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C’è ancora domani per la sinistra?

Di Andrea Venanzoni
20 Gennaio 2024
L'assurdo caso di Paola Cortellesi, trasformata a forza dal progressismo nostrano in oracolo vaticinante chiamato a parlare di tutto e a inaugurare qualsiasi cosa. Fino a che servirà
Cortellesi Gualtieri
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri consegna la Lupa capitolina all'attrice e regista Paola Cortellesi nell'aula Giulio Cesare del Campidoglio, Roma, 16 gennaio 2024 (foto Ansa)

Non deve esser sembrato vero al Sindaco di Roma Roberto Gualtieri che, a quanto pare, sta vivendo il suo sogno in terra (mentre i romani vivono un incubo quotidiano) d’esser passato in pochissimo tempo da un red carpet losangelino in compagnia di Dua Lipa al Palazzo Senatorio vissuto con Paola Cortellesi, premiata e celebrata.
E mentre negli Stati Uniti ci si interroga seriamente su Taylor Swift come arma di distruzione di massa per sconfiggere il risorgente Donald “Sauron” Trump, la sinistra italiana prosegue nella collezione di figurine per comporre il proprio album dei santini da brandire e agitare all’occorrenza. “Rompere in caso di mancanza di argomenti”, scritto sulla teca dentro cui il personaggio di turno è confinato.

Il nuovo oracolo della sinistra è Paola Cortellesi

Alla perenne ricerca di personaggi e temi da far incarnare a un qualche volto, è arrivato il turno della brava Paola Cortellesi che da alcuni mesi, complice il grande successo, di pubblico e di critica, del film C’è ancora domani è stata trasformata, come sovente accade in Italia, in oracolo vaticinante chiamato a parlare di tutto e a presenziare e a inaugurare un po’ tutto.

Questo schema mentale-politico della sinistra, che spesso va a discapito del personaggio di turno stesso poi superato e abbandonato al silenzio e al suo destino quando virato alla inservibilità, è quel che Jerry Calà definiva, in un film di Neri Parenti del 1989 dal titolo che inquieterà la sinistra, Fratelli d’Italia, “il Messia profetizzato da Aiazzone”. Ecco.

Perché la Luiss fa inaugurare l’anno accademico alla Cortellesi?

Paola Cortellesi, suo malgrado, è stata trasformata in un Messia da riflettori e da dibattito pubblico e cosa peggiore politico. Da marketing dei temi. Con le sue dichiarazioni sottoposte a microscopio, spesso estroflesse dal discorso complessivo, come accaduto in occasione del discorso inaugurale dell’anno accademico tenuto alla Luiss.

Qui già si situa il primo tema. Una volta le Università per inaugurare un anno accademico facevano tenere una Lectio magistralis a un autorevolissimo giurista, economista, letterato, poi però ci si è resi conto che giuristi, economisti, letterati di centosedici anni chiamati a intrattenere con sibili tra il mistico-cospiratorio e l’ultrasuono una platea di ragazzini rappresentavano un Letto magistralis, perché gli astanti finivano tutti in coma a ronfare.
Ad eccezione dei professionisti internazionali che hanno sempre adottato il metodo illustrato da Dario Argento in “Opera”, ovvero gli spilloni sugli occhi per evitare il calo della palpebra.

Quindi ci si giovanilizzati. D’altronde ormai le università non hanno più le facoltà, ma i dipartimenti, non ci sono più i presidi ma i direttori.

Tragica scelta virata al pop quella del giovanilismo a tutti i costi, nel cui nome si è finiti dritti tra le fauci dell’empio storytelling; rischio non da poco perché a meno di non disporre di uno Steve Jobs per le mani, si rischia di innescare polveroni del tutto destituiti di fondamento.

E così vengono chiamate rockstar, o presunte tali, influencer, e comici appunto. Ma soprattutto, si evoca sempre quello che è percepito come il personaggio del giorno. Come sulle lavagnette delle trattorie, dove si caldeggia il piatto del giorno.

