«Curare rende soddisfazione alla vita»
«C’è una sola cosa che il malato ti chiede in più delle cure: una ragione, un senso per cui la vita ne valga la pena, una ragione che c’è e appena un malato la intuisce gli cambia persino il modo di vivere il dolore e la sofferenza, che pur permangono». Lo afferma senza esitazione a Tempi Alessandro Pirola, presidente delle Fondazioni Maddalena Grassi e Adele Bonolis, due realtà sanitarie milanesi che quotidianamente si fanno carico dell’assistenza e della cura di migliaia di pazienti, malati terminali e malati psichiatrici. In occasione della pubblicazione del suo recente libro edito da Ares, Curare: è un’opera buona per tutti, Tempi lo ha raggiunto per porgergli alcune domande.
Che cosa l’ha guidato nel prendere decisioni aziendali che avevano dirette ricadute sulla vita dei pazienti e delle relative famiglie?
Stare a quello che le circostanze mi mettevano davanti: poteva essere una malattia cardiaca o la possibilità di apertura di un hospice o il sorgere di un nuovo bisogno. Mi ha sempre sostenuto il desiderio di provare a rispondere ai bisogni che mi si proponevano, nella certezza che curare fosse un bene per chi riceve le cure e per chi le presta. L’azione di cura è infatti un’azione che rende soddisfazione alla vita.
Oggi, quale crede che sia la dimensione più urgente del sistema sanitario, spesso soggetto a logiche remunerative che possono distogliere dal primato della cura della persona?
È necessario riscoprire la ragione per cui valga la pena curare un malato. Questa è la grande urgenza. Non c’è mai stato un sistema, una norma, una procedura o un protocollo che abbiano generato una ragione. Semmai il percorso è al contrario: c’è una ragione e un desiderio di bene che conseguentemente genera protocolli, procedure e soluzioni.
E l’aspetto economico?
La dimensione economica è un fattore di cui tenere conto. Personalmente credo discutibile l’affidamento tendenzialmente esclusivo ad una funzione di dipendenza pubblica dell’attività di organizzazione di un sistema di cure, perché è forse una delle attività in cui la libera iniziativa, la professionalità e la specificità del soggetto è messa alla massima prova.
Attualmente il sistema sanitario comincia ad essere messo a dura prova da una ingente carenza economica e da una minor disponibilità delle risorse, non crede si arriverà a una implosione del sistema o ad una privatizzazione della sanità?
Non intravedo una prossima implosione del sistema, ma una trasformazione. Se si vuole guidare questo processo di cambiamento, bisognerà mettere a tema il fatto che la salute non sia un diritto, ma semmai lo sono l’accesso alle cure e le cure possibili. E per rendere possibili la più grande quantità di cura occorre esercitare delle scelte di priorità e delle scelte di giustizia, quali, ad esempio, una compartecipazione alla spesa, che già oggi esiste. Più del 20 per cento della spesa sanitaria italiana è rappresentata da una compartecipazione del cittadino.
E per quanto riguarda la gestione delle risorse disponibili?
Ci sono due elementi gravemente incidenti sulla dispersione di risorse, primo dei quali è la medicina difensiva: il medico teme di essere indagato e imputato in qualche modo per errori o per omissioni e questo ha generato una fila di esami interminabili che supportino e documentino quanto il medico ha già ragionevolmente intuito o escluso. Questo in termine di risorse ha una pesante incidenza.
E l’altro elemento in che cosa consiste?
C’è la pretesa da parte del paziente di esami e di cure a prescindere dal bisogno giudicato dal medico. Di conseguenza oggi la gran parte delle aggressioni ai sanitari si gioca sul diritto a un particolare, anche quando il medico non lo ritiene opportuno. Un altro tema tabù che va tematizzato sono i carichi di lavoro.
Ovvero?
Ci sono alcuni reparti nei quali c’è un’abbondanza di assistenza e di risorse umane mediche e infermieristiche che gridano vendetta.
E poi c’è la grande carenza di organico che coinvolge numerosi reparti…
Questo è senz’altro un elemento. È necessaria una rivalutazione delle mansioni. Un piccolo esempio: in alcuni paesi europei, ad esempio, le infermiere suturano, alleggerendo il carico del pronto soccorso.
Nel libro sostiene che «il mistero della sofferenza è un mistero a volte insopportabile». Spesso la strada più semplice per emanciparsi dalla sofferenza è quella di rinunciare alla vita, favorendo così quella che papa Francesco definiva una «cultura della morte». Qual è l’alternativa a questa cultura?
La cultura della morte tenta di anestetizzare il dolore, ma la vita non è un veleno, pertanto non ha bisogno di antidoti. È necessaria una ragione capace di comprendere anche la sofferenza. Se non la incontri, affida questo peso a chi ce l’ha. L’angoscia genera malattie e impedisce cure. Stiamo pagando un modello sociale fondato sull’isolamento. Per quarant’anni abbiamo fatto coincidere l’idea di miglioramento della condizione abitativa costruendo appartamenti. Adesso sono tutti belli appartati. Ma con un problema: il 52 per cento dei nuclei familiari iscritti all’anagrafe di Milano sono fatti da un’unica persona. Questo è il disastro a cui siamo arrivati. Prova a fare assistenza domiciliare a una persona che vive da sola, è un disastro… Per cui, una cosa che mi manca di fare, ma che sto sognando da un po’, è il condominio assistito. Lo lascio tra i sogni della giovinezza ancora da realizzare.

Disclaimer: grazie al programma di affiliazione Amazon, Tempi ottiene una piccola percentuale dei ricavi da acquisti idonei effettuati su amazon.it attraverso i link pubblicati in questa pagina, senza alcun sovrapprezzo per i lettori.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!