Da Aleppo a Cracovia. E da Cracovia ad Aleppo. La testimonianza dei giovani siriani

Padre Simon Zakarian ci racconta l’esperienza e le parole dei ragazzi siriani che sono stati alla Gmg. «Attraverso il nostro dolore, Egli ci insegna il vero significato dell’amore»

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Uno dei momenti più commoventi e drammatici della Gmg di Cracovia è stato quando Rand Mittri, 26enne catechista e animatrice dell’oratorio salesiano di Aleppo, ha preso la parola per pronunciare la sua testimonianza davanti a centinaia di migliaia di coetanei provenienti da tutto il mondo e a papa Francesco: «Noi siamo la città dimenticata», ha detto. «Ogni giorno siamo circondati da sofferenza e morte. Ma, proprio come voi, ogni giorno usciamo di casa per andare a lavorare o a scuola. E, a differenza di molti di voi, in quel momento siamo terrorizzati dall’idea di non poter tornare nelle nostre case e dalle nostre famiglie. In quello stesso giorno potremmo essere uccisi, oppure potrebbero esserlo le nostre famiglie. Dio, dove sei? Perché ci hai abbandonato? Tu esisti ancora? Perché non hai pietà di noi? Non sei tu il Dio dell’amore? Passiamo diversi minuti ogni giorno ponendo queste domande». Nel silenzio denso che si è creato dopo queste parole, Rand ha continuato il suo racconto e lo ha concluso con una professione di fede commovente: «Attraverso la mia esile esperienza di vita, ho imparato che la mia fede in Cristo sovrasta le circostanze della vita. Questa verità non è condizionata dal vivere una vita di pace che sia priva di difficoltà. Sempre di più, credo che Dio esiste, nonostante tutto il nostro dolore. Credo che a volte attraverso il nostro dolore, Egli ci insegna il vero significato dell’amore. La mia fede in Cristo è la ragione della mia gioia e speranza. Nessuno sarà mai in grado di rubare la vera gioia da me». Papa Francesco, nel corso della veglia successiva, ha per prima cosa ripreso quell’intervento che ha scosso tutti: «“Basta città dimenticate”, come dice Rand; mai più deve succedere che dei fratelli siano “circondati da morte e da uccisioni” sentendo che nessuno li aiuterà».

Ad accompagnare a Cracovia la delegazione di gruppi giovanili salesiani di tutto il Vicino Oriente, comprendente 12 siriani, c’era padre Simon Zakarian, per alcuni anni responsabile del Centro giovanile salesiano di Aleppo e dal settembre scorso direttore di quello di Damasco. Di passaggio a Milano, padre Simon ci racconta quanto sia stato importante per i giovani siriani avere fatto l’esperienza della Gmg, e quanto sia stato ancora più importante per gli altri partecipanti e per gli ospitanti polacchi entrare in rapporto con loro. «È stata una vera grazia poter accompagnare i nostri giovani in Polonia», racconta. «Fin dai primi giorni i polacchi ci guardavano con stupore e ammirazione. Siamo stati invitati alle principali trasmissione televisive, erano meravigliati che dei cristiani vivessero ancora ad Aleppo, che fossero venuti a Cracovia e che fossero intenzionati a tornare in patria e non a fare domanda come rifugiati! I nostri giovani dicevano: “La Siria è la nostra mamma malata: non possiamo abbandonarla, dobbiamo tornare per prenderci cura di lei. Abbiamo una missione da compiere, soprattutto verso i ragazzi e i bambini”».

«Abbiamo fatto un incontro coi giovani italiani dei centri salesiani, e uno dei nostri ragazzi ha raccontato la sua giornata più dura ad Aleppo: un bombardamento notturno, i suoi vicini uccisi dalle bombe, lui che doveva andare all’università per dare un esame, il filmato ripreso col cellulare del suo tragitto attraverso il quartiere distrutto, lui che singhiozza ma non si arrende, va a dare l’esame e torna a casa. Cinquecento ragazzi italiani lo hanno ascoltato in profondo e partecipe silenzio».

