Così Aleppo riemerge dalle sue macerie

Viaggio nella città più contesa del conflitto, finalmente liberata dopo un assedio durato oltre quattro anni. Qui ancora manca tutto, perfino l’acqua. Ma non la voglia di uscire di nuovo all’aria aperta

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti). Questo articolo è stato scritto prima dell’attacco statunitense alla base siriana di Al Shayrat – Per entrare dentro il conflitto siriano occorre mettersi in macchina e raggiungere quella che è stata una delle città più contese della guerra: Aleppo. Partendo da Damasco si viaggia su una strada a due corsie che arriva ad Homs passando tra le zone occupate. Oltre a essere l’unica via di collegamento è anche una linea di rifornimento obbligatoria per la sopravvivenza di un’intera comunità, perderla vorrebbe dire per il governo siriano abbandonare una parte vitale del paese. I gruppi jihadisti lo sanno bene e da anni tentano invano di conquistarla. I soldati di guardia ai checkpoint disseminati lungo tutta la strada scrutano con attenzione i passeggeri mentre quelli nelle postazioni militari ai lati della strada sorvegliano con una mano sul binocolo e l’altra sul kalashnikov le possibili incursioni dei predoni armati. Oggi il punto più caldo è all’altezza di Hama, di preciso a Salamyah.

Proprio lì veniamo fermati insieme ad altre automobili a uno dei tanti checkpoint. «La strada è momentaneamente chiusa – ci dice un soldato – ci hanno attaccati a soli 5 chilometri da qui». Rimaniamo in macchina e ci mettiamo in fila come tutti gli altri. In lontananza si sentono i colpi, si vedono le prime nuvole di fumo. Un’ora dopo non è cambiato nulla, ci invitano a pazientare. Il clima generale è disteso. Gli automobilisti chiacchierano con i militari in divisa. Alcuni decidono di tornare indietro non sapendo quanto rimarremo fermi.

Ad un certo punto un pick-up bianco della Toyota arriva dalla prima linea a tutta velocità invitando ad aprire un corridoio tra le macchine in coda. «Arrivano! Fateli passare!». Tre autocarri verdi arrivano verso di noi. Sono i russi. Due di loro scendono per coordinare il traffico e accelerare il transito dei veicoli. Sono entrambi alti con la pelle bianca, indossano un’uniforme militare con le scritte in cirillico e imbracciano un’arma sofisticata. Uno di loro parla arabo con il capo del checkpoint. Gli automobilisti siriani li guardano con ammirazione e li acclamano, come il nostro autista che si mette anche a ridere: «Appena vedranno i russi i jihadisti si ritireranno e potremo finalmente ripartire». Ovviamente parla gesticolando. Aveva ragione: mezz’ora dopo l’autostrada è riaperta. Ad un tratto incrociamo il punto in cui si sono svolti i combattimenti, qualche chilometro più avanti incontriamo nuovamente gli autocarri russi che si dirigono nel campo base dopo aver ripulito l’intera area.

È la fotografia di un conflitto che dal 30 settembre del 2015, quando il Cremlino ha deciso di inviare le sue unità per fiancheggiare i soldati siriani che dal 2011 si erano battuti da soli contro un’“internazionale jihadista” finanziata da più paesi stranieri, ha cambiato volto. I russi, gli iraniani e i libanesi sciiti di Hezbollah erano stati mobilitati dai rispettivi governi per portare ossigeno ad un esercito stremato dalle trincee e dalle notti insonni lontano dalle famiglie. Nel vecchio mondo la parola data ha ancora un valore geopolitico. Gli alleati non si tradiscono.
Il riconoscimento del governo di Damasco è scolpito nelle vie di Aleppo. Le bandiere delle nazioni amiche sono appese un po’ ovunque accanto al tricolore siriano nero-bianco-rosso con le due stelle verdi. Si incontra una città distrutta, è vero, difficile definirla “libera”, ma una certezza esiste ed è inconfutabile: Aleppo è stata liberata, Aleppo è tornata a vivere.

Una grande famiglia
Tutto è così diverso rispetto a quando la città era letteralmente divisa in due. La battaglia finale del dicembre del 2016 ha davvero cambiato la quotidianità della gente. Allora si arrivava in un contesto di guerriglia urbana, il nemico era il tuo vicino di casa, si combatteva da un quartiere all’altro senza esclusione di colpi. Aleppo era una vera e propria prigione a cielo aperto in cui mancava l’aria. Sembrava di toccare il cielo nonostante in automobile, sul viale dei cecchini, ci si schiacciava a terra per non finire nel mirino di qualche ribelle. In città si usciva poco a causa degli spari e quando lo si faceva si camminava il più veloce possibile. In giro c’era un silenzio tombale. Nelle case ci si vedeva con gli altri ma senza fare troppo rumore. Nei bar deserti ci si sedeva lontani dalle vetrate terrorizzati dalle schegge impazzite dei colpi di mortaio. Bastavano pochi giorni per capire dove si era finiti, increduli del coraggio di chi aveva scelto di restare pur avendo la possibilità economica di andarsene una volta per tutte. I suoi abitanti in realtà non facevano altro che conservare quei ricordi vivi, credevano profondamente che tutto quanto un giorno si sarebbe rimesso a posto, che le cose sarebbero tornate come prima. Ora che la guerra è finita le strade e i parchi, le moschee e le chiese, le università e le scuole, i caffè e i ristoranti sono stracolmi di persone sorridenti che parlano del più e del meno. Seduti sulle sedie fuori dai negozi che hanno finalmente rialzato le serrande gli anziani guardano i bambini giocare all’aperto sorseggiando caffè avvolti dal fumo dell’arguilé e delle automobili in coda per fare benzina.

Tutto scarseggia, soprattutto acqua ed elettricità, ma quello che conta sono le piccole cose. Come il saluto fraterno dettato da un “salam” – che in arabo significa “pace” – tra sconosciuti, uomini e donne, che si incontrano per la prima volta nelle strette vie della città. Gli aleppini sono tutti membri di una stessa grande famiglia che ha vissuto una storia comune tragica quanto surreale. I segni brutali della battaglia restano tra le macerie, gli attimi di terrore sono scolpiti nell’immaginario collettivo, ma quello che conta ora è il futuro dei figli di questa nazione che riparte proprio da quella cittadella in cima alla collina che dà sulle macerie di una città millenaria.

Foto Ansa

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