No, la Corte Ue non ci impone di «recuperare l’Ici della Chiesa». Ma rivela una cosa sull’Europa

Intervista a Guido Castelli, sindaco di Ascoli e presidente dell’Istituto per la Finanza e l’Economia locale dell’Associazione dei Comuni italiani

È vero che la Corte di giustizia europea ha ordinato al governo italiano di «recuperare l’Ici della Chiesa», come hanno titolato quasi tutti i giornali mercoledì 7 novembre? Ed è vero che a causa di questa sentenza adesso «gli enti ecclesiastici dovranno restituire le somme non versate tra il 2006 e il 2011», come ha scritto per esempio Repubblica ipotizzando anche un possibile incasso per l’erario (ovvero un buco nelle tasche cattoliche) «tra i 4 e i 5 miliardi di euro»? Le cose non stanno esattamente così, nonostante l’esultanza dei radicali che hanno portato avanti per anni questa battaglia giudiziaria non solo contro la Chiesa, ma anche sopra la testa dei vari governi italiani che si sono succeduti in tutto questo tempo.

Pur non contestando la valutazione della Commissione europea secondo la quale l’esenzione Ici 2006-2011 per i soggetti no profit rappresentava un illecito aiuto di Stato, l’Italia infatti non ha mai onorato il dovere di esigere indietro le somme dovute, opponendo l’impossibilità di ricostruire il quadro della situazione con dati certi. Prima Bruxelles, poi il Tribunale dell’Unione Europea hanno sostanzialmente condiviso la giustificazione italiana. Non però i radicali, i quali – cavalcando la battaglia legale di una scuola privata e di un bed & breakfast di Roma, convinti di essere stati penalizzati rispetto ai concorrenti no profit – hanno voluto portare il caso fino alla Corte di giustizia europea. E così siamo arrivati ai titoli di questi giorni.

«Monitoreremo scrupolosamente l’applicazione delle decisioni Ue», hanno promesso dopo la sentenza i pannelliani capofila della battaglia, Maurizio Turco e Carlo Pontesilli, come pregustando il momento in cui le odiate scuole cattoliche dovranno sborsare i quattrini e magari perfino chiudere. Tuttavia, probabilmente la loro gioia è un po’ affrettata, almeno stando a quanto dice a Tempi Guido Castelli, sindaco di Ascoli dal 2009 e presidente dell’Ifel, l’Istituto per la Finanza e l’Economia locale dell’Associazione dei Comuni italiani (Anci).

Sindaco Castelli, quindi la Corte di giustizia europea ha imposto all’Italia di «recuperare l’Ici non versata dalla Chiesa», come è stato scritto?

Direi che la “notizia percepita” è abbastanza lontana dalla realtà della giurisprudenza. Per due motivi. Primo, perché si è omesso di dire la cosa più importante, e cioè che la Corte di giustizia europea ha riconosciuto che l’attuale regime che disciplina la tassazione immobiliare (Imu) e le relative esenzioni è corretto. La vera notizia è questa.

Su questa notizia torniamo dopo. Cominciamo dall’Ici.

Sull’Ici – e questo è il secondo motivo di distanza tra la “notizia percepita” e la sentenza – la Corte di giustizia non dice nulla nel merito: era pacifico che l’esenzione Ici 2006-2011 fosse aiuto di Stato secondo i criteri europei. Semplicemente, la Corte ha stabilito che non basta che lo Stato italiano dica che è oggettivamente impossibile ricostruire la situazione attraverso le banche dati catastali e fiscali: prima di concludere che è impossibile, deve tentare ogni strada alternativa.

Lei ha detto ai giornali che in ogni caso servirà una legge per recuperare queste imposte arretrate. Perché?

Sicuro che serve una legge. Perché lo strumento ordinario che noi sindaci possiamo attivare nel caso di recupero fiscale prevede un avviso di accertamento del debito che il cittadino ha nei nostri confronti, ma questo avviso di accertamento ha un termine prescrizionale di 5 anni. E qui parliamo del periodo di imposta 2006-2011. Siamo nel 2018. E poi, trattandosi di aiuto di Stato, è l’attività normativa dello Stato che è stata censurata, dunque la riparazione del danno deve essere oggetto di una norma dello Stato. Toccherà allo Stato quantificare la somma da recuperare.

E qui viene il difficile, giusto? Perché è così complicato ricostruire il quadro?