Che ne è dei giovani siriani ripartiti al termine della Gmg? «Sono bloccati a Kafroun, vicino a Tartous, dove c’è una nostra casa salesiana, insieme a 140 bambini e ragazzi di Aleppo che erano andati lì a fare alcuni giorni di convivenza. La strada per Aleppo è bloccata dai combattimenti, io li sento per telefono o per chat e loro mi dicono: “Appena la strada si libera andiamo, non vogliamo cedere, non abbiamo paura della morte”. E sono tutti giovani fra i 20 e i 26 anni! Vogliono tornare in una città che muore». Già, i media internazionali hanno dato molto rilievo alle sofferenze della popolazione civile della zona di Aleppo controllata dai ribelli, ormai circondati e privi di rifornimenti e tuttavia decisi a trattenere la popolazione che gli fa da scudo umano, ma quasi nessuno ha raccontato che anche gli abitanti della parte sotto controllo governativo (probabilmente un numero di persone vicino al milione) stanno soffrendo la mancanza di rifornimenti a causa del fatto che la controffensiva ribelle (3.500 uomini di tutte le formazioni, jihadisti e filo-americani si sono alleati) ha interrotto l’unica strada che collegava la città col sud del paese all’altezza del sobborgo di Ramouseh. In questo momento solo una strada militare permette di rifornire in piccola misura la parte governativa di Aleppo. Sulla quale hanno ricominciato a piovere missili e colpi di mortaio, dopo qualche giorno di pausa.

«Dalla città mi dicono che in poche settimane i prezzi sono triplicati, gli speculatori di guerra stanno facendo affari d’oro. L’acqua è disponibile a singhiozzo, ci sono molte interruzioni. Eppure anche quest’anno è stato fatto l’oratorio estivo, e mentre i due terzi dei cristiani ormai hanno abbandonato la città, il numero di ragazzi e bambini che hanno partecipato è aumentato ancora rispetto all’anno scorso, siamo arrivati a 800 iscritti! E da noi a Damasco ne abbiamo avuti 1.100. Le parrocchie e gli oratori sono rimasti gli ultimi luoghi di gioia e di speranza, chi non può o non vuole abbandonare la Siria, cerca conforto nella vita della Chiesa». Padre Simon è convinto che l’esperienza dei giovani che hanno partecipato alla Gmg, anche se poco numerosi, avrà una grande incidenza sulla vita delle comunità cristiane che rimangono in Siria. «Tanti di loro mi hanno detto: “Questa esperienza ci ha cambiato la vita, perché per la prima volta ci siamo resi conto di quanta gente al mondo preghi per noi, di quanti ci sostengano. Ora sappiamo che non siamo soli, e questo ci dà entusiasmo”. Un giovane universitario che aveva smesso di studiare mi ha scritto: “Cambierò il mio modo di vivere, la fede robusta che ho visto in tanti giovani e le parole del Papa mi hanno toccato: ricomincerò a studiare seriamente, perché voglio, come dice il Papa, lasciare la mia impronta nella storia”».

Padre Simon è originario di Qamishli, nel nord-est del paese, dove vivono ancora i genitori e una sorella, mentre altri sei fratelli e sorelle hanno abbandonato la Siria e si sono trasferiti in Olanda e in Svezia. «I miei fratelli invitano mio padre a raggiungerlo, ma lui risponde sempre: “Io non mi muovo, resterò qui anche se dovesse arrivare l’Isis!”. Purtroppo però tante famiglie cristiane lasciano la Siria. Negli ultimi tre mesi da Damasco sono partite 15 famiglie per trasferirsi in Canada. Tanti studenti universitari vanno a studiare in Germania, devono fare un deposito di 8 mila euro nelle banche tedesche e il governo di quel paese gli dà il visto. Se la guerra non finisce presto, loro non torneranno. Io mi trovo bene a Damasco, non c’è quella sensazione di assedio permanente che si vive ad Aleppo, ci si può spostare in tante direzioni senza troppi problemi, l’acqua e l’elettricità ci sono quasi sempre, le condizioni di sicurezza sono migliori. Anche se qualche settimana fa io e altri educatori dell’oratorio abbiamo rischiato la vita: siamo passati per una strada dove dopo pochi minuti è caduto un missile che ha ucciso dodici persone. A Bab el Touma, il quartiere cristiano, poco tempo fa è stato colpito un ristorante e sono rimasti uccisi gli avventori. Ma l’oratorio estivo è stato bellissimo, andavamo a prendere i ragazzi nei loro quartieri con 11 autobus, li portavamo al centro, mangiavamo e pregavamo con loro. Il tema era la misericordia e la storia del profeta Giona». Senza bisogno di un naufragio e di tre giorni nella pancia di un grosso pesce, padre Simon e i giovani siriani della Gmg si sono messi sulla via del ritorno nelle città dove Dio ha affidato loro una missione. Quella scandita da Rand a Cracovia: «Chiedo al Signore Risorto di concedere a me, a tutti coloro che vivono in Siria, e alla gente di tutto il mondo, la grazia di mostrare il tocco della misericordia e di piantare gioia nel cuore di ogni triste e abbandonata persona ferita».

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