Così la «bellezza» di Cometa ha conquistato anche il New York Times

Uno dei giornalisti più importanti del quotidiano americano è stato ospite nell’opera di accoglienza fondata dai fratelli Figini a Como. Ecco il suo racconto

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«Come tutti noi, le persone della Cometa sono consapevoli del fatto che il declino globale della famiglia e della comunità ha privato totalmente milioni di bambini dell’esperienza di una casa piena d’amore. A differenza della maggior parte di noi, loro hanno trasformato i propri progetti sulla vita per riempire quel vuoto». Così uno dei columnist più importanti del più importante giornale d’America ha sintetizzato ieri la sua esperienza alla Cometa di Como, una realtà che molti lettori di Tempi conoscono bene.
INIZIATIVE E NUMERI. L’autore dell’articolo è David Brooks, e il giornale è niente meno che il New York Times. Durante un recente soggiorno in Italia Brooks ha fatto tappa a Como, dove è stato ospite dei fratelli Figini, delle loro famiglie e della straordinaria esperienza di accoglienza che è nata intorno a loro. L’editorialista del quotidiano americano è rimasto colpito dalla generosità di questa opera e ne racconta nel dettaglio numeri e caratteristiche. «Se andate a cena là, troverete cinque coppie di adulti e fino a 40 bambini attorno a una lunga tavolata a ferro di cavallo», scrive Brooks, che poi spiega come la Cometa non si limiti all’accoglienza di minori in affido, ma abbia dato vita per i giovani in difficoltà a un doposcuola con 130 ragazzi, un istituto professionale con 450 studenti, una falegnameria, un consultorio per i genitori, un centro di aiuto psicologico e un caffè. «Contribuisce anche a dirigere una scuola alberghiera della zona», ricorda Brooks.
PRONTI A CAMBIARE. Ma quello che più di tutto sembra aver colpito il commentatore del New York Times è il motivo per cui i Figini hanno creato la Cometa, e per il quale nel tempo altre persone si sono lasciate coinvolgere nella loro opera. È la disponibilità di questa gente a lasciarsi travolgere l’esistenza, l’aspetto che ha provocato maggiormente Brooks. I Figini e i loro amici, ripete il giornalista stupefatto, «sono sensibili verso i problemi che vedono intorno a sé, come molti di noi, ma loro hanno anche la volontà di trasformare le proprie vite per poterli affrontare, cosa che molti di noi nemmeno prendono in considerazione».

UN SÌ DOPO L’ALTRO. In Cometa «niente è frutto di un progetto», sottolinea Brooks. Tutto è nato per rispondere a una provocazione della realtà. «I bisogni [dei ragazzi] erano evidenti, e la filosofia di Cometa è dire un sì dopo l’altro». È stato così per i fondatori dell’opera, i fratelli Figini, che facevano tutt’altro per professione: uno architetto e designer, l’altro medico oculista. Ed è lo stesso per tutti gli altri responsabili, come scrive Brooks: «L’amministrato delegato, Alessandro Mele, ha mollato la sua vita da commercialista e ora vive nella struttura fra centinaia di bambini. L’uomo che porta avanti il caffè, Marcello, ha lasciato la sua vecchia vita e adesso fa da maestro ad apprendisti disabili. “Sono Marcello al 100 per cento qui. Sto parlando della mia vita, non del mio mestiere”, dice».
L’IMPRONTA GIUSSANIANA. Naturalmente Brooks sa e riconosce che c’è molto don Luigi Giussani nella realtà di Cometa. È grazie all’incontro con quel «prete famoso» che trentacinque anni fa Erasmo Figini ha trovato la fede, contagiando poi la moglie Serena, il fratello Innocente e la moglie di lui Marina. È quella novità – il fascino di un cristianesimo vissuto «non come un sistema intellettuale ma come un incontro con la bellezza, una storia d’amore», scrive Brooks – che nel 1986 genera in Erasmo l’impeto a prendersi in casa il primo bambino, un malato di Hiv la cui mamma stava morendo. Ma è giussaniana tutta l’impostazione di Cometa. «Se voi o io fossimo circondati da centinaia di ragazzini che corrono in giro, ci sarebbe il caos generale», osserva il giornalista americano. «Ma Cometa è bella. I giardini sono immacolati e disegnati meticolosamente. Le case famiglia sono modeste ma sembrano uscite da una rivista di architettura. Ogni mobile nella scuola professionale è colorato, elegante e originale. “La bellezza educa”, dice Serena citando Giussani».
BELLEZZA IN OGNI COSA. «I bambini che vengono qui spesso si sentono abbandonati», prosegue Brooks. «Uno di loro veniva svegliato dalla madre con queste parole: “Alzati pezzo di m… La colazione è pronta, pezzo di m…”. Ma l’ambiente bello li fa sentire importanti, accolti e stimati. Se un giocattolo si rompe in Cometa, viene subito aggiustato. Allo stesso modo, ogni bambino è recuperabile. Le persone in Cometa non solo apprezzano la bellezza, la presuppongono. In un mondo pieno di sfiducia e di tradimenti, loro presuppongono che ci sia bellezza in ogni persona e in tutte le circostanze». Non si tratta appena di buoni sentimenti dunque. Ci sono ragioni solidissime, dietro la capacità di accoglienza di Cometa che ha lasciato un segno perfino al New York Times.
Foto: puntocometa.org

 

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