Il surreale dibattito sulle “fiabe sessiste”

Paola Cortellesi nel caso Luiss è del tutto incolpevole. La polemica è montata sulle sue spalle, con la furtiva estrapolazione di una serie di passaggi che per quanto caricati anche di un senso e di un tema seri erano in primis comici. Basta ripercorrere il tono, la prossemica, i termini, gli sguardi, le risate che hanno punteggiato e accompagnato i momenti salienti.

E invece il giorno dopo i giornali titolavano resoconti sulle fiabe sessiste da cambiare. Cosa mai detta.

E allora giù tutti, intellettuali, politici, accademici, spesso senza nemmeno conoscere la distinzione intercorrente tra fiaba e favola, a polemizzare, analizzare, decostruire, chiamare in causa a sproposito Propp e Cristina Campo. Vi prego, no, Cristina Campo per confutare Paola Cortellesi no, c’è un limite umano a tutto.

Alla sinistra non è parso vero, chiaramente. Le fiabe vanno de-virilizzate, de-patriarcalizzate, nemmeno le avesse scritte Giorgia Meloni quelle fiabe originarie. Perché tanto, si sa, non è che le fiabe si facciano portatrici di archetipi, archetipi non stereotipi, ma veicolano solo discriminazione di genere, e vi diranno, ve lo diranno gli studenti del DAMS che non è più quello di Pazienza e di Tondelli ma fucina essenzialmente di armocromisti dell’identità di genere, che persino Disney aveva edulcorato quegli psicopatici dei Grimm.

I tempi cambiano, piagnucolano.

Ma Disney aveva spennellato il lato saturnino di quelle storie per sue esigenze commerciali di maggiorazione della platea, non certo perché lo spirito del tempo era mutato. A riprova, basterebbe rileggersi il volume Il medioevo secondo Walt Disney sulla problematica riscrittura dell’età di mezzo da parte della nota casa cinematografica e fumettistica.

Il vezzo progressista di caricare di eccesso di senso i film

E d’altronde su quanto pessimo sia cercare di “modernizzare” in chiave politica le fiabe si era già espressa Natalia Ginzburg in Senza fate e senza maghi. Se uno si vede i quasi diciannove minuti di intervento della Cortellesi, si rende conto che i primi tre minuti sono una professione di modestia. È lei stessa ad avvertire, non ascoltata a quanto pare, del pericolo dei falsi amici e delle eccessive celebrazioni.

Paola Cortellesi in una scena del film di cui è protagonista e regista, "C'è ancora domani"Il suo film, invece, a differenza dell’intervento integrale, non l’ho visto e non lo andrò a vedere, ma questo è un mio problema con il cinema italiano contemporaneo che, fatte salve poche eccezioni, reputo, e Pierfrancesco Favino smetta immediatamente di leggere, piccino, egoriferito e drammaticamente provinciale.

Ma non parlerò, né mi sognerei di farlo, del suo film. Al limite potrei parlare del vezzo italico e progressista di caricare di eccesso di senso e di significato le parole, le opere, persino la leggerezza e anche il suo film.

D’altronde basta considerare i pennacchi mediatici che sono stati apposti, gli stendardi lasciati garrire al vento dalla pseudo-intellettualità progressista per lodare il coraggio della Paola Cortellesi regista con il suo realismo, cioè bianco/nero, socialmente impegnato.

Cortellesi, la sinistra e Checco Zalone

E quando gli stessi intellettuali e le femministe, sgranando il rosario del magnifico successo, sono andati a vedere le classifiche dei maggiori incassi italici sono stati colti da severo malore nello scoprire che i due film italiani di maggior incasso di sempre sono Quo vado? e Sole a catinelle di Checco Zalone, pellicole parimenti coraggiose che mostrano, con profonda lucidità, le storture del pubblico impiego, in maniera più efficace di quanto un qualunque Renato Brunetta potrebbe sperare di fare, e i drammi importati dalla recessione e da un fisco spesso rapace.

Fortuna per loro, c’era anche Tolo Tolo che almeno parla di migranti, pur se figura anche Che bella giornata in cui gli stranieri sono terroristi sgominati provvidenzialmente da una indigestione di cozze ‘integraliste’, Rocco Papaleo dixit. Carissima sinistra a corto di idee e di temi, come diceva un grande comico, ma mi faccia il piacere.

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