Da Varsavia a Cracovia, sulle tracce di Giovanni Paolo II

In viaggio nei luoghi simbolo della Polonia di Giovanni Paolo II. La presenza di papa Wojtyla è tangibile e in ogni luogo, da Varsavia a Cracovia, dalle chiese all’università pontificia

C’è una chiesa al centro di Varsavia un po’ speciale. E’ dedicata al mondo della cultura e ai media. Entri e attraverso una porta a vetri vedi il tabernacolo. Un cerchio di luce alle spalle dell’altare. A destra e a sinistra delle vetrate dividono lo spazio e creano una sala per conferenze, ci sono altari dedicati a Sant’Andrea e a San Giovanni Evangelista, e uno più nuovo e laterale dedicato al Giovanni Paolo II. C’è un quadro con il papa polacco che parla con il cardinale Wyszyński, non è certo un capolavoro ma è molto realistico. Quando t’inginocchi o metti una candelina nella sabbia, noti anche che proprio sopra l’altare è appeso uno scapolare carmelitano. E’ una reliquia del Papa beato, dice il rettore e parroco della chiesa di Sant’Andrea padre Niewęgłowski.

 

Lui ha conosciuto Giovanni Paolo II, lo ha visitato a Castelgandolfo negli ultimi tempi della sua vita. Ne parla come del suo più caro amico. «Io qui cerco di offrire ai giornalisti un punto di ritrovo culturale. Presentiamo libri, facciamo mostre e  incontri di preghiera. Il regime aveva distrutto tutta la chiesa dopo il bombardamento nella Seconda guerra mondiale. In parte al suo posto avevano costruito dei palazzi. Si vedono ancora alle spalle della chiesa. Ma dieci anni fa siamo riusciti a prendere degli spazi e rifare tutto, certo in modo diverso, ma almeno la chiesa ora c’è».

 

E del resto a pochi passi troneggia ancora maestoso il Centro per le Scienze e la cultura fatto costruire da Stalin. Una sala conferenze da 2000 posti accanto a uffici, musei, ristoranti che ora sono l’anima di questo mastodonte di cemento grigio che sfregia i pochi palazzi ottocenteschi che restano a Varsavia. Il resto è venuto giù con la guerra. E la ricostruzione in mano ai comunisti prevedeva ben poco di bello e artistico. Restano i grandi viali, ma oggi sono fiancheggiati da grattacieli di tutti i tipi che rendono ancora meno attraente la città. La nuova Polonia, quella che non va a votare e fa emergere un partito di pura protesta, è alle soglie di una crisi d’identità. Il secolarismo ha aggredito anche la fede dei compatrioti di Papa Wojtyla. Come il comunismo cercava di far dimenticare il cristianesimo puntando sulla classe operaia, oggi la secolarizzazione arriva attraverso partiti come questo che puntano alle minoranze, sessuali soprattuto.

 

E la Chiesa è divisa. Qualcuno sta con i conservatori, il partito di Kaczyński che ha perso le elezioni, altri con il partito di governo. I cattolici sono frastornati. I giovani cercano di vivere secondo gli standard europei, ma il costo della vita che per chi viene da ovest è bassissimo, per i polacchi non lo è affatto. Alla nazione mancano infrastrutture, ferrovie e autostrade. Per arrivare da Cracovia a Varsavia, meno di 300 chilometri, ci vogliono quasi 4 ore di treno. I vagoni sono vecchissimi, anche se molto meglio curati dei nostri Intercity. C’è molto da fare ma i polacchi sembrano non accorgersene. Per questo non sono andati a votare. E non vogliono l’euro perché hanno visto cosa è successo ai loro fratelli slovacchi che lo hanno adottato troppo presto.

 

Da Varsavia a Cracovia, la città della storia, la città dell’identità polacca. Cambia l’atmosfera, arrivano i turisti, ci sono gli studenti con la loro vivace vita universitaria. 200 mila studenti per 20 facoltà. E’ c’è il ricordo, anzi la presenza di Karol Wojtyla, ovunque. Nel santuario della Divina Misericordia, in periferia, da dove si vede il cantiere della città-santuario dedicata a Giovanni Paolo II, nel centro, in Curia, nelle chiese con le bandiere bianche e gialle nella giornate del Papa, e nella Wavel, nella cattedrale che accanto alle reliquie del vescovo martire Stanislao custodisce da maggio anche quelle del Papa Beato.

 

Il Wavel che di notte fa danzare le sue luci nella Vistola, la Piazza del Mercato dove quando è caldo si suona il jazz, oppure Nova Huta, il quartiere che i comunisti volevano costruire senza chiesa. Ma non avevano fatto i conti con un certo cardinal Wojtyla. Oggi si visita anche questo quartiere come fosse un monumento importante. Così come il quartiere ebraico e Oświęcim. Per i turisti si vende ambra, argento e artigianato, per i pochi polacchi che possono permetterselo ci sono i brand italiani come Max Mara che pubblicizza la prossima apertura a Mosca.