Recuperare tutte le attività che avevano beneficiato dell’esenzione, valutare se esercitassero l’attività in forma commerciale o meno… È un’operazione complicatissima. Basti pensare che potrebbero essere venute meno le stesse Onlus beneficiarie dell’esenzione. Ha in mente la varietà del terzo settore? Negli anni in questione l’associazione tal dei tali per conto di un sindacato ha fatto una scuola-vacanze sul lago di Bolsena: vattelapesca che fine ha fatto oggi… Ecco, di questo si tratta.

I sindaci non hanno gli strumenti per svolgere queste verifiche?

No, dovrebbe essere una norma di legge a stabilire le regole di questa eccezionale modalità di recupero fiscale. Poi lo Stato potrà decidere se gestire direttamente il rapporto con i singoli interessati, oppure se delegarlo ai Comuni. In ogni caso tutto deve avvenire sulla base di una legge.

A parte le banche dati catastali e fiscali, quali altri modi esistono?

Io non ne vedo molti. Servirebbe un lavoro piuttosto certosino sugli immobili. Lo Stato dovrebbe fare delle stime, capire quanti soggetti potenzialmente pagatori di Ici hanno beneficiato delle esenzioni contestate… È dura.

Mettiamo che un metodo di accertamento si trovi o sia comunque stabilito. A quel punto però la nobile offensiva dei radicali travolgerebbe anche un sacco di realtà no profit, non solo le scuole cattoliche e gli enti ecclesiastici.

Assolutamente sì. Tutto il terzo settore sarebbe coinvolto. Tutti i soggetti che hanno beneficiato delle esenzioni previste per associazioni prive di finalità di lucro.

Una notizia potenzialmente devastante per gli interessati.

Certo, potrebbero ricevere una mazzata economica non da poco.

Perché invece secondo lei la vera notizia sarebbe il riconoscimento della correttezza del regime Imu e delle relative esenzioni?

Perché la questione delle tasse immobiliari ha scosso le cronache per tanti anni, e adesso, grazie all’asseverazione della Corte di giustizia europea, possiamo ufficialmente dire che la regola del 2012 dettata dal governo Monti è giusta e non rappresenta un aiuto di Stato.

Vuole ricordarcela, quella regola?

La legge prevede che chi svolge un’attività “meritoria” (per dirla sinteticamente), se la esercita in forma commerciale, paga l’Imu; se invece non la esercita in forma commerciale, cioè senza chiedere in cambio una controprestazione che presuppone lucro, è esente. Così il terzo settore in Italia ora può godere di un regime fiscale immobiliare chiaro, non più soggetto alle impugnazioni, alle contestazioni, eccetera.

Perché l’esenzione dall’Ici era un aiuto di Stato e invece l’esenzione dall’Imu no?

Perché il regime Imu per determinare chi ha diritto all’esenzione fa rifermento non alla natura del soggetto proprietario dell’immobile, come avveniva con l’esenzione Ici, bensì alla natura dell’attività (profit o no profit). Il “cinema di comunità” che agli spettatori non chiede nulla o chiede un euro simbolico, non paga l’Imu. Mentre il tal sindacato, proprietario di una multisala in piena regola, paga.

Le scuole paritarie cattoliche sono esentate?

Se la retta che chiede ai genitori è prossima ai valori di mercato e lascia presagire che garantisca un profitto, allora la scuola deve pagare l’Imu; se invece la retta non è “commerciale” ed è assimilabile a un rimborso spese, allora la scuola non paga.

Le sembra una buona legge?

È una normativa che ha messo fine a molti contenziosi. A quanto ne so, è stata ritenuta congrua anche dalla Chiesa. Monsignor Stefano Russo, mio concittadino e segretario della Cei, in pratica ha detto questo: è un giusto equilibrio.

Domanda più politica: con questa sentenza l’Europa non rischia di rafforzare la propria immagine negativa di entità utile solo a certi soggetti (vedi i radicali) interessati a sindacare sulle decisioni “sovrane” dei paesi membri senza dover passare per le urne?

In effetti stiamo assistendo a una parabola strana. Il rapporto fra Stato e Chiesa in Italia è agitato fin dal 1870, e adesso una questione che atteneva ai sacri princìpi costituzionali e pre-costituzionali della laicità della Repubblica ha trovato la parola fine in ragione di un sentenza in cui i sacri fondamenti non c’entrano nulla, c’entra solo la libertà economica. È emblematico. Sono le regole del mercato la cifra distintiva di questa Europa: è un mercato, non una famiglia.

Ma la parola fine non è ancora stata scritta, stando alle sue spiegazioni.

Qualora risultasse verificata l’oggettiva impossibilità di recuperare le somme dovute, la realtà potrebbe ribaltare di nuovo il verdetto.