Tentar (un giudizio) non nuoce
Costruire la pace, a Gaza come qui, richiede gesti concreti
Martedì 29 ottobre il cardinale Pierbattista Pizzaballa è intervenuto in collegamento nell’Aula del Consiglio Regionale della Lombardia, su iniziativa dell’Intergruppo Consiliare Gaza Cisgiordania, che raccoglie consiglieri di ogni schieramento politico, dell’Associazione ex Consiglieri Regionali e dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio stesso.
Si è trattato di un evento dal grande valore culturale, di un simbolo di pace e di un fatto politicamente molto importante, durante il quale sono intervenuto, in rappresentanza della Giunta regionale, insieme al collega Guido Bertolaso (che ha parlato delle iniziative di assistenza sanitaria e ospedaliera), per illustrare i progetti di emergenza umanitaria e cooperazione internazionale che abbiamo deciso di finanziare con il prezioso e immediato supporto delle nostre ONG e OSC.
Il cardinale Pizzaballa, con il consueto chiaro realismo e quella ultima serenità che nasce dalla fede, ha tracciato un resoconto lucido e drammatico di questi due anni di guerra tra Gaza e Israele. Ha parlato di un conflitto che ha “disumanizzato le relazioni” e di un popolo “stremato, smarrito, incapace di immaginare un futuro”. Ha ricordato che «la pace non è un’illusione ma una responsabilità», e che prima ancora del cessate il fuoco serve un cambiamento di linguaggio, perché l’odio verbale è già una forma di violenza.
Le sue parole hanno dato senso e urgenza a tutto ciò che oggi stiamo provando a fare.
Non distogliere lo sguardo
Ci sono momenti della storia in cui la legge del più forte sembra tornare a imporsi. Lo vediamo ogni giorno: come ha detto papa Leone, la forza del diritto internazionale e del diritto umanitario appare sostituita dal presunto diritto di obbligare gli altri con la forza. È desolante assistere al disfacimento delle regole comuni, alla perdita del limite, alla convinzione che la guerra possa essere un mezzo legittimo per affermare la propria idea o la propria identità. Credere nella pace significa impegnarsi ogni giorno a costruirla, anche quando il mondo intorno sembra volerla demolire.
Di fronte alle cifre impressionanti che arrivano da Gaza e da Israele — oltre 65 mila vittime totali, circa l’85 per cento civili, di cui 20 mila bambini, nove persone su dieci costrette a lasciare le proprie case — non possiamo permettere che la distruzione materiale si trasformi anche in distruzione morale delle nostre coscienze. Diciamo subito chiaramente che la sofferenza non ha un solo volto, non sta da una parte: riguarda tanto i palestinesi quanto gli israeliani, e in entrambi i casi è una ferita che chiama alla responsabilità.
Credo che oggi la prima cosa da fare sia non distogliere lo sguardo. L’indifferenza è l’anticamera della disumanità, come ci ha tragicamente insegnato proprio la Shoah.
La seconda è sostenere chi resiste e chi, in mezzo alla violenza, continua a praticare e dare spazio al bene: curare, educare, ricostruire.
La terza è compiere gesti reali, anche piccoli, ma dal forte valore simbolico e concreto, come il Pellegrinaggio che in questi giorni stanno compiendo tutti i vescovi lombardi in Terra Santa o le iniziative, certo insufficienti ma non insignificanti, assunte in Lombardia.
Tre progetti concreti
Con questo spirito la Regione Lombardia ha stanziato 265 mila euro per tre progetti umanitari a favore della popolazione civile di Gaza e Israele, da realizzarsi entro la fine di questo 2025.
Il primo progetto sarà realizzato da Pro Terra Sancta, organizzazione che collabora stabilmente con il Patriarcato Latino di Gerusalemme. A Gaza City distribuirà generi alimentari e beni di prima necessità, riattiverà presidi sanitari e garantirà cure primarie e farmaci alla popolazione civile, senza distinzione di fede. È una delle poche realtà che, anche nei momenti più difficili, non ha mai interrotto la propria presenza.
Il secondo progetto, affidato a Fonti di Pace, offrirà assistenza ai civili feriti, ai disabili e ai bambini. Prevede supporto medico, psicologico e la distribuzione di materiale sanitario nelle aree meridionali della Striscia, dove oggi si concentrano i campi profughi più affollati.
Il terzo intervento, promosso da Cesvi, mira a migliorare l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari di base. Interverrà sui serbatoi e sulle condutture danneggiate nei campi del sud di Gaza, dove la carenza d’acqua e le condizioni igieniche sono diventate un’emergenza quotidiana.
Fiducia, solidarietà, speranza
Questi tre progetti nascono da un principio semplice: sostenere chi è già presente, chi conosce le comunità, chi lavora con serietà e continuità, chi può mettere a terra subito, nei prossimi giorni e settimane, gli aiuti finanziati con le nostre risorse. Non gesti simbolici, ma segni concreti di umanità.
La pace, lo sappiamo, non nasce da un giorno all’altro. Si costruisce con pazienza, con la caparbietà di chi tiene insieme frammenti diversi di un mosaico. Anche un piccolo gesto può essere un inizio, se è compiuto nello spirito giusto.
Per questo, nei prossimi mesi, è mia intenzione anche portare in Consiglio regionale l’esperienza dell’associazione Parents Circle, che riunisce famiglie israeliane e palestinesi accomunate dalla perdita di un figlio a causa della guerra. Hanno scelto di trasformare il dolore in dialogo, non in vendetta. È da loro che dobbiamo imparare cosa significa davvero costruire pace.
L’odio seminato da millenni e rinvigorito in questi due anni di guerra non si rimarginerà presto. Ci vorrà un tempo lungo e condizioni che aiutino realmente un percorso di riconciliazione. Ma intanto possiamo sostenere esperienze concrete di bene, realizzate da chi, come fiammelle, preferisce rischiarare l’oscurità, anziché maledirla. Queste esperienze rappresentano un paradigma di fronte a cui tutti si devono interrogare e costruiscono realmente la pace, ancor più dei, pur necessari, accordi politici.
Non possiamo delegare ad altri la responsabilità morale di reagire. Ognuno di noi deve ricostruire non solo ciò che la guerra distrugge materialmente, ma anche ciò che distrugge dentro: fiducia, solidarietà, speranza. È quello che la storia ci chiede oggi, se vogliamo restare umani, cominciando a generare pace e riconciliazione lì dove siamo, anziché alimentare odio e divisioni, magari persino in nome di chi soffre.
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