudenza. Perché la crisi del Kashmir, che si trascina da 50 anni ed è diventata sanguinosa da dieci, è più complicata di quanto si possa immaginare. Fa fede la ricostruzione che ne fa The Economist nel suo ultimo numero di maggio. “Il problema del Kashmir – scrive il settimanale – rappresenta uno strascico della partizione del 1948 (quando l’India britannica si divise nei due stati dell’Unione Indiana e del Pakistan – ndt). Il marajah indù del Kashmir (popolato in maggioranza da musulmani – ndt) voleva l’indipendenza, ma decise precipitosamente di entrare nell’Unione Indiana quando il suo regno fu invaso da tribali pakistani. Nel 1948 una risoluzione del Consiglio di sicurezza mirante a porre fine alle prime ostilità fra India e Pakistan chiese il ritiro delle forze pakistane seguito da un plebiscito che permettesse agli abitanti del Kashmir di scegliere se far parte dell’India o del Pakistan. Esso non ebbe mai luogo. Così il Kashmir resta diviso fra una zona controllata dagli indiani e una controllata dai pakistani”.

Da 10 anni una guerra senza vie di uscita Una politica indiana ottusa nella parte di Kashmir rimasta sotto il suo controllo ha favorito l’insorgere di una guerriglia. “Si tratta di una brutta guerra che non va a vantaggio di nessuno dei contendenti. I 40mila soldati che l’India mantiene in Kashmir spesso hanno mostrato la stessa brutalità dei loro nemici. Finora secondo le fonti della polizia circa 24mila persone sono morte in dieci anni di insurrezione. I militanti antiindiani dicono 60mila. Il Pakistan insiste che l’unica soluzione del problema sta nello svolgimento del plebiscito previsto dalle Nazioni Unite, che però non è affatto detto che produca più autodeterminazione di adesso. La popolazione del Kashmir, che è di 9-10 milioni di abitanti, non è certo tutta musulmana. La valle del Kashmir è diventata quasi completamente musulmana, la regione di Jammu è in maggioranza indù e quella di Ladakh buddhista. Si può scommettere che in un plebiscito le ultime due voterebbero per restare con l’India, ma verrebbero trascinate nel Pakistan dal massiccio voto musulmano delle altre regioni (la valle del Kashmir e la parte già occupata dai pakistani nel ‘48 – ndt). In tal caso la crisi continuerebbe a trascinarsi, con oppressi e oppressori a parti invertite”. “Ma la cosa più importante è che il plebiscito previsto dalle Nazioni Unite non offre agli abitanti del Kashmir ciò che la maggioranza di essi in realtà vuole: azadi, l’indipendenza. Un sondaggio del 1995 ha appurato che il 72% degli abitanti della valle del Kashmir desiderava l’indipendenza. Il fatto che siano in maggioranza musulmani non ne fa dei pakistani. La loro identità distinta è basata sulla realtà geografica, sui legami di parentela e sulla cultura tanto quanto sulla religione. Secondo l’India gli abitanti del Kashmir diventerebbero nuovamente sudditi leali se il Pakistan smettesse di interferire. Essa vede nell’insurrezione una guerra per procura, che finirebbe non appena il Pakistan smettesse di fornire armi e denaro ai militanti antiindiani e di permettere loro di infiltrarsi attraverso la linea di partizione. La maggior parte di essi, dice l’India, sono fanatici stranieri importati da altre guerre sante, come quella dell’Afghanistan”.

Perché la pace è così difficile “Contrapposte rivendicazioni di sovranità e autodeterminazione non possono mai essere risolte senza lasciare qualcuno insoddisfatto. Così l’India potrebbe accettare la linea di partizione come confine definitivo, e il Pakistan è disponibile a discutere un plebiscito in cui si votasse per regione anzichè per l’intero stato, permettendo così alle parti popolate da indù e buddhisti di restare con l’India. Ma la questione critica per entrambi i paesi è il controllo della valle del Kashmir, popolata da musulmani”. Ad essa né l’India, né il Pakistan vogliono rinunciare. Il Pentagono ha stimato che in caso di guerra atomica nel sub continente indiano, le vittime immediate del conflitto sarebbero 36 milioni di persone, salgono a circa 100 milioni nelle due settimane successive allo scoppio del conflitto.

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