Daccò in carcere da un anno. Un caso da «Corte dei diritti dell’uomo»

Da oltre un anno è detenuto in carcerazione preventiva nel penitenziario di Opera. Ieri è stato portato in manette davanti ai giudici e gli sono stati negati i domiciliari. La denuncia del suo avvocato

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Ieri, per la prima volta da quando è finito in carcere per la bancarotta del San Raffaele, Pierangelo Daccò è arrivato al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano per essere interrogato per rogatoria davanti al gip Laura Marchiondelli. Ci è arrivato con le manette ai polsi, come Enzo Carra ai tempi di Mani Pulite, solo che stavolta nessun giornalista o fotografo – essendo il corridoio “blindato” ai cronisti – ha potuto assistere al triste evento.
Il legale di Daccò, Giampiero Biancolella, ha consegnato ai cronisti un comunicato: tre pagine per denunciare la «carcerazione preventiva» che il suo assistito sta subendo «da oltre un anno», nel silenzio della «società civile» che usa il «garantismo a singhiozzo». È un caso da «Corte dei diritti dell’uomo», ha detto.
«Oggi Pierangelo Daccò – dicevano le prime righe del comunicato – è stato condotto in Tribunale con gli “schiavettoni” ai polsi, come definì nel 1992 Giuliano Ferrara le manette apposte ai polsi dei detenuti in attesa di giudizio». «Da cittadino – ha precisato l’avvocato – preferisco che i detenuti giungano non in manette, ma questa è un’altra problematica. Il problema è che Daccò sta subendo la carcerazione da oltre un anno e la custodia cautelare non può mai essere, come ha stabilito la Corte Costituzionale, una espiazione anticipata della pena, perché esiste il diritto alla presunzione di innocenza».

NESSUNO PARLA. PERCHE’? «Nessuno di quella società civile che è sempre stata attenta alle problematiche della magistratura e delle garanzie per i cittadini – ha proseguito Biancolella – parla oggi di Daccò. Perché?». È l’unico «in carcere nella vicenda San Raffaele come fosse unico responsabile di un crac miliardario». Infatti, spiega il legale, Daccò è accusato di una distrazione di circa 5 milioni di euro, nell’ambito di una bancarotta miliardaria «che molto probabilmente fonda le proprie origini in una gestione ritenuta censurabile che risale agli inizi degli anni ’80, quando Daccò non aveva alcun rapporto con il San Raffaele».
C’è già – ha spiegato Biancolella – una decisione della Cassazione (un rinvio al gip per rimotivare la misura cautelare), che «ha dichiarato insussistenti gli elementi di prova per contestare la bancarotta a Daccò e quindi la difesa auspica che la sentenza (condanna a 10 anni in primo grado, ndr) sia capovolta negli altri gradi di giudizio». Per l’avvocato, la carcerazione preventiva che sta subendo Daccò (è in carcere nel novembre 2011) è «una custodia cautelare di durata quanto meno statisticamente inusitata».

NO DOMICILIARI. Ma Daccò deve rimanere in carcere. Per i giudici del tribunale del Riesame di Milano, all’uomo d’affari non può essere concessa l’attenuazione della misura cautelare (gli arresti domiciliari), perché si «è aggravato il quadro cautelare», specialmente per quanto riguarda il pericolo di fuga «alla luce della intervenuta condanna di gran lunga superiore ad anni due, laddove la pendenza di ulteriore procedimento per fatti di analoga natura con soggetti diversi attesta la durata, risalenza e permanenza di frequentazioni e l’ampiezza di contatti anche con persone operanti all’estero che fonda il giudizio di elevato rischio di recidiva».

«ACCANIMENTO CRUDELE». Per il deputato del Pdl Alfonso Papa c’è un «accanimento crudele e indecente» contro Daccò. «All’uomo che oggi è l’unico detenuto per i fatti del San Raffaele non viene risparmiata neppure l’umiliazione delle manette ai polsi in tribunale. In questo modo all’abuso della carcerazione preventiva, di cui Daccò è vittima esemplare, si aggiunge una pratica degradante stigmatizzata dalle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. Direi che più che in Italia, sembra di stare in qualche dittatura sudamericana dove lo stato di diritto è un miraggio al pari della civiltà giuridica».

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